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14/07/2017

La scuola che ricerca, sperimenta e riflette

di Anna Chiara Monardo

Per i contenuti dell'intero seminario, si veda il report a cura di Rosanna Angelelli e Maria Gloria Calì,  “Punto e a capo: la scuola che ricerca, sperimenta e riflette”  .

Nella scelta del titolo del seminario “Punto e a capo: la scuola che ricerca, sperimenta e riflette”  (Mendicino, 1-2 luglio), siamo stati guidati dall’idea di  focalizzare l’attenzione sulla identità della  scuola e di puntualizzarne alcuni aspetti centrali  costruendo una consapevolezza comune su cosa mettere un punto fermo, da cui elaborare prospettive per andare a capo e riprendere a tessere la nostra trama professionale e culturale.
Del resto, il seminario estivo rappresenta una tradizione per il Cidi di Cosenza ed è un momento importante per analizzare e riflettere su scelte e azioni  a più livelli:
- il livello territoriale dell’associazione;
- il livello relazionale  con gli altri CIDI e il nazionale;
- il livello ministeriale e la politica scolastica nazionale.

In questa prospettiva, abbiamo pensato di dedicare una prima sessione dei lavori alla condivisione dei percorsi elaborati nei gruppi di ricerca azione attivati questo anno presso la nostra sede, proprio per  testimoniare , in modo semplice e allo stesso tempo problematico, cosa significa la scuola che ricerca, sperimenta e riflette.
Durante le varie presentazioni da parte di coordinatori e docenti dei gruppi,  sono emerse alcune questioni centrali del nostro agire e che erano già state in parte affrontate e discusse nelle fasi di progettazione delle attività da svolgere in classe :

  • la differenza tra percorsi curricolari e progetti;
  • l’applicazione teorica del costruttivismo che si traduce in una didattica laboratoriale che tiene dentro i diversi approcci;
  • la priorità assegnata a una didattica per competenze che non si esaurisce con la costruzione-verifica di un compito di realtà ma è la strutturazione di curricoli basati su procedure tenendo conto dell’epistemologia delle singole discipline;
  • l’utilizzo delle tecnologie o delle “metodologie” come strumento e non come fine della nostra azione didattica;
  • la scelta di attività cognitivamente graduali, che tengano dentro tutti gli alunni e non solo delle eccellenze senza predisporre percorsi differenziati per rispondere ai bisogni di tutti e di ciascuno.

Nell’articolare i percorsi di ricerca azione, i coordinatori dei singoli gruppi, hanno sperimentato un format comune che è stato costruito all’interno del nostro CIDI partendo dallo  studio su come rendere operativo e documentabile, a livello di progettazione l’insegnamento-apprendimento.
Il format ci dà la possibilità di poter successivamente riflettere sulle singole attività e sull’intero percorso dopo la fase di sperimentazione rintracciando punti comuni e punti di differenza.
In particolare si è lavorato per far sì che tutti i gruppi condividessero una progettualità comune, la scelta di  un comune focus didattico da cui partire, strumenti di documentazione uniformi e un approccio valutativo che si concentrasse non sui prodotti ma sui processi. 

Queste scelte di ricerca azione, orientata alla formazione in servizio come momento di crescita professionale attraverso la ricerca, la sperimentazione e la riflessione sono ovviamente intrecciate con i temi e le scelte di politica scolastica, che non possono essere analizzati in modo separato dal fare scuola. Sia perché le scelte di politica scolastica fatte da altri si ripercuotono sulla vita scolastica e la sua atmosfera, spesso condizionandola in modo coercitivo, sia perché, inevitabilmente, anche le nostre scelte sul come lavorare in classe risentono di una determinata idea di scuola e ne difendono la praticabilità. E la scuola, per noi , è anzitutto un luogo in cui si fa politica pensando, riflettendo e agendo nelle classi. 

Partendo da tale presupposto, avvalorato dal cominciare dall’esposizione delle esperienze, si è focalizzata l’attenzione sul contrasto che è ormai tangibile tra la nostra idea di scuola e quella patinata che imperversa e viene veicolata dal centro al territorio.  
Ci sembra infatti importante ribadire, che - nell’ottica dei riferimenti normativi - dalla riforma Moratti fino alla Legge 107 si è avviato e via via consolidato un processo, verso una scuola del pre-lavoro, che ci appare anche anacronistico e involutivo, anche se a taluni sembra che risponda in modo opportuno alle esigenze di favorire lo “sviluppo del paese”. Cosa significa concretamente? Sta prevalendo la concezione per cui la scuola ha senso se e in quanto prepara al mondo del lavoro ed è piegata al sistema della produttività e della concorrenza. Tale idea si traduce in un livello organizzativo legato alla ricerca di un profitto apparente e ad una concorrenza che viene alimentata senza uno scopo. 

Diviene così opportuno prendere in considerazione e analizzare i diversi  livelli della vita scolastica che hanno subito delle trasformazioni indotte da questa idea di scuola:

  • il livello dei finanziamenti : continui stanziamenti per creare audience e consenso ed erogazioni che non rispondono alle reali necessità del fare scuola;
  • il livello delle risorse umane: apparentemente risolto con l’immissione dei docenti potenziati salvo scoprire che alla base non esiste un disegno organico di funzionamento di sistema ma un adattarsi da parte delle singole scuole che non hanno ottenuto risposta alle loro concrete richieste (ogni istituzione è diventata una piccola agenzia di collocamento inventando progetti volti a posizionare i docenti attribuiti);
  • il livello didattico: una modalità di insegnamento che deve piegarsi alla esperienza non cognitiva ma lavorativa già dalla scuola primaria causando un allontanamento dalla riflessione sull’epistemologia delle discipline: cosa e come possono apprendere dalla storia , dall’italiano, dalla matematica  i nostri alunni immersi in un contesto culturale fluido? (Ovviamente la risposta non è da ricercare nell’estremizzazione della digitalizzazione e dei compiti di realtà);
  • il livello valutativo : una esagerata e ossessiva focalizzazione sulle performance e i risultati piuttosto che sui processi (voti decimali, prove Invalsi, certificazione delle competenze, rendicontazione sociale: la scuola più che insegnare valuta e si valuta, indipendentemente spesso da che cosa è effettivamente riuscita a insegnare);
  • il  livello relazionale: gerarchie a più livelli per una centralizzazione contro l’autonomia : livelli esecutivi e continui adempimenti burocratici che esulano dal fare scuola (individualismi a livello di scelte e di azioni che hanno ormai da tempo mandato in pensione l’idea di collegialità. Per chi si lavora: per una comunità educante o per rispondere a richieste dei singoli? );
  • il  livello della formazione: centralizzazione delle offerte dimenticando l’idea di autonomia come risposta alle diverse realtà in termini di ricerca e sperimentazione.   

Per fronteggiare questa situazione di fatto degenerativa, è necessario ribadire e difendere l’idea di scuola come istituzione che ha ricevuto un mandato dalla Costituzione che è quello di formalizzare il sapere   e preparare cittadini consapevoli e non lavoratori, anzi contribuendo a superare le difficoltà e le disuguaglianze. In tal senso  il mandato prioritario è considerare l’alfabetizzazione una chance per realizzare democrazia ; di educare alla consapevolezza e alla responsabilità delle scelte , all’interno di diritti e doveri sanciti, del singolo che diventano responsabilità del gruppo.

Per quanto concerne la nostra stessa formazione di docenti riteniamo fondamentale riconoscere l’autorevolezza delle esperienze di chi prima di noi si è interrogato, ha sperimentato e indagato sul suo agire educativo e didattico. Pertanto siamo convinti che non è una legge che può cambiare il nostro status ma è il nostro essere insegnanti consapevoli e riflessivi che credono nel valore della loro professionalità e vedono nella formazione non uno strumento di carriera ma un continuo processo alla ricerca di risposte in classe e alla classe.

E infine dobbiamo chiederci quale didattica possa rispondere alla difficoltà indiscussa di intercettare le nuove generazioni e costruire intenzionalità ad apprendere. Tra le scuola digitalizzata e digitalizzante e quella delle nozioni invocata ed evocata dagli accademici come unica risposta alla deriva del sistema educativo, noi ribadiamo, per chi sembra abbia dimenticato un pezzo di cammino , la scuola dei "Programmi del ’79", degli "Orientamenti", delle "Dieci Tesi", che rappresentano la bussola per realizzare attraverso il fare il mandato dell’articolo 3 e dell’articolo 34 della Costituzione.

Credits


Immagine a lato del titolo:  Giuseppe Costantini, La scuola del villaggio, 1870 ca. Firenze, Centro Didattico Nazionale.

l'autore

Anna Chiara Monardo Docente di scuola secondaria di I°, si occupa di ricerca didattica in campo linguistico, Presidente del Cidi Cosenza

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