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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

27/06/2017

Don Milani, maestro scomodo, disubbidiente al servizio dell'eguaglianza

Segue la trascrizione dell'intervento introduttivo della giornata dedicata a Lorenzo Milani nel giorno del 50° anniversario della morte, organizzata dall'Assessorato all'istruzione del Comune di Napoli, con Cidi Napoli e le riviste "il tetto" e "insegnare".

In apertura del convegno è stato proiettato questo filmato realizzato per l'occasione dalla redazione di "insegnare" da materiali reperibili in rete.

 

“È un libro veramente bello, un vento di vitalità. Fa ridere da soli, e immediatamente dopo vengono le lagrime agli occhi… Di questo libro devo dire in generale tutto il bene possibile: non mi è mai capitato di essere entusiasta di qualcosa e di sentirmi obbligato, costretto a dire agli altri: leggetelo! Lettera a una professoressa  riguarda sì la scuola come argomento specifico, ma nella realtà riguarda la società italiana, l’attualità di vita italiana.” Dall'intervista di P.P. Pasolini sul "Lettera a una professoressa"

Pasolini dice che il problema della scuola in realtà è quello della società italiana:  dal micro al macro.

Per De Mauro, Don Milani insieme a Rodari e Pasolini, sono stati personalità creative di natura particolare. Tutti e tre sono stati trasgressori e critici non a chiacchiere, ma rebus, con e nelle cose, con e nel modo di vivere e lavorare. E non per fare grandi gesta, additando mete straordinarie ma nella cruda e semplice quotidianità del loro agire. 

Mi piace sottolineare che questo movimento tra scuola e società sia in realtà un doppio movimento: ogni volta che si mette mano alla scuola, anche con cattive riforme, ciò che si cerca di trasformare è in realtà la società... E ogni società usa sempre la scuola per penetrare con le sue idee e convinzioni nella mente dei giovani.
È per questo che don Milani era un prete scomodo: per lui le menti non andavano penetrate, ma rese consapevoli, critiche, "sovrane"...

E non è un caso che negli ultimi tempi alcuni, come una certa accademia, lo abbiano messo sotto attacco, mentre altri, come papa Bergoglio, lo abbiano additato come esempio.

Don Lorenzo Milani, prete “innamorato della Chiesa anche se ferito”, parroco di Barbiana, dove era stato confinato dal suo vescovo, educatore per una scuola che curasse chi ne aveva bisogno ha dato vita ad una esperienza religiosa, educativa, civile e 'politica’ con al centro l’impegno per la giustizia e la valorizzazione degli ultimi, perciò ritenuta da molti pericolosa, inquietante...

Certo ci si inquieta quando qualcuno, che dovrebbe vivere nella regola e indicarla reagisce ad essa nella sua fede di giustizia e afferma che l'obbedienza ad una legge ingiusta non è una virtù...

Uno che sosteneva che:
"Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri."

Uno che attacca i propri superiori quando questi censurano la disubbidienza civile degli obiettori di coscienza, e attacca i giudici dicendo loro che,  mentre loro difendono le armi di morte, le sue armi, le armi che lui insegna ai poveracci, sono l'espressione del voto e lo sciopero.

Di Don Milani non può andare orgogliosa tutta la scuola, dal momento che la sua esperienza nasce proprio per reagire alla scuola che boccia, a quella sua natura discriminatoria e selettiva che tanti illustri commentatori oggi rimpiangono. Anche alla scuola del suo tempo Don Milani ha disubbidito.

Ma ne vanno orgogliosi milioni di insegnanti che da quel momento grazie al suo esempio hanno voluto cambiare quella scuola lottando per l'inclusione, il tempo pieno ma soprattutto per un "obbligo" che trasformasse un privilegio in diritto.

E ne vanno orgogliosi quanti imitandolo non si piegano all'idea che sia giusto quel che è maggioritario o utile... come sta accadendo nel triste spettacolino prodotto sullo ius soli in Parlamento.

Nel nostro piccolo lo facemmo nel 2012, volle farlo il sindaco assumendo le maestre quando la norma non lo consentiva.

Lo ha fatto il sindaco con il piccolo Ruben che ha diritto di cittadinanza come tutti i bambini della terra*. 

Dovremmo farlo tutti, ciascuno nel nostro ruolo sociale quando - per dirla con Don Milani - ci schieriamo, reagiamo all'ingiustizia, pensiamo:  "I care, me ne importa, mi sta a cuore, che è il contrario del fascista me ne frego".

Annamaria Palmieri

* Il riferimento è alla vicenda del piccolo figlio di due mamme, nato in Spagna, cui il Comune di Napoli ha voluto concedere la cittadinanza, ottenendone ragione in giudizio; vedi "la repubblica", 06/12/2016.


Di Annamaria Palmieri, leggi anche La pedagogia di Pasolini e Don Milani

 

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

Leggi la recensione su insegnare di Rosanna Angelelli

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