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di Antonella Tredicineappunti oltre il brusio ...

04/10/2018

Bi lav, senza parole - Pi ta risaral, per non dimenticare.

Porrajmos, Samudaripen… Misconosciuti nel loro status di vittime.
Baro romano drom, la lunga strada dei rom, camminando con Alexian Santino Spinelli.

Leghiamo l’assenza di partecipate testimonianze all’imperante, etica, necessità della memoria che, parafrasando la nostra Costituzione, rimuova gli ostacoli alla piena inclusione di ogni persona.
Continuiamo così a vigilare e agire, promuovendo resilienza attraverso momenti di riflessione, che ai muri dell’indifferenza oppongano i muri d’inchiostro indelebile delle parole convivenza, cittadinanza, diritto di ogni, significativa, umanità.
Una storia ancora tutta da scrivere… insieme.

Ho precedentemente affermato che la base “scientifica” dell’olocausto nazista non ha fatto altro che perfezionare in pochi anni quanto in Europa si tentava di fare da secoli (1416 primo bando, tedesco,  contro le comunità romanes: saranno poi 48 i bandi in Germania fino al 1774; al 1483  risale quello italiano emanato dalla Serenissima Repubblica di Venezia).
Nel 1938 cominciano i trasferimenti forzati in campi di raccolta in attesa della deportazione finale: dopo il “Decreto-Auschwitz”, 29 gennaio 1943, successivo all’ordine del capo SS del 16 dicembre del 1942 che ordinava l’annientamento di una minoranza etnica, inizia l’uccisione sistematica - anche al di fuori del  campo di sterminio - in URSS e nei Balcani occupati dai tedeschi (in Serbia le “esecuzioni di rivalsa” fanno affermare che nel 1942 il problema degli ebrei e degli zingari è risolto; dal ’41 in Croazia e dal ’44 in Ungheria, rispettivamente per mano delle collaborazioniste milizie Ustascia e delle Croci Frecciate).

Conosco, ascolto e leggo Alexian Santino Spinelli, musicista e docente universitario, da tempo. In questo ultimo periodo partecipo emotivamente al suo entusiasmo, coinvolgente come la sua musica, che precede l’inaugurazione a Lanciano del monumento al Samudaripen dei Rom e Sinti: un’azione concreta contro “la memoria rimossa”.
Devo necessariamente chiarire un punto: la scelta del termine Samudaripen, sul più usato, in Italia, Porrajmos, introdotto da Hancock, intellettuale rom inglese, linguista e rappresentante del popolo rom presso le Nazioni Unite, e che significa “Divoramento”. Santino mi rivela che la lingua romanes ha molte articolazioni, corrispondenti alle disseminazioni dei suoi numerosissimi gruppi e sottogruppi, perciò capita che un termine abbia significati diversi e controversi. Samudaripen è il termine riconosciuto a livello internazionale e più accettato dalla maggior parte delle diverse comunità rom: significa “tutti morti” e non ha effetti sgradevoli per nessuno.

“Perseguitati non per motivi razziali ma in quanto asociali”.
(A parte l’ovvia considerazione: ergo è lecito perseguire l’asocialità!) proviamo a ripercorre le fasi di una lunga battaglia per il “riconoscimento”. D’ora in poi userò consapevolmente in modo reiterato il vocabolo riconoscimento, perché lo ritengo una delle parole chiave del Presente così immemore o distrattamente coinvolto dalla nostra responsabilità individuale. Le date che fornisco vogliono sottolineare quanto il riconoscimento politico razziale dello sterminio dei rom sia legato aun  processo di disalienazione culturale, di abbattimento di un “confine” tracciato da chi li vuole escludere come Soggetti.

Al processo di Norimberga nel 1945 nessun Rom viene invitato nonostante la Convenzione di Bonn lo prescrivesse, nessun risarcimento indennizzo viene loro concesso.
Il 17 Marzo 1982, il Cancelliere della Germania Ovest, Schmidt, riceve la Delegazione del Consiglio Centrale dei Sinti e Rom, e riconosce ufficialmente il tentativo di genocidio commesso sulla base del concetto di razza. Affermazione confermata nel 1985 da H. Kohl; tuttavia nello stesso anno il sindaco della città di Darmstadt, Guenther Metzger, riferisce al Consiglio Centrale dei Sinti e Rom tedeschi che la loro richiesta di riconoscimento “insultava l’onore della memoria delle vittime dell’olocausto aspirando ad essere associati a loro”.
Nel suo discorso di ringraziamento per il premio Nobel della pace, il 16 settembre 1986, il professor Elie Wiesel dichiarò: “Confesso che mi ritengo in qualche modo colpevole verso i nostri amici Rom. Non abbiamo fatto abbastanza per ascoltare la vostra voce angosciata. Non abbiamo fatto abbastanza per sensibilizzare la gente ad ascoltare la vostra voce sofferente”.
Dagli anni Novanta si è intensificata la raccolta di testimonianze, (significativa nel 1994, a Washington, la prima commemorazione ufficiale nel museo dell’Olocausto) e soprattutto l’attività dei Rom stessi.
Il 24 ottobre 2012, progettato già nel 1992 più volte rinviato, è stato inaugurato a Berlino il Roma Memorial per merito di Romani Rose, Sinto tedesco unico superstite della sua famiglia trucidata dai nazisti. Il monumento reca incisa, sulla parete in granito, la poesia Auschwitz di Santino Spinelli; al centro del laghetto, circondato da pietre rotte, una piattaforma con un triangolo nero, distintivo dei rom e sinti nei lager, da cui ogni giorno fuoriesce un fiore.
Tra i progetti ricordo Memors, il primo museo virtuale del Porrajmos in Italia, finanziato dalla Unione Europea 2012-2103 nell’ambito del programma EACEA, azione 4, “Memoria europea attiva” (scusate ma alcune frasi mi sembrano inspiegabilmente ossimoriche: esiste una memoria passiva?), con l’obiettivo di far riflettere sulla “diversità” partendo dalla mappatura dei campi di internamento sul territorio italiano delle popolazioni Sinte e Rom.
L’8 aprile 2015, in occasione della Giornata Mondiale dei Rom, il Primo Ministro norvegese si è scusato per le discriminazioni subite prima e dopo seconda guerra mondiale, definendo “un periodo oscuro nella storia del nostro paese”. Il 15 aprile il Parlamento Europeo ha votato la Risoluzione per adottare il 2 agosto come “Giornata europea della commemorazione dell’Olocausto dei Rom e Sinti”.
In Italia, il 16-12-2009, la Camera dei Deputati, su proposta della onorevole Maria Letizia De Torre e in collaborazione con l’Ufficio di Presidenza di Montecitorio, riconosce per la prima volta a livello istituzionale la realtà Porrajmos all’interno delle leggi razziali italiane; nello stesso anno si tiene il convegno “L’internamento di rom e sinti in Italia dal 1940 al 1943”.

I luoghi della memoria

A Roma, in Via degli Zingari, è apposta una lapide “a perenne ricordo dei Rom Sinti e Caminanti che insieme agli ebrei perirono nei campi di sterminio ad opera della barbarie genocida del nazifascismo” perche questa storia non si ripeta più per non dimenticare  per la fratellanza di tutti i popoli (gennaio 2001, il Comune di Roma, Opera Nomadi e la Comunità ebraica).
Agnone (IS), Boiano, (CB) Frignano sulla Secchia (Modena), Tossicia,(TE), Ferramonti di Tarsia (Cosenza), isole Tremiti, Perdasdefogu… sono i luoghi in cui a seguito della Circolare n. 63462/10 dell’11 settembre del 1940, firmata dal capo della polizia Bocchino, furono internati Rom e Sinti. Rilevo che sotto il fascismo le autorità non potevano disconoscere l’italianità di Rom e Sinti presenti sul territorio da secoli, ma di fatto rendevano impossibile il riconoscimento dei loro diritti civili.

A Padova, nel Museo dell’Internamento, è esposta dal 14 giugno 1997, una targa in rame sbalzato realizzata dal rom kalderaś Loris Levak, che ha incisa una ruota stellata attraversata dal gambo di una rosa con una mano che porge e un’altra che accoglie, simbolo di ospitalità. Sulla targa la poesia di Santino Spinelli:
 

Pi ta risal                                                   Per non dimenticare

 

Bàr kirkò rovibbè
Opràlë romané khă
lènë di dukhaddipé
andré ni jilò binafèlë,
xoxanò miśtipé
Зungalé divèssë
lukh biśundipé
mularò rovibbè
Xandivalò sabbé
merribbé barò
na ćhèlë duràlë

   


Amarissime lacrime
dal ciglio romanò,
sorgenti di dolore
in un cuore innocente,
seviziati sentimenti
crudeli avvenimenti
grida inascoltate
morente singhiozzo…
ripugnante ghigno
pericolo perenne
sempre incombente…

 

Alexian Santino Spinelli

 

Padova, Pistoia, Berlino, Lanciano… Macedonia, Croazia… cippo a Jasenovac in Croazia, dal 42 al 45 campo di concentramento piu grande la milizia Ustascia 15.000 / 20.000 zingari…monumento a forma di fiore in un prato grandissimo… tutto è silenzio… nelle vicinanze un museo testimonianze e fotografie, un treno di deportati…

Il 5 ottobre 2018, a Lanciano, presso il Parco delle Memorie, sarà inaugurato il Monumento dedicato al Samudaripen. La scelta non è casuale: la città vanta una gloriosa storia di resistenza insignita della medaglia d’oro al valore militare e da qui partì la Brigata Maiella che contribuì a liberare l’Italia dai nazi-fascisti. Ed è a Lanciano che risiede la famiglia Spinelli, Alexian e il padre, uno dei pochi superstiti della deportazione.
Il monumento, realizzato in pietra della Maiella dallo scultore abruzzese Tonino Santeusanio, rappresenta una donna che con il braccio sinistro tiene un bimbo che allatta, con la mano destra tira la lunga gonna impigliata nel filo spinato, cercando di sottrarre lei, ma soprattutto il bimbo alla morte. A fianco una ruota di carro, simbolo del cammino del popolo rom, della famiglia e della libertà; alla base,  la poesia di Spinelli, Auschwitz.

Nel ricordarmi che in Europa, fatta eccezione per Berlino, ci sono solo cippi, installazioni e targhe non monumenti - documentandomi risultano tre targhe a Frignano sulla Secchia, Agnone e Tossicia- Spinelli sottolinea l’importanza dell’evento in quanto il monumento viene eretto per trasmettere alle generazioni un messaggio vitale, sottolineandone il valore anche attraverso l’imponenza e l’eccezionalità artistica. E, come ogni grande storia, lega il messaggio all’emozione. In questi tempi in cui sembra dominare l’indifferenza o il luogo comune dell’esclusione, ridonare senso a una parola così desueta come batticuore, esprime la capacità di meravigliarsi e ricongiungersi all’Umanità.

Auschwitz               

                     Auschwitz                    


Muj śukhò
Khià kalé
Vuśt śurdé.
Kwite.
Ilò ćindò
Bi dox
Bi lav
Nikht rovibbé.

 


Faccia incavata
occhi oscurati
labbra fredde.
Silenzio.
Cuore strappato
senza fiato
senza parole
nessun pianto.

 
Alexian Santino Spinelli

 

 

Riferimenti bibliografici



Piasere, L., Scenari antizigani tra Europa e Italia, tra antropologia e storia, Seid Editore, 2013.

Spinelli, A. S., Rom questi sconosciuti. Storia, lingua, arte e cultura e tutto ciò che non sapete di un popolo millenario, Mimesis, 2016.

Tredicine, A., “Mi trovo nelle scure / vie della memoria” Le responsabilità morali della Storia, di chi la raccoglie e la insegna, "insegnare", 03/08/2018.

Sito Porrajmos

 

 

Di che cosa parliamo


La rubrica è animata dalla convinzione che dialogare con gli alunni insegna a ridefinire mappe etnografiche per ri-orientare l’Antropologia dell’Educazione dal piano della conoscenza a quello del riconoscimento dell’Altro, conferendole quella dimensione dinamica di rinegoziazione di punti di vista diversi, che decostruiscono nuove e più oculate forme di colonialismo culturale.
Dal brusio delle buone pratiche alla memoria condivisa, resistere alle tendenze omologatrici della  globalizzazione e promuovere un percorso, che, partendo dalle “alterità negate” e attraverso esperienze sul campo,  rappresenti una svolta etica interculturale. Promuovere e condividere la magia dell’educazione, che è un lavorare con e non sugli alunni, andando oltre la siepe della propria cultura, scoprendo il “filone d’oro”  che è in ognuno di loro. Gli alunni ci ricordano che non si può essere maestri se non si è sempre scolari, in un interscambio proficuo e sodale, verso un’educazione aperta ai riposizionamenti dettati dalle esigenze dall’umanità attraversata, prendendo appunti all’insegna di una possibile, rinnovata umanità, vedendo nell’Altro, che si sottrae all’invisibilità,  “qualcosa di buio in cui si fa luminosa / la vita” (Pasolini, La Guinea).

L'autrice


Laureata in Lettere e in Discipline Etno-Antropologiche, insegna Materie Letterarie a Roma. Dopo il conseguimento del Master in Filosofia e Interculturalità, è referente per l’Intercultura e la scolarizzazione degli alunni Rom presso la sede di titolarità.  Ha  ideato e promosso progetti di innovazione, di ricerca/azione, convegni e laboratori multiculturali anche in coordinamento con ONG e docenti dell’Università di Roma “La Sapienza”.
Collaboratrice di Alberto Sobrero all’Università di Roma “La Sapienza”, ha al suo attivo vari interventi saggistici su riviste di ambito letterario, poetico e filosofico. 

 

Antonella Tredicine, Pier Paolo Pasolini, “scolaro dello scandalo”, Verona, Ombre corte, 1975​,  pp.135, euro 13,00

Il lavoro nasce dalla convinzione che nell'opera di Pasolini vi siano gli strumenti critici per contrastare un processo di progressiva omologazione delle menti e per cogliere le "sfumature rischiose ed emozionanti delle differenze". In questa direzione la Scuola è il primo fronte contro il pregiudizio; su di essa grava il compito difficile ed esaltante di produrre uomini e donne uguali e diversi. In questo volume l'autrice, con le opere di Pasolini sotto il braccio, ci permette di seguire la sua pratica quotidiana nell'esperienza interculturale, fra ragazzi che spesso sono considerati, per usare un'espressione di Pasolini, poco più che "stracci della storia". È un percorso non breve, esposto a successi e fallimenti, che da parte dei docenti richiede una continua rinegoziazione della propria esperienza, e da parte della Scuola come istituzione, una piena consapevolezza del proprio ruolo nella costruzione di quella società diversa, che è ormai alle porte.
(Da www.ombrecorte.com)

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Leggi su insegnare la recensione di Alberto M. Sobrero