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09/02/2017

Ultras all'attacco: la carica dei 600

di Antonio Maiorano

Gli amanti del calcio ricorderanno che di tanto in tanto, soprattutto negli scorsi anni, comparivano sugli spalti degli stadi italiani striscioni degli ultras che si scagliavano contro il “calcio moderno”, quello delle partite-spezzatino, dell’onnipresenza televisiva, delle pay-tv e del merchandising, per rimpiangere ed evocare il calcio di una volta: quello delle partite alle 14:30 di ogni domenica, di Tutto il Calcio minuto per minuto con Ameri e Ciotti e 90° minuto con Barendson e Valenti, delle maglie numerate da 1 a 11, di Mazzola-Rivera e così via.
Come non essere d’accordo? Come non sognare che una bacchetta magica riporti in vita quell’atmosfera che aveva caratterizzato la nostra giovinezza? Naturale, certo, però a patto di saltare l’analisi, di non considerare cause e conseguenze, di non tener conto del contesto e delle mutate condizioni globali.
Ho sempre pensato che calcio e scuola abbiano un elemento in comune, un elemento fondante, quasi esistenziale: quello di suscitare passioni e “tifo” in una larghissima parte di cittadini, se non in tutti. Ed è ovvio: chi non ha tirato due calci a un pallone o non ha visto una partita in televisione? Chi non ha passato anni tra i banchi o non ha seguito con entusiasmo o apprensione le vicende scolastiche di un figlio o un nipote?
Oggi questo confronto è inevitabile, quando leggiamo i post dei componenti del “Gruppo di Firenze” sul “declino dell’italiano a scuola”, solo che per loro lo spartiacque temporale non sono i tardi anni ’90, come si è detto per i nostalgici del vecchio calcio, ma addirittura i tardi anni ’60, per meglio dire il ’68 e i suoi epigoni, che a parer loro hanno distrutto una perfetta scuola-madeleine, di cui rimpiangono ogni aspetto: dal voto numerico tout-court a quello di condotta, dal grembiulino all’esame di maturità, dal tema alla versione, dalla onnipotente autorità professorale alla bocciatura come esemplare forma di giustizia.

E veniamo al documento che ha aperto la polemica: la lettera “Contro il declino dell’italiano a scuola”, in cui i componenti del gruppo di Firenze, con il plauso di 600 accademici e altri firmatari, lamentano le insufficienti competenze linguistiche di cui darebbero prova gli studenti una volta giunti all’Università e oltre.
Il rilievo potrebbe anche essere giustificabile, anche se forse sovradimensionato: in venti anni di insegnamento liceale non ho mai incontrato un tale concentrato di scelleratezze linguistiche  se non in alcuni casi ben limitati; ma le conclusioni che gli estensori e i firmatari ne traggono appaiono ben poco condivisibili a un lettore attento. Naturalmente so bene che la situazione degli studenti dei tecnici e dei professionali è ben diversa da quella dei liceali e per alcuni aspetti inaccettabile, come ci dimostrano gli esiti delle prove INVALSI e OCSE-PISA, ma possiamo dire che la colpa, come sostenuto dagli autori della lettera, sia della scuola primaria, accusata di aver abbandonato l’abbecedario per chissà quali nefandezze didattiche?
Se guardiamo alle prove internazionali, ed anche nazionali (alle quali si può non dar credito, ma bisognerebbe spiegare perché), sembrerebbe vero il contrario: le competenze linguistiche, in particolare nella comprensione della lettura, sono più uniformemente diffuse a un livello medio-alto nell’età della scuola primaria, poi cominciano a differenziarsi in senso sociale e geografico, anche drammaticamente.

Ma ecco la reazione di pancia, da odiatori del “calcio moderno”: le maestre, si sa, hanno gettato il dettato alle ortiche, organizzano laboratori e lavori di gruppo anziché interrogazioni e compiti in classe, ormai promuovono tutti d’ufficio… Ci meravigliamo allora che tutto vada a rotoli e che il maestro Perboni e  la maestrina dalla penna rossa si rivoltino nella tomba, spernacchiati da Franti?
Potrebbe chiedere una timida voce: “Ma gli analfabeti? i dialettofoni? i bambini lavoratori? Non ricordate quanti erano ai tempi della scuola che voi rimpiangete?”.
Risponderebbe a una voce il coro degli accademici con i mastrocoliani di complemento: “Ma che c’entra? Quelli mica osavano presentarsi all’Università! Che ce ne importa? I nostri occhi e le nostre orecchie non erano offesi dai loro nefandi strafalcioni: restavano a grufolare nel fango che era il loro ambiente naturale e a stento finivano la scuola elementare!”
Uno sceriffo tutto grammatica e ortografia era impegnato incessantemente a pattugliare i confini della cultura alta e li respingeva immancabilmente dietro un invalicabile muro di pagelle in puro stile Trump.

Occorre rafforzare le competenze linguistiche: è vero! Ma il rimedio non è certo più grammatica, più verifiche, meno Indicazioni nazionali (ma le hanno lette gli estensori della lettera? Le competenze in uscita dal primo ciclo che esse propongono sono proprio quelle capacità linguistiche di cui lamentano il declino) e più scuola della nonna, magari con il tutoraggio dei docenti del ciclo successivo, impegnati ad assegnare un bollino di qualità (ad alunni o insegnanti?) come l’uomo Del Monte fa con gli ananas in una nota pubblicità.
Le difficoltà linguistiche degli studenti di oggi non sono certo l’ortografia e la grammatica, che forse ne rappresentano l’aspetto più visibile ma anche più superficiale e volatile, ma la difficoltà di strutturare il pensiero complesso, di comprendere testi scientifici e no, di esprimere il proprio punto di vista, oralmente e per iscritto. I motivi sono vari, sicuramente non tutti e non solo ascrivibili alla scuola, come già metteva in luce nel 2000 un bellissimo testo di Raffaele Simone: La terza fase.
È dominio comune che la diffusione degli strumenti digitali e del cosiddetto web 2.0 ha portato alla nascita di nuovi paradigmi cognitivi che privilegiano la simultaneità e l’immediatezza più che la sequenzialità e la profondità, il linguaggio multimediale più di quello alfabetico.

Ma è meglio non cedere alla tentazione di atteggiarsi a sociologo e tornare alla didattica.
È troppo facile pensare che il ritorno della vecchia trimurti: ortografia, analisi grammaticale, analisi logica, con i suoi agenti: il dettato, il riassunto (l’unico forse da rivalutare e praticare regolarmente) e il tema, con una spruzzata di severità, possa creare negli studenti quelle elevate competenze linguistiche che un tempo forse una sparuta minoranza possedeva. Bambini e ragazzi sospesi tra il frammentismo dei social network e la neo-oralità scritta del post e del messaggio possono essere recuperati a un uso consapevole del linguaggio (scritto e orale: sono l’ascolto e il parlato le cenerentole della nostra didattica, non certo l’ortografia e la grammatica classificatoria fin troppo imperanti) solo utilizzandolo di più e sempre in un contesto prevalentemente laboratoriale orientato alle competenze: e dunque leggere e scrivere testi di diversa complessità e uso, ascoltare e parlare in classe e con la classe, con gli adulti e i coetanei, praticare oltre che studiare la lingua.
Paradossalmente meno grammatica, se questa è fatta solo di esercizi classificatori auto-risolutivi (“Sottolinea il complemento di specificazione nelle frasi seguenti”: e giù una bella sequela di frasi infarcite di complementi di specificazione…), ma più sintassi e lessico, sperimentando la lingua in contesto.
E ancora, come sottolineava Beppe Bagni sul sito del Cidi, più formazione. Per molti insegnanti di italiano il curricolo di studi è prevalentemente letterario e la linguistica è una semi-sconosciuta, a dispetto di Tullio De Mauro, Raffaele Simone e tanti docenti universitari che si sono spesi, nel GISCEL, nel CIDI e in tante altre associazioni per una collaborazione e un proficuo confronto tra insegnanti dell’Università e della scuola e non certo per un controllo dall’alto esercitato dagli uni sugli altri quasi verso subalterni o inferiori.
E allora accanto alla grammatica tradizionale di derivazione ellenistica perché non introdurre modelli alternativi, come quello elaborato da Tesnière e Sabatini della cosiddetta grammatica valenziale, che coniuga sintassi e semantica partendo dal lessico? Un modello che dà più valore alla struttura della frase in contesto, in modo indissolubile dai termini che la compongono, piuttosto che ai suoi componenti in astratto, come nell’analisi logica.
È un problema sul quale vale la pena di discutere perché ne dipende la capacità delle giovani generazioni di stare al mondo e di determinare il proprio futuro con il possesso di uno degli strumenti sociali più potenti, la lingua, come ben sapeva Don Milani.

Ma bisogna discuterne seriamente, distinguendo con cura cause e conseguenze, senza ricette facili e senza cori (sia pur accademici) da stadio.

Credits

Immagine a lato: Tifoseria romanista negli anni '60. da http://www.asrtalenti.altervista.org/ 

 

Parole chiave: educazione linguistica

l'autore

Antonio Maiorano Docente di liceo, ora dirigente scolastico e attuale Presidente del Cidi Napoli.

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