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24/01/2019

Addio, Luciana

di Mario Ambel

Si è spenta Luciana Franzinetti Pecchioli, nata nel 1926 e prima Presidente nazionale del Cidi, da lei fondato con altri nel 1972.

C’è stato un tempo in cui fondare e presiedere un’associazione professionale, anzi, per dir meglio e di più, un “Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti”, significava fondere istanze culturali, didattiche e politiche in un intreccio coerente e inestricabile di pensieri e di azioni, senza per questo tradire la specificità professionale e civile del proprio agire, anzi nobilitandola.

Luciana Pecchioli è stata stratega e interprete di quella stagione. Fondando il Cidi, nel  1972,  e così denominandolo, in accordo con altri, diede ragioni teoriche e concretezza di iniziativa a quell’intreccio, a partire dal principio-guida, quell’articolo 3 della Costituzione, che spesso in questi 40 anni ci ha fatto ripetere: “Ci manda l’articolo 3”.
Fondamentale era, in quella sintesi, l’idea che il pensiero e l’azione che ne derivavano non fossero di natura sindacale (nel Cidi confluirono docenti dell’allora Cgil-scuola, la maggior parte, e anche della Uil e della Cisl, ma significativamente non dei sindacati allora detti “autonomi” o, con minor lode, “corporativi”), ma neppure così strettamente professionale, da occuparsi solo o soprattutto di formazione dei docenti, -intesa come una prioritaria esigenza istituzionale e non come possibile business- , fino a farsi agenzia di formazione.
Difficile forse spiegare oggi di quale intreccio si trattasse e in che cosa si concretizzasse, poiché l'attuale forte latitanza di istanze di questo tipo ne ha fatto sbiadire persino la memoria e la consapevolezza. Si tratta di opzioni, nelle quali il disegno culturale, la professionalità didattica e la visione politica delineavano l’orizzonte verso cui tendere e le scelte concrete da fare, sempre e solo nell’interesse esclusivo della qualità (democratica, non economica) del sistema scolastico.

Certo, allora, questa presenza nelle scuole aveva anche un indiretto punto di riferimento politico in senso stretto, tanto che, nel bene e nel male, si imputava al Cidi dei tempi di Luciana Pecchioli un rapporto organico con l’allora PCI (Partito Comunista Italiano). Ma è altrettanto vero che dell’autonomia del Cidi, rispetto sia ai sindacati quanto ai partiti, Luciana Pecchioli fece un tratto distintivo della sua presidenza. Ed è un’autonomia ribadita e consolidata nel tempo, anche se oggi risulta paradossalmente più facile esercitarla, data anche la fragile consistenza delle attuali politiche scolastiche.

Parlare di Luciana Pecchioli significa quindi parlare di quel Cidi delle origini e di quell’azione politica, perché quelli erano tempi in cui il dirigente di un organismo politico, ancorché forte di carattere e volitivo com’era senz’altro lei, si identificava con le cose che pensava e faceva, senza la seppur minima concessione ad alcuna forma di individualismo. O peggio di presenzialismo.
Eccezion fatta per qualche tratto distintivo: il suo abbigliamento sobrio ma impeccabile, l’acconciatura mossa ma ordinatissima  e i suoi foulard da elegante signora piemontese trapiantata nella vita della capitale, nell’arengo della politica nazionale e nell’atmosfera del maggior partito comunista dell’occidente, come si usava dire allora. E le spesse lenti, che nascondevano gli occhi attenti e vivaci.

Noi, che apparteniamo alla generazione di coloro che oggi vivono (e soffrono) la politica scolastica da pensionati, l’abbiamo conosciuta tra la fine degli anni Settanta e il decennio successivo, quando eravamo giovani insegnanti spesso di prima nomina e lei, nata nel 1926 e poi giovane staffetta partigiana, era già una autorevole intellettuale militante,  con una carriera alle spalle  come austera ed esigente insegnante di matematica a Torino e forte di studi  in ambito scientifico e di concrete esperienze politiche. Fino alla prima Presidenza del Cidi. E da lei e dagli altri maestri di quegli anni, abbiamo imparato quanto sia pesante, impegnativo e complesso il disegno istituzionale di una scuola autenticamente democratica, prima che questa parola si svuotasse di senso, abusata e vilipesa.

Della sua Presidenza, voglio qui ricordare il suo maggior risultato istituzionale: i "Nuovi" Programmi della scuola media del 1979, di cui andava giustamente orgogliosa e che il Cidi, dopo averne a lungo promosso e seguito la gestazione, a lungo difese e divulgò, anche contro la latitanza del Ministero, che, forse spaventato dal tasso di innovazione che contenevano,  faceva ben poco  per promuoverli e farli applicare. Qualche anno dopo, nel 1987, il  Cidi tenne un convegno nazionale dal significativo titolo “I Programmi della scuola media: una sfida ancora aperta”. Nella relazione introduttiva Luciana Pecchioli ripercorse il senso e l’importanza di quella sfida, decisiva per la stessa democrazia del paese.
E risuonano amaramente profetiche alcune sue parole sui rischi che la mancanza di cultura diffusa produca arretramenti e negazioni della democrazia:

Lo sviluppo culturale e tecnologico, estremamente accelerato  negli ultimi decenni, la società sempre più articolata e complessa, il mondo sempre più vicino, rendono necessario un livello più elevato di conoscenze, di abilità, di chiavi di interpretazione  per ogni cittadino: è un fatto di libertà e di democrazia.
È una realtà che può non piacere a qualcuno, ma è una realtà  di cui sarebbe colpevole non prendere atto. E la colpa ricadrebbe sul futuro delle giovani generazioni e di tutto il paese.

E ancora, tra i convegni che ideò e promosse, mi piace ricordare “L’utopia e il progetto” del 1990. In quella circostanza disse:

La scuola è il solo luogo disinteressato che può costruire formazione. Ci sono note la sua insufficienza e la sua fatica le sue carenze e le sue delusioni, eppure certi obiettivi sono irrinunciabili. In un mondo in cui si crede sempre di meno, di cui si lamenta la
perdita di ideali resta tuttavia la convinzione che ognuno ha diritto di conoscere. Non solo perché l'umanità sa di più, e quindi ognuno come cittadino, come produttore e fruitore, ha bisogno di conoscere, ma anche perché la società, se vuol essere democratica ha bisogno del sapere di tutti cittadini. Ha bisogno di cittadini in grado di poter scegliere, che siano in grado di dominare la complessità dei problemi; che non  subiscano o creino essi stessi una barbarie, tanto più pericolosa nel momento in cui sono così profondamente cambiati i mezzi per indurla; che facciano propri anche sul piano intellettuale, i valori di cui abbiamo bisogno: la democrazia, la libertà, l'interdipendenza e la giustizia per tutto il mondo.

Utopia? Certo, forse. Ma senza utopia non si costruisce niente, non si arriva al progetto. E certo al progetto vogliamo arrivare. Per ora almeno vogliamo capire per arrivare a proporlo.

Anche qui parole di amara attualità: “cittadini in grado di poter scegliere, che siano in grado di dominare la complessità dei problemi; che non  subiscano o creino essi stessi una barbarie, tanto più pericolosa nel momento in cui sono così profondamente cambiati i mezzi per indurla”. Quanto vere esse appaiono oggi, in cui ignoranza mista ad arroganza delineano i tratti di una  nuova barbarie a quel che pare sostenuta da un forte consenso! Come non interrogarsi sulle responsabilità da cui anche il sistema scolastico non può sentirsi immune?

Luciana Pecchioli ha lasciato l’associazione da molti anni. Da allora il Cidi ha avuto altri quattro Presidenti e ha visto trasformare il mondo, la scuola, in parte se stesso. Ma soprattutto ha visto sbiadirsi quell’intreccio virtuoso che aveva caratterizzato la sua origine.

ltro e da parte di altri, credo e mi auguro, verrà detto su Luciana Pecchioli e il ruolo e il senso che ha avuto, nella storia della scuola pubblica italiana, l’azione del e dei Cidi. Anzi, questa triste circostanza potrebbe anche essere l’occasione per chiederci se e in che modo siamo ancora interpreti di quella simbiosi fra cultura, didattica e politica capace di pensare e agire una scuola davvero democratica e inclusiva in una realtà profondamente cambiata e, a tratti, persino più complessa e ostile.

Intanto mi sembra una circostanza assai felice, che molto sarebbe piaciuta a Luciana, sempre pronta ad accogliere e stimolare le/i  più giovani insegnanti, poter pubblicare un primo ricordo-riflessione di M. Gloria Calì che, chiamata recentemente dal Cidi di Pescara per un intervento sul senso del Cidi di oggi, lo ha preparato studiando e ritornando alle origini, alla figura di Luciana Pecchioli. Senza sapere che di lì a poco quelle sue riflessioni avrebbero assunto le caratteristiche di un saluto doloroso, ma anche un  ponte fiducioso tra il passato e il futuro nostro e della scuola.

Nei prossimi giorni pubblicheremo anche la riflessione che Alba Sasso tenne su Luciana Pecchioli, nel 2012, in occasione dei 40anni del Cidi.

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".