Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla.
È tornare a casa. Lo stesso che leggere.
(A.M. Ortese, Corpo celeste).
Nel panorama internazionale e nazionale la letteratura del Novecento ha visto la presenza di un numero straordinario di scrittrici, spesso purtroppo dimenticate o trascurate. Fortuitamente è anche accaduto che opere che sembravano destinate all’oblio, siano state recuperate e restituite ai lettori. È il caso recente di alcune novelle ritrovate di Anna Maria Ortese (1914-1998), una scrittrice con una storia letteraria ed editoriale articolata e altalenante, con una capacità, come scrive Dacia Maraini [1], “di apparire e scomparire, portata in palmo di mano e poi dimenticata per anni mentre era viva, ma anche dopo morta, trascurata poi eccola che si affaccia timida e ironica da una porta socchiusa a dire sottovoce la sua”.
Le novelle ritrovate della Ortese, raccolte di recente per la prima volta in volume [2], sono cinque e riemergono da un lungo silenzio. Si tratta di novelle scritte in pieno periodo bellico e pubblicate sul settimanale mondadoriano “Grazia”[3], negli anni 1942-3, rivolte dunque a un pubblico prevalentemente di lettrici.
Nel percorso di formazione della scrittrice queste novelle costituiscono una significativa testimonianza delle tematiche, delle atmosfere e dello stile della prima produzione della Ortese, nella scia di un “realismo magico” alla maniera di Massimo Bontempelli, con incursioni nel genere fantastico e nell’ambito del perturbante. Nell’universo narrativo della Ortese convivono, già in queste novelle i registri del realistico, dell’evocativo e dell’onirico-fiabesco che si caratterizzano per un uso peculiare del genere fantastico e per una particolare modalità di lettura della realtà, intensa e tormentata, da parte della scrittrice.
Le cinque novelle sono brevi narrazioni, di scorrevole lettura, con una struttura narrativa che si evolve in senso logico-temporale ma con un ritmo sussultorio - con climax emotivo e momenti di massima tensione - e con un periodare agile e vivace. Tali caratteristiche rappresentano la fase iniziale di un lungo percorso autoesegetico della scrittrice, di riflessione sul senso della propria scrittura e di spiegazione e motivazione delle proprie scelte compositive e stilistiche. Scrive a questo proposito la Ortese:
Io non ho certo un impianto mentale, o intellettuale, di tipo modernissimo. Quando entro in una narrazione, non ne so nulla, e generalmente entro dalla porta sbagliata, e perciò faccio tante scale e corridoi e cortili, ed entro in tante stanze, inutili. Ma questa fatica, sentendosi, dal Lettore e da me, è poi la causa di quel po’ di gioia che si prova, credo, raggiungendo la stanza utile. È un modo di narrare non moderno, certo, non frenato e freddo: un modo semplicemente avventuroso, ma ancora, suppongo, può interessare, come l’eterno Labirinto. […] Devo dunque lavorarci ancora, e molto, lo so […] però l’impianto è quello: inerzia e velocità, basso e alto, freddo e caldo, in un’alternativa fondata su un ritmo, e questo ritmo, ora lentissimo, ora veloce, impegnato alla crescita di una tensione, che solo alla fine, cadendo, mostrerà una certa verità, forse utile: le modeste dimensioni di ogni realtà e verità davanti a un fatto certissimo: il trascorrere inarrestabile, come cortei di nuvole, di tutti gli aspetti e illusioni del mondo, e la necessità, quindi, di pietà e modestia, per chi vive l’attimo, di cui non è che un frammento [4]
Le novelle da poco ripubblicate sono una riscoperta che, oltre ad arricchire lo sguardo sul patrimonio letterario della scrittrice, gettano nuova luce sulla sua evoluzione creativa e sulla sua visione del mondo, con presenza anche di significativi echi autobiografici. Questi cinque racconti, che aprono all’ignoto e all’inatteso, sono storie tra sogno e veglia, apparizione e scomparsa, tra luce e ombra, tra vita e morte, in un intrecciarsi continuo di atmosfere sospese dalle quali si percepisce un senso di indefinitezza, di un qualcosa di non chiaramente percettibile o esprimibile. Emerge inoltre netta da queste novelle la sua sperimentazione di un linguaggio capace di esprimere la sua gioia nello scrivere, e il suo sentirsi a casa – come attesta la citazione in esergo - e di esprimere attraverso la parola la sua essenza più profonda.
L’andamento non è quello di una narrazione lineare - come non lo è la sua vita, e la vita in generale - ma di un fluire, tortuoso e inquieto, nella ricerca di soluzioni espressive capaci di esprimere le emozioni che le storie intendono comunicare.
Sul piano didattico e nell’ottica di una sinergia tra educazione linguistica e letteraria nella scuola secondaria di secondo grado, questi racconti brevi sono una fonte ricchissima di spunti di analisi utili per una riflessione sul testo basata sulla rilevazione di dati concreti. La ricerca di evidenze testuali, nell’ambito di un’attività interattiva di laboratorio di lettura e scrittura, può rivelarsi molto interessante per capire quale uso della lingua diventa veicolo espressivo in una narrazione sospesa tra realtà e immaginazione. Può inoltre fornire utili elementi interpretativi per formulare valutazioni e giudizi pertinenti, e supportati da dati concreti, sulla scrittura della Ortese.
Già ad una prima lettura per il piacere del testo risultano evidenti alcuni tratti propri del linguaggio della scrittrice che di esprimono in un ricorrente uso della interiezione; un periodare breve con frequenti punti di domanda; un uso insistito della negazione; il ripetersi di alcuni avverbi e pronomi indefiniti; la presenza di verbi di percezione; una aggettivazione densa e l’uso di molteplici artifici retorici. In una seconda fase di lettura analitica del testo ci si può chiedere perché quel tipo di punteggiatura, quali funzione assumono le parti del discorso nella costruzione delle frasi e quali effetti producono in chi legge. E quali artifici retorici rendono viva e intensa la scrittura letteraria della Ortese. 
Si propone una esemplificazione di un percorso di analisi testuale di una novella ritrovata[5]. La novella che apre la raccolta si intitola Finestra illuminataIl tema della luce sottolineato dal titolo si trasforma nel corso della narrazione in un gioco di opposizioni sensoriali tra luce/buio, dentro/fuori e caldo/freddo. L’atmosfera notturna è trasognante, fatta di semioscurità attraverso l’uso di aggettivi che ne attenuano la zona d’ombra: “dolce semioscurità”, “porta lucente”, “penombra soavissima “.Il gioco sapiente della negazione, che ricorre in modo insistito nella novella (“non sapevo”, “non un momento”, “non sguardi”, “non pietà”, “non altro. Non si era ricordato”) appare con evidenza nell’espressione: “non sereno, ma nemmeno nuvolo” che esprime una percezione visiva di sospensione tra luce e ombra.
* René Magritte, L’Empire des lumières, 1953-4.
L’attenuazione del senso dell’aggettivo “sereno” tramite la negazione “non” genera la figura retorica della litote; la congiunzione avversativa “ma” esprime contrapposizione all’espressione che precede e introduce una ulteriore negazione di senso opposto “nemmeno nuvolo”. Quella che si percepisce è una visione leggermente offuscata, come da “un velo” sottile in cui “forse il tempo s’era fermato, sorpreso da una fine malinconia”.Oltre alla negazione, ricorrono nel testo pronomi e aggettivi indefiniti “niente” e “nessuno/a” usati per escludere in maniera assoluta l’esistenza di un qualcosa che possa distrarre la protagonista e io narrante dalla situazione di sospensione e languore in cui è immersa: “nessun timore, nessuna tristezza, nessun crudele pensiero, poteva staccarmi dall’incanto di quella sosta, dalla suggestione di quel languore”. Oppure per veicolare attraverso la parola alcune emozioni quali il timore, la tristezza, l’assenza di speranza, interessanti se si considera la correlazione costante tra aspetti autobiografici e scrittura: “Non avevo udito dei passi, nessuno mi aveva mormorato all’orecchio un nome […] Nessuno mi aveva guardata con uno sguardo indimenticata”.Percorrono la novella i temi della memoria e dell’attesa che si esprimono in una vasta gamma di parole correlate tra loro per significato: i verbi ricordare e dimenticare, ripetuti in modo quasi ossessivo (“io lo avevo dimenticato; dimenticato il suo volto […] dimenticato il paese”. L’uso della componente retorica, in particolare della litote, che produce l’effetto di attenuare ciò che si afferma attraverso la negazione del contrario, induce costantemente il lettore a passi inferenziali che tengono desta la sua attenzione e creano un effetto di sospensione, di indeterminatezza e indefinitezza. Il ricorso ripetuto e frequente del punto interrogativo nella costruzione delle frasi, spesso molto brevi, rende la narrazione dinamica, a tratti convulsa, e crea un rapporto diretto, quasi dialogico, con il lettore, nel caso specifico con le lettrici della rivista.
In sintesi, la scrittura letteraria, come emerge già in questa novella della sua prima produzione, è una continua ricerca di una dimensione interiore di stabilità, che fa da contraltare al suo nomadismo fisico ed esistenziale. Si evidenzia anche una linea di continuità di un percorso di conoscenza di sé e del mondo, attraverso una lingua che usa artifici letterari molteplici per esprimere emozioni e generare consonanze interiori in chi legge. Per tali motivi, la produzione letteraria singolare e complessa della Ortese merita (ri)letture e invita a nuovi approfondimenti.
[1] Cfr. Dacia Maraini, Scritture segrete. Le donne che hanno cambiato il mondo con la parola, Rizzoli, 2025, p.203.
[2] Cfr. Anna Maria Ortese. Novelle ritrovate, a cura di Dario Biagi, Argolibri, 2025. La particolare vicenda del ritrovamento è narrata nell’Introduzione.
[3] Accanto alla vasta produzione narrativa, la Ortese condusse una intensa attività giornalistica. I suoi scritti apparvero su riviste di varia natura, a diffusione nazionale, e regionale quali il “Corriere della Sera”, “Il Tempo” e il “Giornale d’Italia”, e Il Gazzettino”, “Il Mattino” o il “Roma”.
[4] Cfr. Lettera di Anna Maria Ortese a Gianni Ferrauto, 16 Aprile 1971, in L. Clerici, Apparizione e visione. Vita e opere di Anna Maria Ortese, Mondadori, 2002, p.458
[5] Cfr. Anna Maria Ortese, op.cit. pp.27-37