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26/04/2021

Quel campo diviso in due

di Alessia Casaccia

Prima di quest'anno il mio rapporto con la disabilità era stato per lo più inesistente. Ammetto che probabilmente è stata una conseguenza delle mie decisioni, sempre orientate a evitare ogni contatto con questa realtà. Ricordo, per esempio, quando al liceo ci fecero fare due mesi di volontariato e prima di cominciare ci diedero un questionario in cui dovevamo esprimere le nostre preferenze in merito alle associazioni alle quali prestare il nostro aiuto. La prima cosa che pensai fu "Sicuramente non andrò in quelle che si occupano di disabilità". La mia paura era stare a contatto con persone con una condizione che non riuscivo a comprendere. Come potrò interagire con loro? Cosa farò se non riesco a controllarle? E se si fanno male? E se mi fanno male? Ma soprattutto, come farò a comportarmi in maniera normale quando nella stanza ci sarà questo grosso elefante che non potrò ignorare?

Il problema, per essere chiari, girava intorno al concetto di normalità. Cosa consideriamo normale? Qualcosa che ci è familiare, che ci è sempre sotto gli occhi, qualcosa che conosciamo. E poi ovviamente, tutto ciò che si discosta dalla nostra idea di normale assume subito i caratteri dello spaventoso, dell'inspiegabile e, perchè no, anche del pericoloso.

Ecco, a me la disabilità faceva paura perchè non la conoscevo, non mi ci ero mai trovata veramente faccia a faccia e per questo non la facevo rientrare nel mio orizzonte del normale. Immaginatevi un campo da calcio tagliato a metà da una linea: in una parte di campo ci sono io e tutto quello che mi è stato presentato come normale e accettabile. La linea costituisce il limite: più ti avvicini più diventi deviante e passibile di esclusione dal mio orizzonte di accettabilità. Bene, l’altra parte di campo, quella che si raggiunge quando oltrepassi la linea, è quella tabù, quella da cui è meglio stare lontani, della quale non ti devi impicciare perchè non si sa mai che qualcosa ti rimanga addosso.
Ma la vera domanda che mi dovevo fare era: come mai la disabilità era dall’altra parte del campo? Come ci era arrivata lì? Fino al liceo il mio unico contatto con persone disabili era stato alle elementari: avevo una compagna di classe con la sindrome di Down. Ora come ora direi che la sua presenza sarebbe stata un'occasione perfetta per fare un po' d'informazione e aiutare noi bambini ad abbattere la reticenza che avevamo nei suoi confronti (ma che probabilmente avremmo avuto con una qualsiasi altra persona disabile). Invece no. Questa compagna passava la maggior parte dell'orario scolastico fuori dall'aula come se fosse necessario tenerla nascosta. Ogni volta che iniziava la lezione la sua insegnante di sostegno la prendeva e la portava da un'altra parte.  E il messaggio che arrivava a me (a noi) si poteva riassumere in un semplice rapporto: doveva fare delle cose diverse dalle nostre perchè lei era diversa. E fino a qua ok. Ma bisogna tenere conto che il diverso in questione non era certo un valore aggiunto in un ambiente dove vigeva la dittatura della normalità. Ero considerata diversa io che non avevo la maglietta della Toki Doki, figuriamoci lei che era disabile! Quel poco di integrazione che ci spingevano a fare si basava esclusivamente sulla pietà ("Dài, fate giocare anche lei!") o su un vago sentimento di superiorità ("Voi che avete capito queste cose spiegatele anche a lei che non ci arriva."). Insomma un'enorme occasione sprecata che ovviamente si traduceva in comportamenti bullizzanti e un grande imbarazzo.

Ora che sono un po' cresciuta, contro ogni mia aspettativa, mi trovo a lavorare ogni giorno con persone disabili. Non parlerò qui di quanto ami il mio lavoro nei suoi alti e nei suoi bassi (soprattutto perchè sono ancora al livello principiante e lascio la parola a quelli più esperti) o di quanto io lo trovi gratificante. Quello che invece mi preme è fare un riassunto sul rapporto scuola/disabilità adesso. Lavoro in una scuola dove per ogni classe ci sono minimo tre alunni BES (ovvero, come ho imparato quest’anno, alunni con Bisogni Educativi Speciali) e almeno cinque alunni con DSA (Disturbi Specifici dell'Apprendimento).
In generale, poi, il resto della classe ha delle grossissime lacune tanto che a volte, pur essendo in un istituto professionale, utilizziamo del materiale per bambini delle elementari. In un contesto del genere tutti hanno bisogno di un aiuto o di chiarimenti e una volta superata la barriera del “Ce la posso fare da solo e non ho bisogno di nessuno soprattutto di te”, l’aiuto te lo chiedono senza problemi.
La cosa che mi ha colpito è che difficilmente porto i miei ragazzi fuori dalla classe per fargli fare un lavoro diverso, quasi tutto si fa assieme. Anzi, molte volte, quando sto spiegando per la decima volta una cosa senza riuscire a farmi capire, mi vengono in aiuto dei compagni di classe del mio educando e con una semplicità disarmante si mettono al mio posto e diventano loro gli educatori. Non c’è un clima di esclusione (o meglio c’è, ma per altri motivi, tipo differenze etniche e linguistiche) e tutto si fa assieme, ci si aiuta a vicenda perchè ognuno colma le lacune di un altro.
La cosa straordinaria è che questa modalità che ho adottato io, ovvero il far intervenire dei pari per spiegare delle cose ai miei educandi, ha dato che risultati che personalmente ho trovato straordinari. Dall’aiuto in classe si è passati a poco a poco a giocare assieme (erano alunni che fino a un mese prima magari non si erano neanche mai parlati) e dal gioco si è passati alle uscite pomeridiane. Insomma si è creato un gruppetto di amici a cui non interessa più di tanto se uno non conosce bene la lingua italiana o un altro non sa coniugare i verbi.

Vorrei concludere il tutto con due luoghi comuni che, a discapito del nome, tanto comuni non mi sembrano e lo vedo bene ora che ci sono in mezzo.
Il primo è che il diverso è un valore aggiunto in qualsiasi caso, che si tratti del colore della pelle o di un cromosoma in più. Il diverso ci spaventa perchè quello che non conosciamo ci mette paura. Una volta che qualcuno ti spiega il meccanismo che ci sta dietro tutto diventa più comprensibile. E qui si passa al secondo luogo comune: l'educazione e l'informazione fanno la differenza. Bisogna parlare e bisogna saper ascoltare soprattutto i diretti interessati. L'insegnamento è fondamentale perchè ci aiuta ad allargare la nostra categoria di normalità e allo stesso tempo ad abbattere il sistema stesso di categoria.

Parole chiave: inclusione

l'autore

Alessia Casaccia Laureata (triennale) in antropologia, attualmente educatrice in una scuola di Bologna, mentre continua a studiare per la laurea specialistica.

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