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15/03/2014

A proposito di "inclusione"

di Luigia Amoroso

Inclusione: la parola tradisce alcune ambiguità di una storia non risolta: irresoluzioni capaci di dissolvere tappe e tracce di un’innovazione presunta, risucchiandole nel solco buio del buon vecchio Occidente, storicamente capace di promuovere al contempo democrazia e discriminazione…
Fare chiarezza su ciò che si intende con un termine comporta in genere un riesame critico e profondo di ciò che si vuol dire, un antidoto al veleno latente e invasivo messo in circolo da parole che pericolosamente dicono e contraddicono, spesso anche al di là delle intenzioni di chi le usa. Che almeno una ragione di tanti pregressi fallimenti non stia proprio nella insufficienza o mancanza di un simile approfondimento?

Ogni innovazione è tale se porta una radicale emancipazione da schemi pregressi e se contestualmente libera una effettiva invenzione. Questo miracolo non può prescindere dai sensi delle parole che lo chiamano, senza le quali esso appunto non si verificherebbe. Se ciò fosse vero, pur nella consapevolezza di una impossibilità di luce definitiva, anche solo per prudenza, varrebbe la pena tentare di schiarire ogni ombra che possa essere schiarita, così da circoscrivere con fermezza un qualche nucleo di evidenza.

Pensando a inclusione, diciamo subito ciò che convince: convince la sua accezione, in quanto contrario di esclusione. Escludere infatti non sta in piedi prima di tutto sul piano logico: si affermerebbe che una parte (qualcuno) svaluti/scarti un’altra parte (qualcun altro) sulla base di criteri che violano un principio riconosciuto come universale, l’uguaglianza. Dunque, chi si dichiara democratico è tenuto a riconoscere in qualunque caso lo spazio psico-fisico di esistenza che un soggetto, consapevole o no, comunque viene a occupare nel mondo. Per questo non tiene la possibilità di “tirar fuor” qualcuno da luoghi dove altri invece possono stare.

E tuttavia capita che anche chi si dichiara democratico pratichi l’esclusione accettando acriticamente la contraddizione che ne deriva. Pensiamo come esempio tipo a un uso discriminatorio e screditante della plurinvocata meritocrazia: non si aprono a tal proposito ampi interrogativi? E a ben vedere anche il termine inclusione sembra inchiodarsi a un paradosso: esso nega chiaramente l’esclusione, eppure richiama il concetto di chiusura che a sua volta evoca il significato di un dentro, con conseguente contrapposizione a un fuori. E qual è questo confine? Chi lo traccia? O per meglio dire: chi lo avrebbe già tracciato? É forse possibile accettare che esso trapeli come fenomeno innocente? Forse in questo subdolo ritorno al principio di esclusione pure, al contempo, negato, si rinnova il vizio assurdo di una civiltà che si avvolge a spirale: appunto quella stessa che, mentre teorizzava la democrazia, praticava lo schiavismo e imponeva al mondo il suo modello tiranno.

Queste contraddizioni, misconosciute o rimosse, queste ambiguità azzoppano ogni tentativo di slancio, fatalmente fanno ricadere su se stessa ogni volontà di spinta, producendo solo mistificazioni. E il guaio è che non ce ne facciamo consapevoli: continuiamo anche in buona fede a rilanciare… e più ci spostiamo in avanti più ci avvolgiamo in un moto apparente, salvo poi a fermarci di fatto quando il passaggio da una voce all’altra raddoppia gli effetti della forza centripeta e ogni movimento viene neutralizzato. Sappiamo infatti le tentazioni mistificanti e qualunquiste che ci hanno atteso al varco in ogni passaggio di innovazione puntualmente non compiuta: il verticalismo mischiato alla rete dell’autonomia, la sua autoreferenzialità intrecciata alla sperimentazione; la collegialità dei tempi monchi, delle teorie di firme su apposito modulo (una più una, a simulare il “Consiglio”), delle commissioni monocefale, delle votazioni ignoranti ecc., procedimenti stranianti eppure stranamente tollerati come originali o buone copie.

Ma se la società delle molte culture e la scuola degli svariati soggetti può esistere, ciò sarà solo grazie al coraggio e alla fantasia cui si riferiva l’articolo su insegnareonline nel ricordo di Mario Lodi. Il coraggio è quello di una passione di ciò che è reale e della sfida all’incognita che brucia ogni possibilità di recinto/chiusura, aprendo un territorio di ricerca a 360 gradi. Qui scorreranno tutti gli imponderabili casi di una realtà non catalogabile né riconducibile a modelli di sorta, in sfida a qualunque gratuita semplificazione, che oggi per esempio sgomita più che mai nella sarabanda dei referti medici, posti a salvaguardia dell’anomalia.

Il coraggio è uno sguardo complesso che abbraccia una sola categoria iperonima: il soggetto discente. Al suo interno stanno lo psicopatico, il ritardato, il disgrafico, l’entusiasta, l’iperattivo, il depresso, il geniale, il normodotato, facce che peraltro, per imponderabili alchimie, in buona parte potrebbero anche convivere in uno solo dei nostri studenti. Ciò che conta è, per l’appunto, che si perdano le paratie e le ipocrisie delle diagnosi usate per timbrare gli individui, che si continui a comprendere senza sconti di comodo, che si affronti il grandioso problema dove la fantasia del docente si configura come un prerequisito necessario per annodare quotidiane ipotesi di soluzione. Ma certo da sola la mera funzione docente non basta, soprattutto a considerarla nella desolata solitudine in cui oggi essa ripiega, necessitano mille altri supporti, anch’essi da immaginare.

Dunque per prima cosa occorrerebbe liberare il campo da pericolose zavorre. Sarebbe auspicabile sottoporre a severo esame le parole che lanciano l’innovazione: forse, alla luce delle considerazioni svolte, più che di didattica dell’inclusione sarebbe più opportuno parlare di didattica della complessità, parola chiave, in questi tempi di postmoderno, proiettabile sulle svariate forme della nostra civiltà in trasformazione.

 

Immagine

K.H. bistrot, by insegnare


 

 

l'autore

Maria Luigia Amoroso docente di lettere nella scuola secondaria di II grado, membro della segreteria del cidi di Pescara

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