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15/10/2018

Ripensando (al)l’educazione linguistica

di Anna Chiara Monardo

In occasione, anche, della lettura di La lettera sovversiva di Vanessa Roghi

Ripensare (al)l’educazione linguistica oggi significa ripartire dall’attenta lettura dei carteggi relativi alla discussione dell’Assemblea Costituente sul ruolo della scuola in uno Stato democratico.
Da quelle riflessioni è scaturito l’articolo 34 “ La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”
Mi soffermerei sulla prima parte dell’articolo della nostra Costituzione che pone al centro dell’interesse dello Stato  l’obbligatorietà della scuola di base. Da queste semplici parole cariche di significato è iniziato un lungo cammino che ha portato alla Scuola media unica nel 1963 .
Ma qual è il legame tra l’articolo 34 e l’educazione linguistica, soprattutto se intesa e praticata in senso realmente "democratico"? 

La trasformazione da uno stato autoritario e fascista a uno stato democratico ha reso subito evidente la necessità di costruire un cittadino consapevole e partecipe non più esecutore di diktat.
E quale strumento crea questa consapevolezza se non la conoscenza attiva della lingua? Dalla riflessione dei padri Costituenti nasce l’idea dell’educazione linguistica il cui obiettivo  è quello di formare cittadini sovrani a prescindere dal lavoro che svolgeranno. La scuola dunque diventa obbligatoria per una esigenza politica e democratica, non per una semplice  massificazione e livellazione.
L’obbligatorietà della scuola richiede uno studio e una attenta riflessione sullo strumento lingua perché si avverte subito l’inadeguatezza delle nozioni rispetto al compito che alla scuola viene assegnato dallo Stato. 

“... se la scuola dell’obbligo  non provvedesse a insegnare soprattutto parole e costrutti, capacità di discutere in pubblico e in privato e capacità di leggere e sintetizzare rapidamente, se , insomma , non provvedesse a dare e irrobustire il possesso effettivo della lingua, essa contribuirebbe a tenere gli alunni dei più bassi livelli socioeconomici e socioculturali ai margini della vita associata e delle scelte decisive per la collettività nazionale.” [1]

Dunque, insegnare nella classi la consapevolezza dello strumento lingua in situazioni d' uso per scelte decisive e partecipazione alle azioni democratiche del Paese, ma: dal ‘63 ad oggi la scuola ha assolto al suo  mandato ?

In molti pensano di si ma non è realmente così.

Il concetto di analfabetismo si è evoluto dal lontano ’47, diventando sempre più complesso e spesso  implicito e poco leggibile per gli insegnanti. Non si tratta più di non saper leggere, scrivere e far di conto ma si traduce nella non conoscenza delle potenzialità dello strumento lingua, dei suo molteplici contesti d’uso, della sua capacità di interpretazione della realtà. Che, tra l'altro non è più "solo" una conoscenza, bensì una "competenza", se opportunamente intesa.

Se e quando   i docenti sono consapevoli che la lingua è un sistema che reca in sé relazioni semantiche , strutturali, funzionali a più livelli muovendosi sincronicamente e diacronicamente in continuità, educare oggi all’uso della lingua nella scuola di base significa creare esperienze in classe  che formino la consapevolezza di un uso in continua evoluzione e non l’idea di una lingua cristallizzata che non risponde alla molteplicità dei contesti comunicativi.

Analizzando la situazione linguistica dei nostri studenti, può apparire vero ciò che ha sostenuto in una lettera allarmata il gruppo di Firenze: “È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente” [2]. Ma, mi chiedo: non è forse questo imputabile a pratiche di insegnamento legate a nozioni, esiti e segmentazioni fuori dall’uso e all’allontanamento da quell’idea di educazione linguistica che si era costruita negli anni ’70? Che è poi tra l'altro proprio ciò che propugnano quel gruppo e molti sottoscrittori del loro appello! Non è forse dovuto alla mancanza di laboratori di scrittura e lettura nel curricolo, che rendono la lingua esperienza quotidiana nella classi ?
Quando negli studenti si costruisce la consapevolezza della strumento lingua  come modalità di espressione e pensiero in contesti d’uso? Quanta attenzione si dà, anche a livello ministeriale, all’educazione linguistica? Assistiamo ormai da anni alla convulsa promozione di progetti e percorsi, spesso demandati a esperti estranei alla scuola, che sono ben lontani dalla specificità, dal ruolo e dall’idea di scuola che ha mosso i Padri costituenti a rendere legge l’obbligatorietà perché condizione irrinunciabile per uno Stato democratico.

Dunque l’analfabetismo dei nostri studenti è dovuto proprio alla mancanza di pratiche di insegnamento di educazione linguistica e non il contrario.
Ma quali sono queste pratiche? Ne cito solo alcune per non tediare i lettori!

Nella scuola di base i docenti dovrebbero forse concentrarsi e focalizzare l’attenzione su pratiche  di:

  • testualità, a livello strutturale e lessicale, collocate in contesti vari, più che ricerca di tematiche ;
  • consapevolezza dell’uso dello strumento lingua dalla verbalizzazione orale alla scrittura come decodifica di modalità linguistiche diverse, prendendo in considerazione la digitalizzazione che ha complicato i processi di apprendimento;
  • riflessione diacronica e sincronica del sistema lingua più che acquisizione di nozioni avulse dai contesti (l’educazione linguistica non rifiuta la grammatica, ma parte da presupposti diversi: ossia formare alla consapevolezza di un livello di meta cognizione in relazione alla lingua tenendo conto della sua funzionalità comunicativa);
  • letterarietà per lo sviluppo e la formazione di capacità estetiche nella lettura e nella fruizione dei testi letterari e non come acquisizione mnemonica di elementi di storia della letteratura;
  • comprensione  come interiorizzazione di strumenti che facilitano l’approccio ai testi , in forma orale e scritta, per la formazione del lettore consapevole . 

 Quanto di tutto ciò è passato e passa nella quotidianità delle scuole?  Molto poco .

Bisogna dunque ripensare in questi termini (al)l’educazione linguistica.  Oggi formare il cittadino consapevole è ancora più difficile e complesso, ma gli insegnanti di Iniziativa Democratica continuano a pensare che ancora il loro mandato non è concluso, seppure quasi fagocitati nel silenzio da una scuola sempre più formale e burocratizzata.
Ed è in quel mandato che nasce e si rinnova la loro professionalità.
 


Ringrazio Vanessa Roghi perché la lettura del suo libro mi ha fornito un quadro storico, politico e sociale più chiaro  degli anni che hanno dato vita all’educazione linguistica democratica. 

 

Note

1. Citazione tratta da T. De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Editori Laterza, Bari, 1963  in V. Roghi, La lettera sovversiva, Editori Laterza, 2017.
2. Sull'appello del "Gruppo di Firenze" e le relative reazioni, vedi M. Ambel, Tre proposte da non raccogliere, "insegnare", 01.03.2917.

Parole chiave: educazione linguistica

l'autore

Anna Chiara Monardo Docente di scuola secondaria di I°, si occupa di ricerca didattica in campo linguistico, Presidente del Cidi Cosenza

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