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c'era per noioltre la lavagna

04/05/2016

Risvegli di primavera

di Rosanna Angelelli

Tante le iniziative a Roma dallo scorso marzo su argomenti tenuti insieme da un filo rosso: il pluralismo culturale, l’allargamento degli orizzonti, l’inclusione. L’ambiente ovviamente è quello scolastico, presente ora in modo diretto, ora come cornice rispetto agli argomenti trattati.

Comincio dal primo evento.

Non fermarsi all’apparenza, ma esplorare e conoscere” …
“ Credere in se stessi… usare le parole per cambiare il mondo”…
“(Volevi dare) speranza a bambini e ragazzi senza futuro”…
“Hai trovato un modo per sfuggire dagli schemi.“…
“Viaggi con la mente e vedi il mondo senza censure”…
“A Roma, da esiliato, la tua vita è tristemente felice”…
“Fai una critica ai consumi borghesi”...

Questi e altri pensieri sono stati rivolti da ragazzine e ragazzini di tre classi della scuola secondaria di primo grado “Francesco Baracca” a Pier Paolo Pasolini, dopo che essi hanno affrontato in classe la lettura di alcuni suoi scritti. Antonella Tredicine è l’insegnante-studiosa-scrittrice [1] che li ha seguiti e la sezione da lei curata nel “Convegno Nazionale di Studi Pasolini e la Pedagogia” (Roma, casa della Cultura di villa de Santis, 13 aprile 2016) si intitolava efficacemente “Diverso come gli altri”.

Un’altra insegnante, Paola Genovesi, ha lavorato con bambini di una  classe V della scuola primaria “Carlo Pisacane”. Dalle nove nazionalità diverse che la compongono è stata creata l’immagine di un treno, i cui vagoni sono tenuti insieme dai temi dell’incontro, della curiosità, dell’altro. Molto accentuato in questi bambini il senso della convivenza tra amici, la tristezza di un mondo lontano, il sentire Pasolini come “uno scoiattolo senza noci”.

Tutti questi temi, così ingenuamente ma efficacemente espressi -gli scolari, precisa Tredicine, sono in grado di superare ogni barriera, anche linguistica, perché la diversità non è un limite, ma una risorsa- sono stati ripresi e rielaborati dagli studiosi presenti con parole accurate e delicate, per rispettare e attrarre il pubblico di bambini, adolescenti e giovani in una interazione plurivocale complessa e partecipata.

Annamaria Palmieri [2] apre la riflessione su “Lorenzo (Milani) e Pier Paolo (Pasolini), due maestri lungo le vie scomode dell’inclusione”. Una ricostruzione dell’approccio da loro vissuto in realtà sociali  “difficili” si deve condurre su un doppio binario: quello delle motivazioni che ebbero entrambi nel loro lavoro di insegnanti (rispetto delle differenze e dei bisogni individuali degli alunni; attacco all’istruzione borghese e all’istituzione scuola; distruzione della centralità autoritaria dell’insegnante; condivisione  empatica e affettuosa di una relazione educativa alunno-insegnante), e quello sui contenuti e linguaggi da valorizzare durante il percorso.  È noto che Pasolini, intervistato  nel 1967 su Lettera a una professoressa [3] ne avesse osservato la vitalità, la grazia, l’umorismo ma anche un “senso di vendetta”, una reazione a quella formazione culturale della prima gioventù da cui don Milani, fattosi prete del tutto scomodo, aveva preso a  Barbiana distanza definitiva. Anche per Pier Paolo, insegnante in “esilio” a Ciampino, il  senso di vendetta e la difesa dei giovani borgatari fecero da guida alla sua pedagogia,  ma con esiti diversi rispetto a don Lorenzo. Pasolini fu man mano assorbito dal sogno di valorizzare il primitivismo degli umili salvaguardandone quell’originalità linguistica, oscura e spesso intraducibile, che lui poneva in parallelo con la propria: di esiliato “scandaloso”, di nomade senza patria, cui il dialetto, in questo caso il friulano, appariva come la “vera” molla comunicativa di un sé profondo eminentemente poetico. Don Milani, invece, meno artista e più insegnante, e soprattutto sacerdote dall’autentica vocazione missionaria, aveva capito come la liberazione dallo svantaggio sociale e culturale dei suoi allievi dovesse passare proprio attraverso quell’italiano a loro estraneo, ma strumento necessario  per trasformarli in cittadini “sovrani”. E la questione è ancora del tutto aperta.

L’intervento successivo si è focalizzato sulla storia e sul senso dell’attività pedagogica di Pasolini, da Versuta a Roma. Angela Felice  [3] in “Appunti per una Pedagogia in Forma di Rosa” ha fatto emergere il disinteresse dello scrittore al guadagno e al successo, il suo ruolo pedagogico di scomodo maestro socratico che pone domande su questioni concrete, perché “dalle esperienze reali si estrapolano comportamenti e valori etici in una pedagogia sia pure della sorpresa e dello scandalo”. Parola chiave questa ultima che ricorre in tutto il convegno proprio per la sua radice polisemica, tra il senso dell’inciampo e quello della scoperta. Ma sono soprattutto i contenuti poetici dell’arte e dell’attività pedagogica di Pasolini ad affascinare la studiosa: preziose testimonianze per far passare “le emozioni in rappresentazione linguistica” in un gioco traduttivo che, sempre secondo Felice, produce chiarezze di senso e indicazioni valoriali. 

Meno convinto sulle trasparenze è Alberto Sobrero [4], che parte da una domanda: “Come insegnanti siamo saggi?” e nel darsi una risposta si dice mosso  tra le istanze delle due precedenti relatrici: l’insegnante non può essere né saggio né oggettivo. Fare poesia è in qualche modo fare un mondo al singolare e ad interpretarla non c’è un metodo, ma ci sono percorsi nascosti, scovabili entro procedure insolite, come  fece per esempio Pasolini facendo leggere ai suoi ragazzi non l’Enea eroico ma il  “vincitore sconfitto” del libro IV del poema con chissà quali suggestivi inciampi e scoperte. Pasolini, come già sostenuto da Palmieri, è un pedagogo proprio per questa sua propria peculiarità di percorso, tra cadute e, nel loro frattempo, cambiamenti prospettici. È vero, tra una remota vita di purezza (il vagheggiato stato di natura alla Rousseau) e la coscienza storica di una modernità sempre più omologata e costrittiva, la poesia ha ancora per lui la capacità di far vedere il mondo diversamente, sebbene non in quantità maggiore. Ma il senso è instabile: la possibilità finale di una educazione multietnica ne “Il padre selvaggio” (la sceneggiatura di Pasolini mai rappresentata) termina con un rito cannibalico foriero di: dissoluzione? liberazione? rabbia per una fusione o un riscatto impossibile? Anche qui l’interpretazione è aperta.

Per Filippo La Porta[5] (“Pasolini un’idea di maestro”) lo scrittore attraversava continuamente gli opposti ed era un “incontinente” nella sua foga di inciampi e scoperte, tuttavia fornita di una pazienza illimitata nella sua arte pedagogica, per esempio nei confronti di Ninetto Davoli. Questo perché la sua pedagogia era innanzitutto un atto d’amore verso gli altri. Tra le possibili definizioni dei suoi intenti, a La Porta sembra calzante quella data da Enzo Paci:” Pasolini vuole vivere il suo significato senza occultare le contraddizioni”. In questo senso è rilevante la sua sincerità emotiva ed esistenziale, che ci aiuta, leggendolo, a illuminare anche le nostre contraddizioni. Della vita ha un’idea dionisiaca, non pedagogica: le persone sono molto poco emendabili, casualità e destino caratterizzano gli umani. Dalla classicità e da Pascal trae il suo pensiero tragico, non dialettico, la sua “ansia didattica” (definizione –ma al negativo- data da Golino, poco tenero con lo scrittore) confligge con il senso acuto di una “necessità” fatalistica. La speranza non gli piace. La felicità è qualcosa che si brucia nel presente, ma non lascia traccia, è smemorata. Irreale è tutto ciò che è calcolo, volontà di possesso dell’esistenza. Reale è la nostra relazione con gli altri, dove l’omosessualità è un di più, perché accanto alla promiscuità c’è l’aspirazione alla castità e all’ascesi.

E la borgata? Giammarco Palmieri, il Presidente del Municipio in cui si è svolto il convegno, ha evidenziato nella borgata attuale quella sofferenza per l’isolamento dal centro, quel degrado viario, quella complessità dell’inclusione che talvolta Pasolini aveva messo in secondo piano, ma forse non alla fine della sua vita. Tratti di realtà che distanziano l’oggi dal passato vagheggiato dallo scrittore? Forse. Certo è che, se siamo tutti immersi nella violenza escludente del presente, non possiamo negare la trama sia pure labile del ricordo.  
Per il sindaco di Ciampino Giovanni Terzulli la borgata che amministra è un centro di memorie (lo scrittore  vi aveva insegnato e molti suoi alunni ne testimoniarono la qualità), ma anche un luogo a rischio di rimostranze, violenze, e ancor peggio di indifferenza: va allora difeso  e incentivato quell’Archivio prezioso di documentazione sullo scrittore, di cui è responsabile Enzo Lavagnini [6], e va incentivata la lettura delle sue opere nei presidi culturali e nelle biblioteche di quartiere. Come sta facendo  Simonetta Salacone con l’iniziativa “Libri Ribelli”, gioco di parole dove si intrecciano la libertà, la bellezza, la ribellione dell’atto del leggere e del far leggere nelle scuole e nel quartiere libri che aiutino anche a esorcizzare l’aumentato razzismo.

Ma questo sarà oggetto di un’altra narrazione…

 


1. A. Tredicine è autrice di Pier Paolo Pasolini, “scolaro dello scandalo, Ombre Corte edizioni, Verona, 2016. Ispirandosi allo scrittore, maestro ed educatore  per certi  versi  profeta inascoltato di esigenze attualissime  (valorizzazione di “altre” culture, inclusione dei diversi ecc.), Tredicine dichiara il suo impegno di insegnante  “scandalosa” nell’accogliere le minoranze Rom, nell’aiutare i suoi alunni a smascherare le ipocrisie e le ostilità verso gli immigrati di cui si trascurano lingua, tradizione e memoria.
2. A. Palmieri è autrice già recensita da insegnare per il suo saggio Maestri di scuola, maestri di pensiero, Aracne Editrice, Roma, 2015; sempre sulla rivista è possibile leggere uno stralcio dal libro sulla pedagogia di Pasolini e Don Milani.
3. A. Felice è direttrice del Centro Studi di Casarsa ed è autrice di numerosi saggi su Pasolini, tra cui Pasolini e la Pedagogia, Marsilio editore, Venezia, 2016.
4. Di A.M. Sobrero citiamo a proposito del convegno il saggio Ho eretto una statua per ridere. L’antropologia e Pier Paolo Pasolini, CISU, Roma, 2016.
5. Nel saggio Pasolini Profili di storia letteraria, Il Mulino, Bologna, 2012,  F. La Porta ha individuato nell’opposizione tra reale e irreale le contraddizioni esistenziali ed espressive di Pasolini che lo porteranno a scrivere opere sempre più frammentarie.
6. E. Lavagnini è autore di Pasolini, Severa Edizioni, Roma, 2009.

Credits

Locandina (a lato del titolo) e immagini del Convegno.

l'autore

Rosanna Angelelli Di formazione classica, già insegnante di materie letterarie nei licei, è da anni redattrice di "insegnare".