opinioni a confronto

21/05/2019

Il re è nudo

di Rosanna Angelelli

Prima o poi doveva accadere e di fatto è successo: una insegnante è stata sospesa dal Provveditore di Palermo per non avere ostacolato o impedito ai suoi studenti l’elaborazione e diffusione di un video ritenuto dalle autorità scolastiche, soprattutto in certe sue parti, contraffattorio della verità storica e, per estensione, politicamente non corretto.
Il provvedimento è stato sanzionato nella sua gravità da autorevoli personalità della politica e della cultura italiana, da associazioni professionali degli insegnanti tra cui il Cidi, dai sindacati, in primis dalla FLC-CGIL, insomma c’è stata una sacrosanta reazione di rigetto nei confronti di una sanzione che crea un precedente pericoloso: attribuire a un insegnante la responsabilità di scelte di pensiero e di atti degli studenti (in questo caso la confezione di un video composto di immagini fisse e con un commento vocale fuori campo) su tematiche delicate quali la Shoah, esempi di razzismo, esempi di mancata salvaguardia dei diritti umani. Il video è stato proiettato in occasione della Giornata della Memoria, vale a dire ben quattro mesi fa, e nell’inchiesta mi pare sia stato considerato come il principale corpo del reato.

E allora analizziamo questo video, che potrebbe essere considerato anche come un esempio, oltreché imbarazzante, significativo di come alcuni studenti della scuola italiana (un Istituto tecnico) hanno tematizzato aspetti problematici della storia contemporanea. (In questo senso valgono anche le osservazioni che Stefano Bartezzaghi argutamente e acutamente fa nell’articolo “Il registro social della prof”La Repubblica, 19.05.2019.)

 Il video innanzitutto si apre con una scritta letta da una voce giovanile fuori campo, che dice: “Drammaticamente la storia si ripete e quello che è successo ieri accadrà domani.”
 La frase, lapidaria nella sua chiarezza, si rifà a un'interpretazione “classica” del comportamento umano, variamente e ragionevolmente criticata dalla cultura filosofica e storica moderna, intrisa comunque in una prospettiva antropologica solo all’apparenza illibertaria: infatti, se la storia, come si diceva nella valutazione degli antichi greci e romani ma anche di alcuni politologi del nostro passato remoto (Machiavelli in testa), si ripete drammaticamente, lo studioso, ripercorrendo in modo critico strade non nuove, può pur sempre attivare una sua preveggenza e trovare quelle possibili strategie di difesa dalla similarità dei fatti. E di proposito scrivo  similarità, perché anche il più rigido strutturalista sa che i conti sull’umanità non sono mai costantemente precisi né uguali.
Ma oggi, l’analogia storica (da cui  è derivato, in una banalizzazione dell’interpretazione, il detto “Historia magistra vitae”) è stata ridimensionata dalla scienza moderna e dalle teorie del caos: l’obbiettivo degli studiosi, allora, è stato piuttosto quello di decostruire i repertori universali del passato, di frantumare le narrazioni ufficiali, di spostare la lente dell’osservazione dai macro ai micro eventi, con il risultato che spesso ci si è lasciati travolgere, nell’esaltazione delle nuove riletture, da un vero e proprio sconforto sulla possibilità di proteggere l’uomo dalla sua stessa complessità e ambizione. Questo ha finito col provocare anche forti alibi all’inganno e al disimpegno politico, in una vulgata in cui tutto appare nello stesso tempo possibile e incolore.

Stando così le cose, a chi il nostro Paese ha affidato le testimonianze per educare i giovani alla comprensione degli aspetti sempre più complessi e contraddittori del vivere umano, fino al naufragio esistenziale, prima ancora che economico e politico, della globalizzazione? Noi abbiamo scelto le entità seguenti: dentro la scuola, la politica scolastica delle prescrizioni, delle cautele e dei distinguo ereditate dalla prima Repubblica; i programmi di storia elefantiaci (le partizioni tematiche ci sono ancora tutte, come cinquanta anni fa e, anche se è cambiata un po’ la distribuzione degli argomenti nel curricolo, permane la riproposizione di narrazioni semplificate pur nella bulimia dei dati). Sta di fatto che  “non si riesce mai ad arrivare al presente”, lamentano gli insegnanti, il che vuol dire che i ragazzi sono mantenuti paradossalmente a distanza dalla loro stessa vita, misurata in  conflitti e competizioni su miserevoli schemi.  Nonostante, dal 1997, si ripetano le sollecitazioni ministeriali ad affrontare il “Novecento”. Fuori della scuola, invece, a loro è dedicato il bombardamento dell’informazione più disparata, della politica urlata attraverso l’aggressiva pervasività dei mass media e il martellamento visivo e auditivo dei social.
Nessuna meraviglia allora se i giovanissimi palermitani di un istituto tecnico (meritoriamente di un istituto tecnico!) hanno scelto una  prospettiva “remota” della storia. In questo presente senza profondità, o meglio, preda di rimozioni favorite dalla propaganda politica ed economica più smaccata (nulla è cambiato, anzi tutto si è aggravato rispetto alle osservazioni profetiche degli “Scritti Corsari” di Pasolini), i ragazzi hanno probabilmente scoperto che per affrontare complessità e delusioni sotterranee del loro presente bisognasse ricostruirne uno spessore storico, trovare un legame tra presente/passato più con il criterio dell’analogia che della differenziazione. Un criterio di sorprendente lunga durata, quindi.

Quando spolveri il sacro ripostiglio
che chiamiamo “memoria”
scegli una scopa molto rispettosa
e fallo in gran silenzio.

Sarà un lavoro pieno di sorprese –
oltre all’identità
potrebbe darsi
che altri interlocutori si presentino –

Di quel regno la polvere è solenne –
sfidarla non conviene –
tu non puoi sopraffarla – invece lei
può ammutolire te –

(Emily Dickinson, Tutte le poesie,  Mondadori, Milano 1997)

Tornando al video, appena dopo la frase introduttiva, l’incipit viene occupato da una citazione molto complessa (e altrettanto sorprendente per la sua profondità), tratta da “Tutte le poesie” di Emily Dickinson. La riassumiamo: rispolverare “il sacro ripostiglio della memoria” richiede una “scopa rispettosa” e un’azione “in gran silenzio”. Una modalità questa che ci sembra largamente condivisibile per due motivi: se avremo usato la memoria come fonte di riletture necessarie del sostrato nascosto del nostro vissuto,  anche il presente acquisterà una configurazione diversa; se la ripulitura sarà stata fatta in modo “rispettoso”, vale a dire senza strappi e schematismi, e soprattutto in riflessivo silenzio, troveremo sia i semi necessari per rendere fertile una continuità, sia quell’atteggiamento di coraggiosa prudenza che ci fortifica dalle sorprese. Del regno della memoria “la polvere è solenne / sfidarla non conviene” - puntualizza Dickinson - e “sarà un lavoro pieno di sorprese” in quanto “oltre all’identità potrebbe darsi che altri interlocutori si presentino”. Come può darsi che il passato ci sopravanzi, e questa forse è l’eventualità più inquietante di tutta la citazione.

Nella buona sostanza, fare i conti con il passato è la difficoltà dell’uomo e dello storico, come è diventato arduo per la nostra cultura mass mediatica fare silenzio, per rivedere lucidamente i fatti estraendoli dalla polvere del sacro ripostiglio delle memorie, un ripostiglio misterioso, una specie di caverna platonica dove le immagini illusorie sono proiezioni di una realtà invisibile che sta altrove. Questo silenzio, questa rispettosa concentrazione che serve a perlustrare le caverne di una coscienza esitante e incerta, è esattamente ciò che manca  alle riletture odierne del passato da parte di noi adulti, stratificatosi senza il concorso della lucidità – irraggiungibile solo per mancanza di tempo?-, occultato dalla polvere delle nostre illusioni, paure e convenienze.   

Ma a scuola non si deve far mancare il coraggio di quella lettura  a un giovanissimo che voglia togliere dall’atto della propria conoscenza la polvere delle mistificazioni, dei divieti, delle gabbie, pena la catastrofe formativa in un presente che ci appare orrendamente privo di progettualità e di futuro.  È un suo diritto sacrosanto provarci, come hanno tentato di fare i giovani studenti palermitani, scegliendo questa citazione così complessa e cercando di inverarla in una non facile trasposizione in immagine di alcuni fatti. Essi hanno disposto entro quadri spazio temporali di riferimento il prima (a partire dalle leggi razziali del 1938) e il dopo (che per loro sono il mentre e l’oggi), comparati insieme in un confronto tra un “passato che non passa” e un presente che, sia pure denso di attualità, attinge da quel passato irrigidito e brandito come minaccia.

Gli studenti di Palermo hanno letto alcune leggi della nostra storia, e ne hanno cercato autori e sostenitori, in sostanza hanno cercato di “sapere” per non parlare a vanvera, e hanno esposto i documenti nella modalità che appartiene alla loro cultura: la schermata, il frammento, la finestra, la slide, lo spot, tra cui campeggiano le immagini  e il suono della loro voce. Sono stati criticati per la mancanza di un discorso diffuso, di una elaborata argomentazione, ma del resto, noi adulti non li abbiamo forse lasciati comunicare e apprendere così sin da piccoli?
Con altrettanta immediatezza (e con indubbia imprudenza politica) non hanno avuto remore a presentare  la foto di uno dei responsabili della odierna politica italiana di contenimento dei  diritti umani. E perché non avrebbero dovuto farlo? Salvini è o non è l’attuale Ministro dell’interno del nostro Paese e il promotore/esecutore degli attuali provvedimenti di sicurezza e di ordine pubblico? Perché non presentare la sua foto come un documento identitario scontato, una icona, tanto più che la sua immagine compare, e in varie fogge, dappertutto? Anzi, il tono della voce del ragazzo, che scandisce fuori campo i punti e i provvedimenti della legge sulla sicurezza, è inusualmente pacato, a differenza di come sono fatti i resoconti vocali della maggior parte dei giornalisti e dei politici odierni.
Ma allora, dov’è lo scandalo?

Esso c’è e si annida nei vari aspetti della cultura e della politica contemporanea: c’è nella consuetudine di  prendere posizione, almeno in rete, senza alcuna verifica dei fatti, tampoco di quelli storici  e specialmente di quelli contemporanei.
C’è nell’uso politico della storia, che esercita ormai un’azione largamente discriminatoria e manipolatrice di qualsiasi evento troppo insidioso o morbido agli occhi di una opinione pubblica sempre più famelica di discussioni senza costrutto e di vocianti resoconti di maniera.
E, a sconfortante corollario di questo uso strumentale della storia, noi percepiamo da tempo che per eventi quali la Shoah, c’è stata una sorta di cristallizzazione celebrativa, tanto che il monito “Per non dimenticare” non si capisce più a chi dovrebbe essere rivolto. Noi pensiamo agli italiani viventi dell’oggi, nella fattispecie i giovani, i quali per acquistare la memoria di un  passato che non hanno per loro fortuna conosciuto nella sua violenza sopraffattoria, ne dovrebbero individuare con assoluta libertà critica le tracce di permanenza nel presente, altrimenti le loro acquisizioni rimarrebbero nell’ambito di una precettistica decontestualizzata dall’esperienza e quindi destinata a scemare via via nelle coscienze. Ma è proprio questo dinamismo prospettico a dare fastidio, specie se inserito nella carne viva della contemporaneità.

Perfino la storia passata, ricostruita su documenti oggettivi e confrontata con il presente, turba e disturba. Non ne parliamo quando essa fa da supporto a una didattica istruttiva ed educativa. Colpiscono infatti le parole piene di dolente dignità dell’insegnante repressa nell’intervista data al “Corriere della Sera”  : “…La mia vita non è altro dalla scuola… La ferita più grande: allontanarmi dalla scuola e dire che il mio lavoro è fatto male… Il mio obbiettivo è stato sempre di cercare che i ragazzi siano attenti ai fatti della realtà, a farsi le loro opinioni liberamente…” [1].
Lo scandalo, allora, c’è anche nella contraddizione tra gli obbiettivi e i contenuti di insegnamento della storia prescritti dalle Indicazioni nazionali 2012, e il controllo politico (della Digos!) sul lavoro dell’insegnante stessa.
Il Ministro Bussetti ha cercato di scaricare le responsabilità del grave atto di censura sul Provveditore di Palermo, in nome, pensiamo dell’autonomia scolastica, che, in questo caso, è anche autonomia regionale. Ci chiediamo allora, e con viva preoccupazione, se quanto è successo, grave non solo nella pena comminata all’insegnante, ma anche per la svalutazione di un lavoro professionale pienamente conforme alle Indicazioni e tradotto dagli studenti in  una loro, sia pure traballante, personale rielaborazione, potrebbe essere un precedente: per interventi specifici di un regionalismo differenziato che si fa burle delle leggi e dell’Autorità centrale. Ci chiediamo infine, quale insegnamento della  “nuova” e discutibilissima materia di Educazione civica sarà ritenuto politicamente corretto se esso, ci si perdoni, non si dovesse esaurire nello studio del pur nobile codice di Hammurabi.  

 

Note

1. "Parla la prof di Palermo sospesa per il video su Salvini: «Allontanarmi dalla scuola è la ferita più grande»", Corriere TV, 16.05.2019.

Parole chiave: il caso 05.19

l'autore

Rosanna Angelelli Di formazione classica, già insegnante di materie letterarie nei licei, è da anni redattrice di "insegnare".

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