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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

06/06/2015

La scuola buona... che c'è già

In questi mesi il chiacchiericcio, certamente non casuale, sulla “Buona scuola” si è occupato di alzare una cortina fumogena attorno alla scuola reale, spesso con l’intenzione di delegittimare e mettere in cattiva luce gli oppositori della “riforma” e certamente col risultato di sviare l’attenzione da ciò che la scuola vive e che realmente la caratterizza.
Valutazione, precariato, merito, competizione, classifiche:  fiumi d'inchiostro e di commenti banali sono stati versati anche perché la scuola è  come il calcio, si sa, e per il fatto di essere stati seduti tra i banchi o di aver messo un paio di scarpette di pallone ci si ritiene tutti  esperti giudici del settore.

Eppure siamo ormai abituati al fatto che spesso, troppo spesso, lo spazio mediatico sulla scuola pubblica  sia occupato dalle  carenze e dai limiti, mentre quasi mai si narra il positivo e il bello che nella scuola già c'é.
Non si racconta, per esempio, dei tanti confini difficili su cui le scuole lavorano e inventano. Non si dice delle scuole, degli insegnanti e dei maestri che nelle città, come nei paesi, nelle periferie urbane e sociali, non solo insegnano e aiutano a crescere ma anche costruiscono relazioni e aggregazioni. Diventando, spesso, le uniche istituzioni  sempre credibili sul territorio. Eppure, con semplicità e senza nessuna tentazione di nascondere quello che non va, basta guardare!  Basta fermarsi,  per cogliere  le tante esperienze positive, a volte le vere e proprie invenzioni educative e di cittadinanza, che nella scuola, anche con il supporto di altri enti e soggetti, nascono, prendono corpo e si stabilizzano.

In questi anni, girando le scuole come Assessore all’istruzione della mia città, ho visto che un decisore politico non deve solo pretendere di indirizzare, o gestire, ma deve saper mettere l'orecchio a terra e cogliere quello che si muove nel corpo territoriale di cui si sta occupando. E così tra gli impegni dell’amministrazione, abbiamo provato, tra le altre cose, a fare anche questo: ad osservare e individuare; a sostenere e valorizzare tutte quelle pratiche che restituivano  fiducia in una scuola che da una parte portava il "bello" dentro di sè, dall'altra  guardava al territorio e ai suoi attori come alleati.
Anche in questi giorni di dibattito,  ho riascoltato un bisogno, che già mi era noto: quello di essere ri-conosciuti come comunità per ciò che si fa di buono, e che dura fatica, lavoro. Le scuole sono spesso "usate" quando fanno bene, nei loro progetti migliori,  trasformate in pubblico o in vetrina per  eventi.
Ma dietro questo “far bene”, dietro questa scuola che è già buona, dietro i suoi tanti “prodotti” prodotti ci sono scelte pedagogiche complicate, ore ed ore di lavoro, discussione, trasformazione delle conoscenze in competenze trasversali... sopratutto c'è impegno collegiale, non individualismi da premiare! 

Oggi, che ancora una volta ci si confronta con una riforma, e mentre ancora ne appaiono incerti gli esiti e dubbiosi i confini, pensiamo che tale patrimonio di idee, pensieri e pratiche vada socializzato e reso pubblico alla città,  non solo agli addetti ai lavori o a quelli che direttamente e indirettamente con la scuola entrano in relazione. Perché la scuola pubblica è di tutti, e riguarda tutti.  Per questo abbiamo pensato ad un momento cittadino in cui le scuole, i dirigenti, i docenti,  gli alunni potessero raccontarsi attraverso le proprie narrazioni originali e creative, slegate dalla forma dell'intervento o dalla liturgia, a volte stanca, del convegno. Pochi minuti per ciascuno, un flash, uno scatto, uno spot, ma dietro cui si nasconde la fatica e la forza di una comunità intera.

“La scuola buona... che c’è già”, così abbiamo denominato questo appuntamento corale, che ha voluto essere questo: un momento di incontro e scambio, che focalizzasse l'attenzione non sul contenitore organizzativo (come fanno le riforme, compreso l'attuale disegno di legge)  ma sul cuore vero  della scuola, che è da un'altra parte. Non sta negli organigrammi, nelle parole d'ordine, ma sta nella relazione quotidiana, faticosa ed esaltante,  tra adulti che educano e giovani che crescono e che  a loro volta insegnano a noi adulti  come vorrebbero il mondo.
Del resto, dar spazio e voce a ciò che a scuola accade davvero significa sottolineare la continuità della fatica di docenti e degli allievi anche contro la competitività individualistica e meritocratica, per una scuola inclusiva e che compensi gli squilibri sociali e sconfigga davvero la dispersione. Perchè questi sono i veri problemi della scuola, tutti da risolvere, non chi decide assunzioni,  premi e  punizioni, semmai trasformando  la libertà di insegnamento in una rincorsa al servilismo...

E così, in un mattino di giugno in un cinema cittadino, oltre 30 scuole  hanno mostrato  documenti e testimonianze dei cori, degli spettacoli, dei video  e dei tanti laboratori creativi. I loro  prodotti  sono ovviamente solo una piccola parte, ma esemplificativa,  della mole di  lavoro che  tutte le nostre scuole fanno, comunali e statali: avremmo potuto  riempire 100 piazze, 100 giorni e il racconto dei percorsi e dei talenti  non sarebbe sttao comunque esaustivo. Nonostante i tempi ristretti e le incombenze di fine anno, si è arrivati  a mettere insieme un piccolo “festival” che andrà certamente ripetuto, perché tante, troppe esperienze significative ancora hanno bisogno di essere conosciute e ri-conosciute.

E sento di interpretare il pensiero di molti presenti quel giorno se dico semplicemente che ci piacerebbe un legislatore che si fermasse  a riflettere su queste buone pratiche; e che comprendesse che metterle a sistema, trasferirle e renderle forti, dar loro le gambe per camminare, gli spazi per agire, le risorse per radicarsi  è ciò di cui la scuola e la società tutta hanno veramente bisogno.  

Certo, tutto si può migliorare; e  i tagli degli ultimi anni hanno reso più difficile anche il buon esito del fare scuola quotidiano. Ed è vero che non tutte le comunità scolastiche hanno la stessa forza nel  proporre innovazione e nel proporsi come agenti di cambiamento. Il che comporta però la necessità di aiutare e supportare di più le  realtà più fragili, non certo di giudicarle  a mero scopo classificatorio.  Perché, al di là dei limiti contingenti,  le avventure e disavventure culturali ed emotive che dentro la scuola pubblica si realizzano sono molto più di un compito istituzionale, sono il pensiero e il motore di cui tutti abbiamo bisogno per non rassegnarci. La scuola buona non è quella che ratifica l'esistente – e per questo la disturba l'inutile vizio di competizioni  individualistiche – ma quella che  ripensa il mondo che c'è  per trasformarlo attraverso i saperi, i colori, gli odori e la bellezza dell'immaginario e della scienza.

Video realizzato dall'Istituto Comprensivo A. Ristori e dal Comune di Napoli, in occasione della manifestazione "La scuola buona ... che c'è già" del 04.06.2015

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

Leggi la recensione su insegnare di Rosanna Angelelli

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