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editoriali

08/02/2017

A terra ancora fresca ...

di Mario Ambel

Non si è ancora rassodata la terra della sepoltura, che Ernesto Galli della Loggia, nel gran calderone di questi giorni sulle carenze linguistiche degli studenti italiani, ha già preso  su dito e tastiera per rammentare al Paese che se alla fine della scuola si rilevano gravi carenze linguistiche degli allievi non poca colpa va attribuita a Tullio De Mauro. (Articolo sul "Corriere della Sera" del 7.02.2017).
Estrapolando alcune  frasi da testi degli anni Settanta in cui la sudditanza alla “educazione linguistica tradizionale” era criticata da De Mauro con quel linguaggio antiborghese che oggi appare comprensibilmente, ma non colpevolmente datato, Galli della Loggia ne distorce e strumentalizza il pensiero attribuendogli intenzioni e colorazioni estremiste che De Mauro non ha mai avuto [1].

Del resto la favola del lassismo scolastico postsessantottesco - che ha già avuto altri campioni, lo stesso Galli della Loggia, ma anche ministri illustri come  Mariastella Gelmini, e scrittrici di successo come Paola  Mastrocola (alla quale, a suo tempo, De Mauro aveva contestato posizioni analoghe) - continua a qualificare  le colonne de “Il Giornale” e talvolta del “Corriere della Sera”. Spiace che sia uno storico a farsene interprete, e soprattutto uno storico che ha sempre voluto contrapporre il rigore della  conoscenza dei fatti alle falsificazioni delle ricostruzioni ideologiche del passato. 

Ma Galli della Loggia, in verità, non è stato tenero con De Mauro neppure in vita, tacciandolo, insieme a Don Milani di “stupidaggini”. È del 2012, per esempio, un articolo de “Il Foglio” in cui, in un virgolettato a lui attribuito - argomentando del fallimento politico di una generazione, la sua, - si legge: «Questo mi porta poi all’altro grande fallimento: abbiamo asistito [sic!] imperterriti alla distruzione del sistema di istruzione italiano. Non abbiamo saputo opporre alle stupidaggini di Tullio De Mauro (che ora si è in parte ravveduto) o a quelle di don Milani, il muro d’acciao [sic!] di derisione e di rifiuto che si meritavano. Io stesso confesso che le demenzialità di don Milani, alla prima lettura, mi lasciarono sbigottito, ma conquistato. Non mi ritrassi inorridito, come avrei dovuto, ma rimasi affascinato anche per quel quid di barbarico che c’era nell’anticulturalismo all’epoca dilagante. Non abbiamo capito che la democratizzazione non era democraticismo e antimeritocrazia, ma il loro contrario.» 

Sarebbe utile disporre di dati seri  e attendibili su che cosa e come e quanto abbiano davvero inciso le convinzioni di Tullio De Mauro, riassunte nelle “Dieci Tesi per un’Educazione linguistica democratica” del 1975, e quanto invece si sia insegnato di grammatica e di analisi logica nella scuola di base italiana di questi decenni. In realtà, indagini condotte  nelle diverse ricorrenze delle "Dieci Tesi" hanno ampiamente dimostrato che quelle affermazioni (per altro assai meno antiborghesi a una lettura attenta e leale) erano del tutto sconosciute alla stragrande maggioranza dei docenti italiani.

La realtà delle cose è assai diversa da come Ernesto Galli della Loggia e Paola Mastrocola amano rappresentarla. In realtà le tesi per un’educazione linguistica democratica hanno fatto breccia in gruppi assai ristretti di docenti, spesso confinati in scuole e situazioni di frontiera, il tempo pieno della scuola di base o gli istituti professionali, dove ci si misurava davvero con la difficoltà di insegnare e apprendere l’uso adeguato della lingua. Mentre nel resto della scuola italiana hanno continuato a trionfare un insegnamento della lingua di stampo grammaticista anche se sempre meno efficace, l’analisi logica (ritagliata sull’apprendimento del latino, lingua non più disciplinare in tutti i percorsi dell’obbligo da quasi 50 anni!), il dettato e il riassunto (attività "tradizionali"  che sono ampiamente presenti nelle "Indicazioni" che il Gruppo di Firenze vuole revisionare e che nessun allievo di De Mauro ha mai sconfessato nella pratica didattica, ma solo ricollocato in metodologie e procedure più coerenti e funzionali); e, da qualche anno, il ritorno massiccio di un’altra “stupidaggine” (o se si preferisce "demenzialità"): la storia della letteratura nella scuola media inferiore, ancorché secondaria di primo grado!

Noi crediamo che soprattutto negli ultimi decenni la scuola italiana non sia più riuscita a fronteggiare del tutto le trasformazioni in atto nella società italiana, nel sentire diffuso in fatto di cultura e nelle forme complesse della comunicazione di massa. Per certi versi ne è stata in parte travolta. Bisognerà studiarne con cura e serietà le cause, le ragioni, immaginare e sperimentare rimedi efficaci. È una sfida dura e complessa, che richiederà tempo, pazienza e coraggio.
Ed è per questo che deludono e amareggiano profondamente le stupidaggini (per restare in tema) proposte come rimedi dal fantomatico Gruppo di Firenze e sottoscritte da 600 intellettuali per lo più universitari, che forse non si sono accorti (leggere prima di firmare è sempre un po’ faticoso ma necessario) che non stavano solo sottoscrivendo la risaputa e banale constatazione delle carenze linguistiche degli allievi, ma una serie di misure risibili, provocatorie e deleterie.
E che ora Ernesto Galli della Loggia fornisca al tutto un autorevole avallo, non stupisce, conoscendo le sue battaglie, ma amareggia ancor di più. 

Di una cosa vorremmo però che Galli della Loggia, Mastrocola e il Gruppo di Firenze si facessero una ragione: noi continueremo a cercare di insegnare a leggere, scrivere, parlare, ascoltare e capire a chi per molti motivi incontra parecchie difficoltà a farlo, al modo di Don Milani e come auspicava Tullio De Mauro. E lo faremo senza tornare alla “pedagogia linguistica tradizionale” (tra l’altro sempre invocata, ma senza chiarirne i maestri!), che molti hanno continuato a perseguire con risultati non certo migliori dei nostri. E spesso con allievi “migliori”. A loro lasciamo il tempo e la fatica di continuare a ripetere che è colpa di certa politica educativa di sinistra e del lassismo degli anni Settanta se oggi le trasformazioni delle comunicazioni di massa e delle diverse provenienze socioculturali degli allievi rendono assai più difficile imparare a scrivere come piacerebbe all’Accademia della Crusca o anche solo senza strafalcioni. Del resto basta aprire un qualsiasi giornale o sito per rendersene conto!

Note

1. Sull'atteggiamento di Tullio De Mauro nei confronti di alcuni estremismi del '68 si possono leggere le sue stesse parole nella ricostruzione della prima riunione nazionale del Cidi del 1972 (quando si dice le fonti storiche!), da poco qui ripubblicata; e anche il bell'articolo di Domenico Di Russo, Tullio De Mauro educatore, professore, maestro, che pubblichiamo in due parti, rende giustizia della profondità del magistero di Tullio De Mauro e anche della effettiva natura delle sue ricadute educative.

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".