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29/12/2015

Raccontare l'orrore

di Gian Paolo Bortone

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

(E. Montale)

È possibile raccontare l’orrore? È una domanda che soggiace a molta parte della letteratura del Novecento. Ed è anche la domanda di chi venga sorpreso dalle improvvise immagini di una barbarie non preventivata e non giustificabile.

Secondo Lyotard, la nostra epoca, il cosiddetto postmoderno, ha segnato la fine di tutte le grandi metanarrazioni (religiose, politiche, ideologiche in genere), ossia di quei racconti che fornivano un senso all’interno del quale rileggere la storia e i singoli eventi. Eppure in queste ore, da più parti, una grande narrazione si va affermando: siamo in guerra. Meglio: hanno portato la guerra dentro le nostre città, le nostre case. Assistiamo ad uno «scontro di civiltà» che vede noi Occidentali contrapposti al mondo islamico. Si tratta di una narrazione potente perché inquadra velocemente la situazione in uno schema binario (noi – loro) distinguendo in maniera istintiva e, allo stesso tempo manichea, il bene e il male.
Solo che si tratta di una rappresentazione che non corrisponde alla realtà. In primo luogo, perché come ben sa chiunque non si sia limitato a studiare l’Islam su Topolino o sui libri della Fallaci, non esiste una comunità islamica, ma ci sono molteplici comunità in una dispersione di correnti, spesso ostili l’una all’altra, che non conosce e riconosce nessuna figura carismatica e leadership condivisa. In secondo luogo, perché (come già era emerso in occasione degli attentati alla redazione del giornale Charlie Hebdo) questo terrorismo è autoctono, prodotto in casa, a chilometro zero.
Al momento le notizie a nostra disposizione sono ancora poche; tuttavia, Le figaro parla di attentatori «giovani e bianchi»; uno degli attentatori, inoltre, sarebbe stato identificato e sarebbe cittadino francese; sul corpo di un altro è stato rinvenuto, invece, un passaporto siriano. Non mi sorprenderebbe se si scoprisse che quasi tutti gli attentatori fossero francesi e che avessero frequentato le laicissime scuole di Francia. Il che porterebbe, come già in passato, ad una drammatica evidenza: non c’è nessun «noi contro loro», nessuna contrapposizione tra nemici facilmente identificabili.
D’altra parte, come alcuni studiosi del fenomeno fanno rilevare (cf ad esempio O. ROY, «L’islam face au terrorisme», Le Monde, 10/1/2015), il tratto distintivo di questa nuova generazione di terroristi è il rifiuto di identificazione con una comunità, l’antagonismo verso le formule e riti tradizionali dell’Islam, l’insofferenza verso l’atteggiamento di quieto vivere dei propri nonni e dei propri genitori.
È una generazione cresciuta in Occidente che parla la lingua dell’occidente e che crea legami su internet o sui social, che viene addestrata alla violenza dalla microcriminalità del quartiere e che, una volta finita in carcere, viene reclutata. Esclusi, relitti della società che trovano una nuova comunità, carica di violenza e di una radicalità che rappresenta una risposta alla frustrazione del loro essere emarginati, una frustrazione che è parallela a quella dei ragazzi delle nostre periferie.

La religione, evidentemente decurtata di ogni riferimento spirituale e trascendente, diventa un catalizzatore di rabbia e insofferenza sociale e rigurgito di nuove identità. K. Marx parlava della religione come «oppio dei popoli», ossia una droga che stordisce il popolo impedendogli di prendere coscienza della propria situazione di sfruttamento, una sovrastruttura ideologica funzionale al mantenimento della società capitalista e ai suoi cristallizzati rapporti di forza.
Oggi, invece, proprio la religione sembra essere un’opposizione (forse l’unica) al sistema capitalista che non solo elementarmente soggiace alle politiche economiche liberiste o neoliberiste, ma più efficacemente indirizza i cambiamenti delle comunità politiche in organismi sempre più espropriati di sovranità e, ancora di più, modella la nostra società dei consumi.
Cresciuti nel mito dell’illuminismo, sfoggiamo tanto retoricamente i valori e gli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità, quanto più spesso li sconfessiamo nelle politiche e nelle scelte dei nostri Paesi, salvo poi ricordarcene in momenti come questi. Chi è fuori o ai margini di tutto questo può vedere nella religione, e in particolare nell’Islam, un raccoglitore di tutte le domande inevase, delle contraddizioni delle nostre società.
Ovviamente, la religione è altro; ovviamente, si tratta di una declinazione radicale di un messaggio religioso, ma il rischio c’è e sarebbe disonesto negarlo. Questo, però, non vuol dire che siamo in guerra contro l’Islam o contro i musulmani. Al contrario, dobbiamo impegnarci per eliminare o ridurre le sacche di emarginazione presenti nelle nostre città, nelle nostre periferie. Povertà, disperazione, emarginazione sono il terreno fertile su cui attecchiscono odio e violenza.
E dobbiamo ritornare ad investire in cultura, recuperare la centralità della scuola nella formazione dei cittadini. Stiamo crescendo generazioni di analfabeti funzionali che sanno accendere un computer e scrivere qualcosa, senza aver prima acceso il cervello (secondo i dati OCSE 3 italiani su 10 sanno leggere, ma non capiscono quello che stanno leggendo; si informano secondo una capacità di sintesi elementare e comprendono il mondo esclusivamente secondo la lente delle proprie esperienze personali, senza capacità di astrazione e teorizzazione. Non sorprende che pochi giorni fa Facebook si sia all’improvviso riempito di disclaimer che contenevano una dichiarazione di contrasto su una presunta variazione della privacy fornita dal social network!).

Non dobbiamo cadere nella tentazione di sconfiggere solo militarmente il terrorismo (ovviamente, qualcosa va fatto, soprattutto in quelle zone sensibili del Medio Oriente, ma la situazione geopolitica è tutt’altro che semplice, tra superpotenze, USA e Cina, che si sfidano per accrescere le proprie zone di influenza, e che intreccia fattori economici di non immediata comprensione: il tentativo di far saltare il sistema finanziario americano per sostituire il dollaro come moneta internazionale; il crollo del prezzo del petrolio con gli evidenti effetti sulle economie dei Paesi produttori e di quelli che ne controllano la filiera; la crisi endemica della zona Euro); non dobbiamo cadere nella tentazione della paura, della chiusura, della facile identificazione del nemico nello straniero. Gesualdo Bufalino scrisse che la mafia non sarebbe stata sconfitta dall’esercito, ma da un esercito di maestre elementari. Io credo che conoscenza, ascolto, dialogo forse non sconfiggeranno definitivamente il terrorismo, ma di certo eliminano quel terreno fertile di paura, ignoranza e incomprensione su cui germinano tutti i fondamentalismi.

Parole chiave: "religione", guerra

l'autore

Gianpaolo Bortone Docente incaricato di Filosofia Teoretica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Paolo” di Aversa.

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