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editoriali

09/06/2019

Dell'Aria che tira

di Mario Ambel

Dell'Aria che tira.

Non me ne vorrà la prof.ssa Dell'Aria se ho mantenuto la versione del titolo che mi ha proposto il correttore digitale. Temo sia l'effetto del battage mediatico cui sono stati sottoposti il suo nome e la sua persona. Ho fatto una riprova scrivendo “dell'uomo”: è rimasto minuscolo, segno che il mio correttore digitale ha dedotto che Dell'Aria si scrive così per effetto dell'acceso dibattito che si è animato in queste settimane attorno alle slide prodotte dai suoi allievi. Del resto il livello e l'intensità di quel dibattito confermano lo stato comatoso in cui versano la politica e l'educazione nel nostro paese. E di questo val forse la pena  parlare.
Vorrei farlo traendo spunto e ispirazione da alcuni commenti prodotti in aree culturali, politiche e didattiche che mi sono più vicine e congeniali.

Per cominciare, ha perfettamente ragione Maurizio Muraglia a sostenere, sull’edizione palermitana di "la Repubblica" del 4 giugno 2019, che, dal punto di vista amministrativo e giuridico, e in quanto tale politico,  “La vicenda Dell’Aria non si conclude. Inizia proprio adesso”. E deve iniziare ora perché ci sono troppe “domande senza risposta”, che non possono essere eluse.
Va assolutamente chiarito, meglio e con più trasparente assunzione di responsabilità, chi ha preso l’iniziativa di un provvedimento che ora tutti si affrettano a dichiarare eccessivo e sbagliato, ma attorno al quale, per mesi, si sono accumulati troppi silenzi e troppe zone d’ombra e di consenso. Da parte di troppi.

Infatti, se tutta la vicenda è stata frutto di un eccesso di zelo (paradossale contrappasso della contestata “omessa sorveglianza”) da parte di un funzionario locale, di piaggeria politica non richiesta o di sproporzionato e isolato adattamento, appunto, all’aria  (questo il correttore lo scrive minuscolo) che tira, allora siamo nel novero delle debolezze umane per le quali non si può che esprimere comprensiva compassione e fermo dissenso, ma anche richiedere provvedimenti adeguati.
Se invece l’atto di sospensione non è isolato, ma coerente con altre iniziative più o meno palesemente intimidatorie e repressive avvenute in quel territorio e altrove, allora è bene che la scuola reagisca con maggior fermezza e continuità.
Se infine siamo di fronte a una più o meno coatta condiscendenza a una pressione politica locale esterna alla scuola la cosa è più grave. Ancor più grave se la pressione, diretta o indiretta, dovesse essere pervenuta, non da Palermo, ma da Roma. In questo caso è indispensabile, per la tenuta stessa dello Stato di diritto e dell’autonomia istituzionale della scuola pubblica, sapere da dove e da chi. Per questo la vicenda Dell’Aria non può considerarsi conclusa e sbaglia chiunque ne accetti l’epilogo così com’è andato configurandosi fra pacche sulle spalle e ricevimenti istituzionali.

La vicenda palermitana non può dirsi conclusa perché attiene a una sfera più alta e complessa di questioni: quelle, appunto, del rapporto fra scuola e politica, o meglio quelle della dimensione politica del fare scuola, anzi del come essere della scuola.
Su questo terreno bene hanno fatto Giuseppe Bagni e Rita Bortone, sul numero 22 del 2019 di “Left” a ribadire che sempre “il fare scuola quotidiano è conseguenza diretta di visioni e scelte politiche”. E aggiungono: “Chi pratica una didattica, a qualunque modello sia ispirata, fa comunque politica: una politica coerente o avversa a quella cui si ispira il sistema di istruzione, ma sempre una politica.”
Infatti è  fare politica decidere o imporre di dare i voti decimali, è fare politica decidere se attuare o meno progetti di Alternanza scuola lavoro, è fare politica adottare una o un'altra concezione delle conoscenze, delle competenze e dei loro rapporti e soprattutto è fare politica decidere qual è il fine ultimo della scuola. E qui si può giocare la partita di una politica scolastica che mira a costruire l’autonomia o la dipendenza dei soggetti dai poteri di ogni tipo, economico, politico, mediatico, culturale. In tal senso ci riconosciamo nelle finalità ribadite da Bagni e Bortone: “Al termine della scuola gli studenti dovranno avere sviluppato delle capacità fondamentali ai fini dell’esercizio della cittadinanza: comprendere, interpretare, valutare; costruire opinioni politiche personali; confrontare le proprie opinioni con altre opinioni e sostenerle; scegliere da che parte stare nelle diverse circostanze in cui si propongono delle opzioni di parte.”
Ma purtroppo tutto questo è anche ciò che la scuola non riesce a fare, o vi riesce troppo poco, se poi si deve constatare che l’educazione alla cittadinanza è assai carente (e qualcuno la vuol surrettiziamente risolvere con un’ora alla settimana di buone intenzioni e precetti comportamentali oppure mettere sotto controllo e tutela con la diffusione di telecamere falsamente dissuadenti); che  la nostra stessa democrazia è così fragile, così sottoposta a parametri di giudizio e di scelta nei quali sono troppo inconsistenti la consapevolezza e la responsabilità individuale e collettiva, il senso civico, la difesa del diritto, quando non è addirittura la negazione  di questi valori fondativi ad essere invocata come soluzione di ogni male.

C’è infine un’ultima questione in sospeso attorno a questa vicenda, che è anche l’unica in cui davvero dovrebbe essere coinvolto e responsabilizzato il sistema scolastico: ed è la qualità culturale e didattica dell’insegnamento della storia, anzi del presente. Su questo tema, nella circostanza cogente, su questa rivista, sono intervenute Rosanna Angelelli , Angela Caruso Annamaria Palmieri, analizzando il senso e la natura del prodotto realizzato dagli allievi di Palermo e il contesto educativo e didattico in cui è stato realizzato.  E su questo continueremo a ragionare perché a noi, di tutto questo, interessa soprattutto capire come affrontare e migliorare il fare scuola quotidiano.  Ma c’è un’altra questione, di carattere più generale, che merita di essere annotata.
Si è fatto e si fa un gran parlare, in questi mesi, di difesa dell’insegnamento della storia. Si è prodotto e promosso un manifesto di intellettuali, se n’è fatta carico “la Repubblica”, sono intervenuti anche artisti e personalità solitamente ben accolti nell’agone pubblico. Tutto ciò è assai positivo. Non bisognerebbe dimenticare però, che da anni denunciamo un assoluto disinteresse per l’insegnamento della storia, in primis del Ministero, che ha uniformato tutte le “Indicazioni” per ogni ordine e grado scolastico salle“Otto competenze chiave europee”, che non prevedono per i cittadini il possesso di competenze di indagine interpretativa di natura storica degli eventi e del presente, senza che nessuno, neppure  il consesso degli storici, se ne sia fatta qualche preoccupazione.
Inoltre, sarebbe bene non dimenticare che la controversa abolizione del “tema” di storia dall’esame di Stato conclusivo della secondaria di secondo grado, da cui ha preso le mosse la forte protesta di cui si è detto, non è stata assunta da un governo che certamente  non si caratterizza per spessore intellettuale, anzi fa spesso del distinguersi dai “professoroni” e dalla casta delle élite intellettuali una sua cifra qualitativa, ma in continuità dagli ultimi governi e da una Commissione presieduta non da un uomo di buona volontà scelto in una consultazione digitale fra amici, ma da un autorevole docente universitario, membro dell’Accademia della Crusca. Così, tanto per dare qualche elemento di verità storica. Poi ciascuno sia libero di farci su le riflessioni che crede più congrue al suo orizzonte analitico, interpretativo e valoriale.
Ovvero al suo essere soggetto politico.

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".