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26/06/2018

Quando il Maestro ti crea la primavera...

di Valentina Chinnici

... ovvero l’autorità dell’insegnante dopo la pedana

 al Maestro Croce Costanza, con gratitudine

Quando tua figlia di sei anni esce dall’ambiente protetto della scuola d’infanzia, puoi solo sperare che trovi le mani giuste ad accoglierla nella scuola primaria. Ho sempre ammirato le mani dei maestri e delle maestre. Mani molto più avvezze delle mie a costruire, creare, dare forma alla fantasia. Un ottimo maestro, insomma, un po’ come la madre di uno degli ultimi libri di Massimo Recalcati, si riconosce dalle mani. Ho ancora impresso lo sguardo fiero di mia figlia, quando, entrando nella sua classe a portarle un quaderno che aveva dimenticato, mi ha indicato con un cenno il soffitto dell’aula. Era il 21 marzo e il maestro aveva appena spiegato la Primavera. Anzi no. Non l’aveva spiegata: l’aveva creata per i suoi alunni, insieme a loro. Dal soffitto pendevano infatti, legati con nastri colorati, diversi vasetti con tante piante fiorite. Lo stesso aveva fatto il Maestro Croce in autunno, quando dal soffitto pendevano stavolta nuvolette piovose, e sempre per i suoi alunni il Maestro aveva scritto la storia di Nuvolare, un bambino con la testa fra le nuvole, che gli alunni e le alunne stesse avevano impersonato, scandendo un ritornello che ormai risuonava in ogni casa: “Nuvolare sta con il naso all’insù, poi si addormenta e casca giù…”.

L’ultimo giorno di scuola il Maestro ci ha riunito per rivedere il film di un anno scolastico, montato insieme a un genitore. Il titolo da solo vale un corso di formazione per docenti (e qui non voglio aprire parentesi polemiche su quello che la formazione è diventata invece nel mercato attuale): “Rime divertenti per bocche senza denti: percorso linguistico espressivo e creativo per la fonetica e la dizione della parola”.

In breve, quello che ogni insegnante dovrebbe saper fare ogni giorno. Ossia, partire dal vissuto dell’alunno, da un evento agli occhi degli adulti quasi insignificante, ma che ai bambini ha sconvolto il quotidiano, ossia la caduta dei primi dentini, per imbastire un percorso didattico fatto di rime, filastrocche e scioglilingua, curando la dizione, l’intonazione, l’espressività. Semplice ma indimenticabile, perché ha intercettato appunto il vissuto emozionale oltre che intellettivo del bambino.

 La scena finale del filmato è stato un tuffo al cuore per tutti noi genitori, che a stento abbiamo dissimulato la commozione. Non c’erano più solo le mani del maestro, ma il suo corpo stesso sommerso dall’abbraccio festoso e caloroso dei suoi bambini, i nostri bambini. Il maestro per terra, come l’allenatore dopo la vittoria di una finale, soffocato dalla gioia straripante dei suoi allievi, senza perdere per questo nemmeno un briciolo della sua indiscussa autorità. Con buona pace dei vari Soloni che discettano di scuola autorevole sul Corriere della Sera, proponendo il ritorno alla pedana e al grembiulino nero, e che mai riusciranno a immaginare che in una prima elementare di una delle tante scuole di Palermo, si è appena conclusa una straordinaria “avventura pedagogica” [1] che ha (in)segnato per sempre le vite di 24 bambini e bambine.

Eppure in questi anni è proprio questa scuola, fatta di prassi realmente inclusive e democratiche, ad essere finita sotto attacco. Ormai scopertamente Don Milani, che della scuola democratica è stato uno dei costruttori, viene messo in discussione e accusato addirittura della morte della buona e austera scuola del tempo che fu. Riuscire a insegnare e soprattutto a fare imparare concetti anche ostici, con leggerezza e creatività, sembra diventato un disvalore: questa scuola, che noi del Cidi chiamiamo democratica e inclusiva, e che è la strada indicata da intellettuali come De Mauro e Maestri come Gianni Rodari e Mario Lodi, viene oggi etichettata come “facile” e “buonista”, come la scuola delle scorciatoie, del disimpegno e dell’insegnamento a rifuggire la fatica.

Ma al di là dei maestri contemporanei, che sognavano una scuola improntata all’articolo 3 della Costituzione italiana, non è difficile rintracciare una tradizione ancora più “autorevole”, non fosse altro perché millenaria: basterebbe ricordare, infatti, che era Plutarco, e non un sessantottino scapestrato, a scrivere che “gli alunni non sono vasi da riempire ma fiaccole da accendere”. Nella cultura ebraico-cristiana, poi, se vogliamo guardare al Rabbi per eccellenza, il “successo” di Gesù Cristo si deve anche al “metodo” di insegnamento: parlava a tutti e a tutte grazie alle parabole, racconti semplicissimi di cui poi forniva egli stesso al bisogno la chiave ermeneutica, ammaestrava ovunque, in barca o a tavola, con gesti forti e chiari come e più delle parole (lo spezzare il pane, il moltiplicare/condividere i pesci…). E soprattutto, da sapiente maestro ebraico, parlava seduto in mezzo alla folla, non abbisognando certo, per darsi un tono, del piedistallo o della pedana. Infine, gioverebbe tenere ferme le parole dell’autore della Repubblica, e non parliamo di Scalfari, ma di Platone, che 2500 anni fa dava voce al suo Maestro Socrate in questo modo.

"In conclusione", ripresi, "l'aritmetica, la geometria e tutta l'educazione propedeutica che va impartita prima della dialettica devono essere proposte sin dall'infanzia, senza però conferire all'insegnamento una forma costrittiva".
"E perché?"
"Perché", risposi, "l'uomo libero non deve imparare nulla con la costrizione. Le fatiche fisiche, anche se sono affrontate per forza, non peggiorano lo stato del corpo, mentre nessuna cognizione introdotta a forza nell'animo vi rimane".
"È vero", confermò.
"Quindi, carissimo", continuai, "non educare i fanciulli negli studi a forza, ma in forma di gioco: in questo modo saprai discernere ancora meglio le propensioni naturali di ciascuno".
"Le tue parole sono sensate", disse. [2]

 

Note

1. Riprendo qui il sottotitolo del libro di un altro grande maestro, Franco Lorenzoni: I bambini pensano grande. Cronaca di un’avventura pedagogica, Sellerio Editore, 2014.
2. Platone, Repubblica, VII, 536d sgg.

l'autore

Valentina Chinnici Docente di italiano nella scuola secondaria di I grado e Dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina, è Presidente del Cidi Palermo

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