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di Annamaria Palmierila scuola "scomoda"

21/01/2014

"Napoli siamo noi"

A leggere le diagnosi politiche di fine anno e a guardare agli scenari che si profilano per il 2014, colpisce che un tema-chiave sia rimasto sinora sotto traccia in un panorama mediatico quotidianamente monopolizzato (e appesantito) dai conflitti personalistici di una politica che continua ad andare da un “protagonista” all'altro, via via sempre più in basso, senza riuscire a sottrarsi a quell’ottica cristologico-salvifica che vede nella parola del singolo uomo o nella singola forza politica la via d'uscita da una complessità la cui lettura abbisognerebbe di ben altri strumenti.

Il tema tenuto sotto traccia a cui mi riferisco è ricomparso agli onori della cronaca dopo il recente salvataggio del bilancio di Roma Capitale, di cui pure vale la pena di tentare una lettura approfondita: ci accorgeremmo così che una costante del biennio che ci siamo lasciati alle spalle è il tema ricorsivo della crisi e del destino che attende la programmazione degli Enti Locali, in particolare i Comuni, che per la loro vicinanza ai cittadini costituiscono la prima interfaccia tra gli stessi e lo Stato.
Su questo tema a ben guardare non si vedono grandi discontinuità tra nord e sud, tra piccolo e grande Comune, e non sarebbe esercizio inutile da parte degli analisti voler riconoscere le numerose analogie che emergono al di là dei diversi momenti e contesti.

È dal 2009 che progressivamente - anche attraverso tre governi all’apparenza molto diversi - gli Enti Locali denunciano la difficoltà di trovarsi costretti in una sorta di doppia tenaglia: da un lato i vincoli del patto di stabilità imposto dall'Europa (anzi, da una certa interpretazione dell’economia europea, su cui pure bisognerebbe ridiscutere) e dall'altro i disavanzi e i debiti accumulati dalle pubbliche amministrazioni negli anni precedenti, quando quei vincoli non c'erano e quando, nelle scelte di bilancio locale, la spesa pubblica era decisamente amplificata in virtù di una sorta di doppio registro della politica, orientato spesso a mantenere non solo i servizi, ma anche meccanismi di tipo clientelare finalizzati al consenso.

Ma poiché non ha senso buttare via il bambino con l'acqua sporca, sarebbe bene che ci si decidesse di dire che, se in passato il pubblico è stato territorio di conquista e di sprechi, esso non è certo nato né stato concepito con questa funzione: la sua funzione è, e continua a essere, quella di offrire servizi ai cittadini, quei servizi infungibili ed essenziali che legittimano l'idea stessa di Stato e di (bene) comune: uno stato che esige tributi per garantire a tutti, non uno di meno, a chi può pagare e a chi no, scuola, trasporti, sicurezza, pulizia e sanità dell'ambiente.

Ho l’abitudine di dire che Napoli, contrariamente agli stereotipi, si trova nella scomoda posizione di essere guardata come una sorta di emblema dell'arretratezza civile della nazione, quando invece essa rappresenta piuttosto l'avamposto del disagio che minaccia le grandi metropoli dell’Occidente. E si presterebbe bene a sperimentare modelli di intervento e di politica tesi a contenere lo scivolamento verso la povertà e la marginalità che oramai coinvolgono migliaia di persone, spesso non descrivibili con le forme tradizionali di analisi sociale. Persone che si sentono abbandonate, tradite, e si incattiviscono perché,  in una società dove apparentemente puoi avere tutto, non solo non hai niente ma finisci per competere con quegli ultimi che fino a ieri avevi guardato - magari in modo caritatevole- dall'alto verso il basso.

Seppur si volesse limitare lo sguardo alla sola Italia, ma si fosse disposti a farlo con sguardo scevro da pregiudizi, da posizionamenti politici e da simpatie e antipatie, ci si potrebbe accorgere che a Napoli, dove il re è nudo e le sovrastrutture sono più deboli, i problemi esplodono prima che altrove, anche con maggior drammaticità; come in un celebre titolo di Giorgio Bocca, bisognerebbe che gli italiani si ricordassero che "Napoli siamo noi".

Basti qualche esempio. Il primo: a Napoli e in Campania lo scorso anno si è consumata la più seria crisi dei trasporti pubblici degli ultimi anni; ci siamo ritrovati una mattina scandalosamente agli onori della cronaca nazionale perché mancava il gasolio nei bus. La solita Napoli? Eppure, guarda caso, questo accadeva mentre l’amministrazione stava mettendo in campo il più grande sforzo riorganizzativo che si sia mai visto nel campo delle società partecipate pubbliche: una holding unica, con la riduzione di consigli di amministrazione da tre ad uno, e con la volontà ferma di ripianare debiti senza però mettere a rischio né il lavoro né la proprietà pubblica. Poi, a distanza di qualche mese, tutti hanno seguito accorati il dramma di Genova, paralizzata dallo sciopero generale dei lavoratori dei trasporti che vedevano il loro futuro minacciato dalla privatizzazione . Certo, nessuno che abbia notato che mettere sul mercato quote di pubblico può rappresentare una soluzione più semplice e immediata per le crisi: ma è quello che un’amministrazione pubblica fa per scelta o per costrizione? Non bisogna prioritariamente guardare al mandato dei cittadini, che forse, anzi sicuramente, preferiscono che i servizi essenziali restino pubblici?

Altro esempio. A Torino nel 2011 sono stati privatizzati 14 nidi su 54 per poterli mantenere aperti, causa vincoli del patto di stabilità sul personale; a Bologna nel 2013 per la prima volta i cittadini si sono svegliati e accorti che nel loro invidiatissimo modello educativo della prima infanzia si aprivano crepe, buchi, liste d’attesa, e hanno chiesto con un referendum il rafforzamento del servizio pubblico: in mezzo c’era Napoli, che tra mille difficoltà, nel 2012, con una delibera, decideva di assumere comunque le maestre e non dismettere o chiudere scuole d’infanzia e nidi pubblici, né di cederli. Non è stato facile, né lo sarà domani…, ma forse bisognerà tornare a interrogarsi insieme sull’emergere, proprio nei momenti di crisi, anche nelle isole un tempo felici come Bologna, di quel “costituzionalismo dei bisogni” di cui parlava efficacemente Stefano Rodotà a proposito dei beni comuni. (Si veda sull'argomento, il mio precedente scritto “Le scelte obbligate”)

Arrivo a un ultimo esempio, il più pregnante, saltando altri numerosi e possibili paralleli: l’esempio, eclatante, del disavanzo di bilancio della Capitale, sanato con un Decreto-Legge dal cammino tanto accidentato quanto rapido. E poniamoci una domanda: cosa sarebbe accaduto a Roma se quel decreto non ci fosse stato? Se il legislatore, passandosi una mano sulla coscienza, avesse pensato che usare due pesi e due misure verso le città d’Italia non era cosa né buona né giusta? O perlomeno... inelegante? Forse, lo dico utilizzando un po’ di immaginazione letteraria, a Roma non si sarebbero fermati o ridotti i trasporti pubblici? Credo proprio di sì…Forse sarebbe stato impossibile chiudere il bilancio senza farsi pre-commissariare in cambio di un prestito statale, con un piano di rientro durissimo? Penso di sì… Forse non sarebbe stato sanabile il buco delle partecipate e si sarebbe stati costretti a stringere tutti la cinghia? Eh sì… Forse sarebbe stata messa a rischio l’erogazione dei servizi più costosi per l’Ente Locale, come la refezione, la manutenzione dell’edilizia scolastica, ecc. ecc.? Immagino di sì…

Forse, si sarebbe capito che Napoli sta vivendo il paradosso di essere oggi tanto ‘’virtuosa’’ da aver scelto - pur senza regali come quelli di Roma – di sostenere comunque il versante pubblico; ma di esser per lo stesso motivo quotidianamente condannata a emergenze sul piano della liquidità, sempre sul filo di lana di un bilancio stretto e faticosamente costretto a rientrare dal disavanzo, mentre il governo centrale ancora si lambicca sugli acronimi con cui definire i novelli tributi.

E da Napoli, invece, come da altre parti del Mezzogiorno, possono arrivare informazioni e modelli utili a supportare altre parti del Paese, apparentemente più forti ma spesso meno abituate a fare i conti con la precarietà e l’assenza di un futuro certo. Con le ansie e le paure che la vulnerabilità economica e la povertà portano con sé. Se ciò iniziasse a essere percepito, si comincerebbe a mettere un argine al paternalismo con cui troppo spesso dal Nord si guarda e si parla del Meridione… anche per questo l’abbandono di Napoli per meri calcoli di opportunità partitiche appare come un’ingiustizia non solo per la città, ma per l’intero Paese. Perché se invece questo sacrificio venisse compiuto, sarebbe inevitabile chiedersi: “Cui prodest?”. E se questa città non fosse che la prima? A chi gioverebbe davvero aver abbandonato del tutto la salvaguardia dei diritti elementari?

Vogliamo dirlo allora che forse quel che ci si attende da uno Stato rinnovato e da una politica davvero nuova è un ragionamento sul modo di aiutare tutti i Comuni, non uno di meno, per consentire loro di mantenere pubblico ma anche efficiente ciò che i cittadini vogliono pubblico? E di non usare soluzioni differenti a seconda del momento e della convenienza negli equilibri interni a un Parlamento e a un Governo, visto purtroppo ormai come estraneo, quando non nemico? In fondo basterebbe poco... dal centro alla sinistra l'accordo sui bisogni costituzionalmente garantiti – e il diritto all'istruzione a partire dalla prima infanzia è certamente fra questi - si potrebbe raggiungere presto e portare sul piatto dell'Europa come linea Maginot da non oltrepassare: Signora Merkel, Signore Banche, questo non si tocca... del resto parliamo.

È questo che mi aspetto e che l'anno che è da poco iniziato dovrebbe chiedere alla politica che verrà.


Una parte di questo contributo è stata pubblicata su "la Repubblica-Napoli", il 17.01.2014.
La prima immagine - tratta da "Diario del web" - NON è stata scattata a Napoli.

Di che cosa parliamo

La scuola, se è vera scuola, scomoda le coscienze e le scuote dall'indifferenza poiché è luogo e pratica di democrazia, di inclusione, di tolleranza, di convivenza solidale.
La scuola, se è vera scuola, è contraria al pensiero unico, al conformismo, alle mode, al quieto vivere perché è luogo e pratica di riflessione critica, di sguardo problematico, di pensiero divergente.
E per questo la scuola è scomoda.
È  scomoda perché pratica e rispetta le diversità e i disagi, ma spesso vi si lascia travolgere e inibire e allora diviene scomoda a se stessa.
E deve essere scomoda anche per tutti coloro che la vorrebbero luogo di competizione, di gara, di apprendistato all'arrivismo e alla prevaricazione.
In tal senso  la rubrica raccoglie e racconta momenti e situazioni di scuola "scomoda", talvolta anche per se stessa e spesso per i territori in cui come Istituzione vive e agisce.

L'autrice

Insegnante di liceo, collabora a contratto con la cattedra di letteratura italiana dell'Università Orientale di Napoli, attualmente impegnata come Assessore all'Istruzione del Comune di Napoli al servizio della scuola della sua città, intesa e praticata come diritto inalienabile e bene comune.


 

maestri copertina

Annamaria Palmieri, Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne, Ariccia, 2015, pp. 246, 14 euro in volume, 8,4 euro in PDF

Nella storia dell’Italia post-unitaria la scrittura letteraria dei maestri-scrittori ha assunto un’importanza straordinaria, perché proprio la scuola ha dovuto affrontare i problemi fondamentali, e tuttora in parte irrisolti, di formazione dell’unità culturale, umana e linguistica della nazione. L’autrice affronta il nodo interpretativo di questa narrazione compiendo una scelta esemplare: tre ‘maestri’, Pier Paolo Pasolini, Leonardo Sciascia e Lucio Mastronardi, che sono stati scrittori e intellettuali e che hanno vissuto in un’aula scolastica un momento determinante della loro esperienza esistenziale. Per tutti e tre, la scuola fu il luogo di una delusione ma anche della denuncia, humus originario del loro impegno civile, contro la degenerazione del capitalismo e le storture di una società iniqua che vanificava l’utopia democratica ed egualitaria su cui la scuola di massa era nata o stava nascendo: eroi moderni del racconto di un’umile Italia che vive un’ultima stagione di ‘resistenza’ contro la trasformazione in una nazione senz’anima e senza cuore.               

Leggi la recensione su insegnare di Rosanna Angelelli

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