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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

19/12/2013

Le scelte obbligate

Val forse la pena tornare a riflettere attorno all’offerta educativa di  asili nido e scuole dell’infanzia, che oggi sono, in modo sia simbolico che reale, al centro del confronto su come il servizio pubblico venga chiamato a scelte delicate e decisive in rapporto ai servizi essenziali per i cittadini e il Paese.
Vorrei al riguardo proporre una riflessione e il racconto della esperienza istituzionale, vissuta come Amministratore a Napoli, partendo da una domanda, legata anche al referendum realizzato a Bologna sul finanziamento comunale alle scuole paritarie (private), nel maggio del 2013 e che alcuni comitati di cittadini si stanno organizzando per riproporre a Milano, a Torino e in altre città.
La domanda è questa : Come mai in questo momento storico, dopo decenni di sistema integrato, proprio a Bologna si è posta la questione del finanziamento e si è incrinata la fiducia dei cittadini verso il magnifico sistema educativo integrato, di cui la città è sempre andata orgogliosa?

Penso che la risposta sia nei fatti: perché oggi, in tempi di spending review, i Comuni sono messi nelle condizioni di non poter più rispondere alle richieste di pubblico e spesso costretti a chiudere sezioni: il che comporta per necessità  la scelta di scuole private. E va da sé che una scelta compiuta di necessità non è una scelta! Questo è il punto. Ed è molto poco ideologicamente legato al tema delle confessioni religiose o delle impostazioni pedagogiche.
Se un Stato dirotta  i cittadini verso la scuola privata perché impedisce ai Comuni di assumere personale e tenere aperte le scuole comunali e nel contempo non apre nuove sezioni d'infanzia statali nei comprensivi, il tema non è più la libertà di pensiero, ma il diritto allo studio. E non solo.

Non andrà dimenticato infatti come molti studi, assunti ampiamente in prospettiva europea,  concordino nel ritenere gli anni 0-3 e 3-6, ancor meglio se inseriti in un progetto educativo unitario, cruciali per lo sviluppo intellettivo e culturale dei cittadini di domani (oltre che più in generale per le condizioni complessive di cittadinanza e di riequilibrio delle spese sociali): “l’educazione e la cura della prima infanzia (Early Childhood Education and Care – ECEC), assumendo un ruolo complementare a quello centrale della famiglia, ha un impatto profondo e duraturo che provvedimenti presi in fasi successive non sono in grado di conseguire. Le primissime esperienze dei bambini gettano le basi per ogni forma di apprendimento ulteriore. Se queste basi risultano solide sin dai primi anni, l’apprendimento successivo si rivelerà più efficace e diventerà più probabilmente permanente, con conseguente diminuzione del rischio dell’abbandono scolastico precoce e maggiore equità degli esiti sul piano dell’istruzione; consentirà inoltre di ridurre i costi per la società in termini di spreco di talenti e spesa pubblica nei sistemi sociale, sanitario e persino giudiziario.” Così si legge nella Comunicazione della Commissione europea del 17.02.2011, dal titolo Educazione e cura della prima infanzia: consentire a tutti i bambini di affacciarsi al mondo di domani nelle condizioni migliori.  
E non è certamente un caso che, in ambito comunitario, questa Comunicazione sia spesso citata nelle delibere e nelle raccomandazioni relative alla lotta alla dispersione, come per esempio nella Risoluzione del Parlamento europeo dell'1 dicembre 2011 sulla lotta contro l'abbandono scolastico, quale prioritaria forma di prevenzione.

A fronte a questo stato di cose, al Comune di Napoli, lo scorso anno, con una delibera a suo modo rivoluzionaria  (la n.673 del 31 agosto 2012), la Giunta, pur tra mille difficoltà e ostacoli, si è rifiutata di chiudere le sezioni di scuola comunale e i nidi senza personale, nonostante lo sforamento di spesa mettesse nelle condizioni di violare le norme che regolano le assunzioni del personale. Ed è qui opportuno e  istruttivo ripercorrere i riferimenti normativi che hanno sorretto quella delibera, che per la sua rilevanza appare come una sorta di documento di giurisprudenza politica.
Anzitutto l’art. 31 della Costituzione: “La Repubblica (…) protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo” e l’art. 3 della Convenzione sui diritti del fanciullo, approvata dalle Nazioni Unite il 20 novembre 1989: “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente.”
Inoltre, in alcune precedenti sentenze la Corte dei Conti aveva ammesso come plausibile la deroga ai limiti di spesa per “interventi caratterizzati da ipotesi di somma urgenza e per lo svolgimento di servizi infungibili ed essenziali”, precisando che l’urgenza sussiste laddove il “Comune deve tutelare la vita, la salute, la libertà e la sicurezza della persona”, mentre sono “essenziali” “quei servizi che sono propri e tipici di ogni Comune e senza i quali l’Ente rappresentativo della collettività locale vedrebbe venir meno la sua stessa ragion d’essere.”

Sono dunque queste le fonti giuridiche (e culturali) che hanno indotto la Corte de Conti a dar ragione al Comune di Napoli, avallando la legittimità della delibera. Infatti, la sentenza non si limita ad archiviare l’istruttoria per danno; dice di più, ovvero che la gerarchia tra diritti e fonti giuridiche deve far sottostare la norma che regola la finanza a quella costituzionale e al diritto internazionale: “…sullo specifico punto concernente il rapporto tra i vincoli posti dal patto di stabilità interno e la promozione dei diritti fondamentali (…) la stessa Corte di Giustizia ha da tempo intrapreso un percorso diretto a graduare diritti e diritti nel senso che i pur fortissimi diritti di contenuto economico e finanziario posti a salvaguardia dell’integrità dei bilanci pubblici non possono incidere su diritti fondamentali della persona.”  (dal Provvedimento di Archiviazione della Corte dei Conti del 24 maggio 2013)

Questa vicenda conferma come oggi, negli approcci culturali e normativi più avveduti, che possono e devono diventare supporto di scelte politiche conseguenti e innovative, debba cambiare il paradigma che regola l’agire educativo e la  relazione tra adulto e bambino. Quel paradigma infatti si è trasformato dalla visione arcaica secondo cui l’adulto imprime nella mente del bambino le proprie conoscenze a quello di una relazione in cui l’adulto è consapevole e responsabile della relazione con un bambino portatore di diritti (di persona, di genere, di cultura, di religione, ecc.) e di culture (forme espressive che attivamente interrogano la realtà e cercano risposte).
Il principio che il diritto allo studio e la necessità di garantire servizi alla prima infanzia, in quanto essenziali e infungibili, consentono la deroga alle leggi contabili, affermato dalla Corte dei Conti, è di estrema importanza! Sperammo in quei giorni e speriamo ancora facesse esempio e  strada. E che a supporto possano essere chiamate le stesse direttive europee in fatto di diritti e di crescita armonica delle persone e dei territori dovrebbe avere un certo peso esemplare nell’annosa e troppo spesso sterile discussione sulle modalità di transitare da una restrittiva e punitiva Europa delle finanze a un’evoluta Europa dei popoli e dei diritti.

Per questo, in termini se si vuole  più nostrani (e un poco più asfittici), dobbiamo riflettere tutti insieme: un conto è la scelta del cittadino che consapevolmente vuole un sistema integrato, un conto l’obbligo imposto di lasciare al privato quel che il pubblico non può più mantenere perché vincola anche l'istruzione, madre di tutti i diritti,  a ogni patto di stabilità. La battaglia per i diritti a questo punto non è ideologica e fumosa: è assolutamente necessaria. 

Una nota in chiusura. La scuola d'infanzia comunale a Napoli è totalmente gratuita, e serve circa 6000 bambini, il 30% (altro 60% è in mano allo Stato): la sua gratuità e i criteri di ammissione fanno sì che in genere vi accedano i più deprivati economicamente, in moltissimi quartieri... E anche questo - quando chiudi o  depotenzi il servizio pubblico -  significa qualcosa. O no? 

Per approfondire

 
Si veda al riguardo anche  il rapporto europeo Educazione e cura della prima infanzia in Europa: ridurre le disuguaglianze sociali e culturali, pubblicato nel  2009 a cura dell’ Agenzia esecutiva per l'istruzione, gli audiovisivi e la cultura (EACEA P9 Eurydice), con particolare attenzione al capitolo finale “Sintesi e conclusioni”.


Un interessante confronto sulle politiche educative di alcune città italiane (Torino, Bologna, Modena, Napoli e Reggio Emilia) si è svolto a Bologna il 6 dicembre 2013; qui i materiali del convegno.

Una intervista su questi temi ad Annamaria Palmieri, tratta dal sito dell'associazione BolognaNidi

 

 

 

 

 

 

 

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

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