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14/06/2016

La storia dei marziani che salvarono l'Italia - Parte II

di Giuseppe Bagni

Vedi Parte I

Quello che avvenne negli anni successivi all'invasione dei marziani​

Negli anni successivi, la soppressione delle bocciature rese chiara l'inutilità del voto (se mai ne avesse avuta una) che fu rapidamente abbandonato a favore di valutazioni che orientassero gli studenti verso la scoperta dei loro interessi e di atteggiamenti più costruttivi.
Fondamentale fu riconoscere qualità a quelle scuole che dimostrarono di essere capaci di includere ogni tipo di studenti e di condurli fino al termine degli studi.
Si cominciò a interrogarsi su come si poteva fare scuola senza accantonare gli studenti più fragili, quelli che, come tutte le cose fragili e preziose, vanno trattati con più cura.
Finalmente si capì che prendersi cura degli alunni significa prima di tutto prendersi cura della scuola: trovare nuove parole, nuove forme e creare nuovi ambienti adatti per dare agli studenti non solo una ragione per andare a scuola ma anche una per restarci.
Ma la mossa forse decisiva, come si è anticipato, fu sostenere economicamente quelle scuole (e solo quelle) che divennero veri e propri centri di ricerca dimostrando con i fatti di aver iniziato a riflettere sui propri risultati operando i cambiamenti necessari nel fare scuola quotidiano.

I marziani rimasti sul loro pianeta si accorsero per primi che qualcosa stava cambiando: guardando dall'alto le scuole vedevano crescere giorno dopo giorno un brulichio di insegnanti che nei corridoi e nelle sale insegnanti si cercavano si confrontavano e si scambiavano suggerimenti.
Insomma, l'insegnante stava assomigliando sempre più a un professionista riflessivo, in costante competizione con se stesso e in cooperazione con gli altri, capace di smuovere anche gli alunni più resistenti alla scuola, quelli che sedevano ai banchi sigillati in sacchetti di plastica nella speranza di attraversare indenni e incontaminati gli anni previsti, un obiettivo impossibile da raggiungere da soli.
Via via che la scuola diventava un luogo sociale capace di fondarsi sul desiderio di ciascuno di scoprire le proprie capacità scoprendo il mondo, quei sacchetti cominciarono ad essere strappati dall'interno. Era questo il segnale che i marziani attendevano perché, ben più saggi dei terrestri che li avevano preceduti, sapevano che nessun cambiamento è duraturo se non coinvolge tutti coloro che dovranno dargli gambe.
Sapevano che sperare di cambiare la scuola dall'alto, facendo a meno del protagonismo degli insegnanti e degli studenti, è come pretendere di sentire l'applauso di una mano sola.

Furono le piccole realtà territoriali a fare da traino. I marziani sapevano che per educare un bambino ci vuole un villaggio, quindi non furono stupiti nel vedere che i territori che sapevano partecipare alla vita delle proprie scuole rendendole dei veri e propri centri civici erano diventati per l'intero Paese come "la lepre che corre e innova". D'altra parte Margaret Mead aveva scritto che non bisogna dubitare mai "che un piccolo gruppo di individui coscienti e impegnati possa cambiare il mondo. È proprio in questo modo che ciò è sempre accaduto". Bastava affiancare quella lepre nella sua corsa per farle sentire che non era sola.

E i marziani infatti non stettero solo ad osservare, ma sostennero attivamente la scuola che stava cambiando con una politica che era coerente con il suo nuovo indirizzo.
Dissero che la scuola doveva essere strabica: mentre l'occhio dell'insegnante doveva vedere e tener conto delle singolarità, l'altro, quello di chi la organizza, doveva giocare i singoli e mettere a fuoco tutti. In natura per aumentare il numero delle particelle d'acqua che diventano vapore non si scelgono le migliori e le più adatte, il sole le scalda tutte: aumentando l'energia di ogni molecola aumenta anche la percentuale di quelle capaci di staccarsi dalla superficie e diventare gas. Se la natura avesse guardato solo alle migliori non avremmo mai visto le nuvole.
Dissero che era inconcepibile che, in un Paese dove moltissime università straniere aprivano sedi per far studiare gli studenti in mezzo alla bellezza, le scuole italiane fossero cadenti, disadorne, periferie lontane dalla bellezza. Il periodo della conoscenza, forse il più importante per la vita, gli studenti lo trascorrevano annoiati, in coda su circonvallazioni fatte per correre e scansare le città, al massimo lanciando uno sguardo ai cartelloni che, posti a bordo strada, riproducono una bellezza che resta invisibile.
Sostennero che la scuola doveva farsi cambiare dal cambiamento fenomenale avvenuto nei suoi studenti, veri e propri portatori di un'innovazione nell'apprendimento che fino ad allora non era stato seguito da altrettanta innovazione nell'insegnamento, anch’essa necessaria se la scuola voleva guidare quel cambiamento con la sua cultura, con il valore di essere luogo pubblico animato dal desiderio: quello del futuro che ogni studente sceglie di costruire proprio lì e per sé.

Non si hanno dati certi sulla permanenza dei marziani sulla Terra, pare che scomparvero in maniera discreta, senza il rombo di astronavi che ne dessero notizia: di fatto abbiamo traccia di una comunicazione inviata dai marziani che ci osservavano dal loro pianeta e che informava i loro colleghi in Italia di un calcio di rigore rimasto sospeso nel tempo. Era avvenuto in Piazza del Campo a Siena. Una classe in gita scolastica, vedendo i bambini senesi giocare a palla, aveva organizzato lì per lì una partita. Il calcio di rigore era stato fischiato dalla maestra, ma nel momento in cui tutto era pronto per l'esecuzione il sole al tramonto aveva tinto di rosso i palazzi della piazza e l'ultimo raggio di sole illuminava la Torre del Mangia.
Il calciatore sul dischetto si fermò e alzò lo sguardo. Lo stesso fece il portiere e poi tutti gli altri che assistevano alla partita. Il calcio di rigore sembrava non interessare più nessuno di fronte a quello spettacolo.

Dal giorno dopo non si hanno più tracce della presenza sul nostro pianeta di quel piccolo manipolo di marziani che salvarono il Paese.

l'autore

Giuseppe Bagni Insegnante di Chimica negli Istituti secondari, Presidente nazionale del Cidi, membro eletto del CSPI.