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20/11/2014

Non perdere la ragione

di Gianna Di Caro

Testo inedito del settembre 2001*

 All'inizio di una guerra o alla vigilia della sua esplosione si produce una sorta di accecamento, di regresso della ragione che non è ancora frutto degli orrori della guerra (questi arrivano nel corso del suo svolgimento), ma della condizione collettiva in cui, nel mondo della comunicazione, assumono corpo e forma la volontà aggressiva degli uni, la paura degli altri. Gli effetti perversi incominciano da subito, quando la guerra è ancora minaccia, scatenando emozioni che colpiscono il pensiero, paralizzato dall'azione congiunta di aggressività e impotenza, odio e paura. Prima ancora dei corpi, sono le menti a soffrire la perdita. È proprio in questi momenti allora che non bisogna perdere la ragione.

Non bisogna perdere la ragione tanto più se il luogo dove passiamo il nostro tempo di lavoro insieme ai bambini, ai ragazzi, ai giovani, è il luogo stesso deputato alla conoscenza, alla ricerca, alla responsabilità etico-civile, al pensiero riflessivo, in una parola, all'esercizio della ragione: se siamo a scuola. La scuola non può diventare l'eco che amplifica e rimanda l'evento massmediatico, approfondendo l'orma lasciata dalla forza dell'impatto emotivo; se questo accade, il disagio, la paura, la perplesssità degli studenti non vengono superati o attenuati, perché ciò che appare inesplicabile non si domina, lo si può soltanto subire e allora continua ancora a fare paura, a generare insicurezza e disagio. Ma la scuola non può neppure prestarsi a diventare il luogo dove si impara che il mondo è diviso in due: da un lato i buoni, dall'altro i cattivi, suggerendo una drastica semplificazione della realtà. Una visione di tal genere, riduttiva e parziale, asseconda schemi interpretativi elementari e falsamente rassicuranti (rassicuranti, evidentemente, per chi si identifica con i “buoni” che... vincono sempre...) bloccando la possibilità di crescita del pensiero verso modelli di spiegazione più articolati e complessi; fa arretrare inoltre anche la conquista di una idea di umanità che rifiuta primitive e aprioristiche contrapposizioni, cercando di capire i conflitti senza strappare quel tessuto di esperienze la cui trama è stata intessuta da tutti, con i suoi nodi e i suoi percorsi, e che tutti ci riguarda, come abitanti di questo pianeta.

Noi insegnanti sappiamo che la scuola è scuola quando insegna che le cose hanno un nome e che uno dei modi per capire noi stessi e gli altri è condividerne il significato: prima ancora di dichiararci d'accordo o di dissentire dobbiamo sapere di che cosa stiamo parlando. L'apprendimento del linguaggio da parte del bambino prima, l'ingresso nell'universo della cultura poi, passano attraverso questa condivisione che è fatto psicologico e sociale e che è alla base dei “si”, come dei “no”, vale a dire delle scelte di campo.

Sappiamo che a scuola si insegna a connettere e a distinguere: sono queste operazioni cognitive entrambe necessarie per comprendere qualunque fenomeno;            
- sappiamo che nella scuola si realizza il mondo della conoscenza, dove non solo si impara a narrare, a descrivere, a spiegare, ma dove si acquisiscono l'alfabeto, la grammatica e la sintassi per leggere e interpretare il libro del mondo conosciuto e da conoscere;
- sappiamo che la scuola è il luogo della ricerca della verità e che questa ricerca è fatta di impegno prolungato, di consapevolezza della possibilità dell'errore, di lavoro comune, di pluralità di punti di vista;
- sappiamo infine che nella scuola si sperimentano le prime forme di socializzazione secondo le regole, nell'ambito del primo e diretto incontro con il mondo delle istituzioni; pertanto la scuola deve non solo garantire la possibilità di formulare il discorso che legittima o condanna i comportamenti, ma deve anche offrire le condizioni che spiegano i conflitti e le loro possibili soluzioni.

Per queste considerazioni che non sono di oggi, ma che sono il frutto di anni di lavoro, d'esperienza e di ricerca professionale da parte del C.I.D.I. sentiamo la necessità di ribadire, proprio in questa drammatica circostanza, l'importanza delle parole:
- lottare contro il terrorismo , cercare di punire i colpevoli non equivale ad allestire flotte, a mobilitare uomini, inviare aerei per aggredire stati e popoli, per scatenare una guerra.
Di fronte ad una situazione di guerra annunciata non è sufficiente fermarsi all'evento scatenante, per quanto drammatico e riprovevole esso sia, ma è necessario risalire al contesto politico ed economico, di breve e medio periodo, in cui sono maturati sia l'escalation terroristica, sia la minacciata risposta militare indiscriminata. Si tratta, in definitiva, di connettere un evento a una situazione complessa dalla quale riceve nuova luce: gli eventi fanno precipitare una situazione e giocano senza dubbio un ruolo importante, ma sono inesplicabili se non vengono contestualizzati (nella comprensione storica si parla anche di distinguere fra occasioni e cause).
Comprendere significa anche distinguere, si è detto, e qui le distinzioni da fare sono molte; tra queste bisogna dire che le scelte religiose dei singoli e dei popoli non vanno identificate con le cause di irriducibili antagonismi, e non solo perché la pluralità di fedi di per sé non è mai stata il primo fattore all'origine di guerre, ma soprattutto perché questa identificazione metterebbe in ombra cause materiali e concrete, come il possesso di un territorio o il controllo di una risorsa strategica  quale il petrolio, che sembrano avere più peso nei conflitti e nel sistema internazionale delle alleanze.

Entrare nel mondo della conoscenza, in questo caso, significa anche mettere a fuoco questioni che fanno parte del contesto in cui viviamo, quali, ad esempio, la questione palestinese, la politica attuale della destra israeliana, l'accentuarsi del divario fra ricchi e poveri nel mondo, i legami tra apparati militari, apparati politici e sistema economico.
Dare spazio alla ricerca significa vedere quali sono le forme di cui si dispone per evitare la catastrofe della guerra, perché
- giustificare la guerra non significa estirpare il terrorismo, ma creare le condizioni perché si perpetui, aumentando l'area di coloro che, avendo perso tutto, possono giocarsi anche la vita purché questo significhi colpire il nemico o il presunto tale.
Riprendere a ragionare contro la minaccia della guerra significa dare alla scuola il suo senso più autentico e più alto, riconoscerla come luogo della ragione e della conoscenza, e, proprio per questo, come luogo dove si impara che esistono anche contrasti e conflitti. Impararlo significa non accettare il ruolo che il gioco ci assegna, come se fossimo parte di una simulazione programmata, ma cercare le risposte che ci portano a risolvere il conflitto, a impedire che degeneri, a mettere in atto quell'esercizio della ragione che preferisce alla domanda "come posso distinguere i mio nemico?" quest'altra: "come posso risolvere il problema che ci ha fatto diventare nemici?"

* Proponiamo ai  lettori di "insegnare" questo  inedito postumo di Gianna Di Caro,  fondatrice e a lungo Presidente del Cidi Torino, che scrisse dieci giorni dopo l'attentato dell'11 settembre. Si tratta di un testo  che ci dice cose molto attuali sulla guerra, sulla follia umana, sul modo di reagire al “regresso della ragione”, su come è possibile capire gli eventi drammatici della storia e soprattutto su che cos'è o dovrebbe essere la scuola. E anche il C.I.D.I. (maiuscolo e puntato, come Gianna scriveva l'acronimo della nostra associazione...) E ci sembra si tratti di argomenti sui quali sia forte e attuale la necessità di leggere qualcosa di sensato...  [m.a.]

l'autore

Gianna Di Caro Insegnante di storia e filosofia nei licei di Rimini e Torino, fondatrice e a lungo Presidente del Cidi Torino, esperta di didattica della storia, è mancata nell'estate del 2005.

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