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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

22/03/2020

La scuola ai tempi del Coronavirus

L'emergenza che stiamo vivendo è una sfida che sta  costringendo noi  tutti a ridefinire non solo le relazioni, ma anche i significati che da sempre assegniamo alle attività  quotidiane e agli istituti sociali,  specie quelli che abbiamo sinora dati  per scontati.

È  in atto una vera e propria rivoluzione anche nel rapporto con la scuola, che – come presidio chiave della Repubblica – si è trovata da un giorno all'altro “sospesa” tra la consapevolezza dell'essere essenziale e la necessità di reinventarsi in modi e forme a cui nessuno, forse neanche gli apologeti della scuola 4.0,  era davvero  preparato. Le comunità educanti sono dentro a un processo di  messa in discussione che merita alcune deduzioni in itinere.

La prima: si è  rafforzata in tutti, anche i più critici,  la certezza  che la scuola sia infrastruttura sociale  determinante, lo spazio nel quale si  scandisce il tempo della vita in modo fondamentale  non solo per i ragazzi, che appaiono ai nostri occhi come i “bimbi sperduti” di Barrie, fermi in un luogo senza tempo. Dopo i primi giorni di allegria euforica per la vacanza,  imprevista come un'allerta meteo, ognuno di essi desidererebbe certo di tornare tra i banchi e persino rivedere le aule anguste, i professori amati e odiati,  pur di rientrare in quella rete di legami indispensabili che la scuola al di là della famiglia rappresenta. Ma anche gli adulti, una volta passata l'ansia delle difficoltà di organizzazione familiare, si ritrovano a valutare con preoccupazione, a volte con angoscia, le ipotetiche conseguenze della perdita che stiamo subendo.  La scuola per tanti ha smesso finalmente di essere  un luogo in cui “mollare” i figli,  o da cui pretendere senza dare. Speriamo che questa maturata consapevolezza sopravviva all'emergenza.

Secondo aspetto che colpisce, l'emergere della compresenza, nella scuola dell'autonomia, di una doppia anima: quella forte, capace di autorganizzarsi nella contingenza drammatica,  a volte con grande creatività, se a corto di mezzi tecnologici: le maestre d'asilo che rivolgono ai propri alunni via chat messaggi d'affetto, favole e compiti ludico-creativi, le dirigenti scolastiche che organizzano gli uffici da remoto, i dipartimenti che rivedono le programmazioni per dare loro il volto digitale richiesto. Ma anche quella fragile, che è tornata a desiderare la circolare, la direttiva, l'ordine dall'alto, perché oppressa dal carico di una responsabilità che sin dal primo momento è apparsa enorme: dover decidere in merito alla salute, alla sicurezza, alla  didattica, alle incombenze amministrative,  ai doveri d'ufficio, ai luoghi e ai tempi  in maniera improvvisa e senza “ricette” precostituite. La compresenza di queste anime non va ignorata, anche nelle future azioni, perché esse hanno finora convissuto silenti, ma la politica scolastica deve imparare a  farci i conti.

Terzo: si fa più pregnante la riflessione sul rapporto tra i saperi della scuola e le tecnologie. Perché con tutta evidenza il nodo non può più essere la presenza o assenza (fisica) di infrastrutture tecnologiche, falso problema dietro cui ci si è schermati spesso, ma la qualità della relazione tra le tecnologie come mezzo (e non fine) e il ruolo che la scuola assegna a se stessa in relazione alle conoscenze e  competenze; perché la "competenza digitale" in sé, svuotata dai contenuti e dalla consapevolezza critica, non dice nulla. Nessun contenuto culturale diventa neutro perché veicolato da un computer o trasferito in una piattaforma. Anzi, attingere ai webinar può generare rischi di omologazione e provocare danni che forse  si vedranno sul lungo periodo, per esempio in termini di disuguaglianza di opportunità o di accettazione irriflessiva di quel che il mercato dei software didattici offre. Se la scuola del libro di testo poteva essere acritica e a volte noiosa per i ragazzi,  non possiamo essere sicuri che quella che stiamo  “inscenando” per loro non lo sia, a meno che non si tenga sempre presente che la vera natura della scuola non sta mai nella ritrasmissione delle conoscenze ma nella loro “trasformazione” attraverso l'incontro e  lo scambio, quella che gli antichi definivano, appunto, scholè. Incontri a volte imprevisti, con i maestri, con i pari , con domande e curiosità che non si sapeva di avere e che ti cambiano per sempre. 

Infine: per questi incontri, per queste “lezioni”, laddove avvengano, appare difficile e riduttivo trovare sistemi di misurazione quali quelli contemplati dalla normativa, dal registro elettronico alle medie matematiche. Non a caso è apparsa indigesta a molti, addirittura fuori luogo, la direttiva n.388 del Miur che sembra voler riportare le esperienze che la scuola sta attraversando nell’alveo delle burocratiche pratiche di monitoraggio, per il tramite del registro elettronico. Un campanello d’allarme per i mesi futuri: se la natura della relazione di insegnamento/ apprendimento è bidirezionale e processuale, e ce ne stiamo accorgendo, forse bisognerà attrezzarsi per passare dagli  eccessi di valutazione formale e formalistica (da cui negli ultimi anni ci si è fatti travolgere, specie a livello ministeriale) a una valutazione formativa, più genuina e vera, che guardi ai processi e non ai prodotti. Uscire dalla competizione e dalle  classifiche e guardare alla crescita globale delle competenze per la vita. 

In "Napoli milionaria" il grande Eduardo chiude il dramma con una frase che è stata molto citata in questi giorni: “Adda passà a nuttata”. Ebbene, mi piace qui ricordare quel che accade negli atti che precedono il finale, quando il povero Gennaro cerca invano di raccontare ai suoi familiari l’orrore da cui è uscito e non vi riesce, travolto dalla loro volontà di rimozione, che poi precipiterà in tragedia. Certo, adesso è il momento di  credere che “tutto andrà bene”, come scrivono i nostri bambini, e lottare come stiamo facendo perché si  esca presto dall’ora buia. Domani, però, quando sarà finita, la scuola tornerà a essere più bella e più forte di prima  solo se saremo in grado di non rimuovere, facendoci travolgere dall’ordinario, e di rielaborare piuttosto quanto sta accadendo  mentre la viviamo  “sospesa” .  

 

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

Leggi la recensione su insegnare di Rosanna Angelelli

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