Home - la rivista - cultura e ricerca didattica - Vivente e/o non vivente: apprendimento scientifico e ascolto - Parte II

buone pratichecultura e ricerca didattica

01/12/2017

Vivente e/o non vivente: apprendimento scientifico e ascolto - Parte II

di Marcello Sala

Nell’articolo precedente  la conversazione tra bambini di 6 anni ha messo in luce una modalità di “ascolto” molto orientata alla comprensione della cultura dei bambini, che si manifesta attraverso il loro linguaggio e che è fortemente contestualizzata nella loro esperienza diretta.
Qui l’esempio riguarda la stessa tematica scientifica, ma bambini più grandi (9 anni) e una diversa modalità di ascolto. La classe lavora già da 4 anni con l’insegnante e da 2 con lo “scienziato” che collabora con la scuola come tutor per l’educazione scientifica: c’è già una dimestichezza con il “gioco linguistico” del fare scienza (nei panni degli scienziati), con un linguaggio comune che si mette in relazione con quello scientifico. Insieme all’insegnante il tutor, che conduce il laboratorio, ha individuato la prossima tappa del percorso di costruzione di conoscenza a partire non solo dal progetto curriculare, ma dai punti chiave precedentemente emersi come domande, intuizioni, ipotesi, “zone grigie” da chiarire…, e ha progettato un laboratorio e un setting.

Sul bordo di un lungo tavolo sono collocati tanti oggetti, ciascuno individuato da un numero. Si tratta di oggetti di significato volutamente incerto rispetto a una dicotomia vivente/non vivente: conchiglie di molluschi, conchiglie fossili, automobilina telecomandata, rametto secco, rametto verde, tronchetto scortecciato con solchi tortuosi, cucchiaio di legno, cannuccia di plastica, insetto vivo in barattolo, guscio di chiocciola o conchiglia di mollusco acquatico, guscio d'uovo, confezione portauova di plastica, gusci di noce e nocciola, nocciolo di pesca, osso di animale, pezzetto di carbone, fossile con rametti vegetali, dendrite.
I bambini, che sfilano attorno al tavolo, sono invitati a osservare e registrare su un foglio per ogni oggetto se si tratta di un vivente o di un non vivente e che cos’è secondo loro.
Alla fine della fase di osservazione si passano in rassegna gli oggetti leggendo ciò che i bambini hanno scritto. Poi lo “scienziato” (M) propone di discutere, come società scientifica, sugli oggetti che hanno suscitato particolari curiosità e che hanno fatto sorgere problemi.  [1]

M - [Mostra due conchiglie apparentemente uguali] Queste due conchiglie si somigliano moltissimo…

B - Una è un po’ più grande e una è un po’ più piccola.

M - Qui dentro ci abitavano animali molto simili: l’unica differenza tra queste due conchiglie è che una l’ho trovata sulla spiaggia qualche anno fa e l’altra, invece, ha quindici milioni di anni.

B - Quindici milioni?!

M - Gli animali che abitavano dentro le due conchiglie erano della stessa specie, ma quello che abitava in questa è morto quindici milioni di anni fa. Gli scienziati che studiano queste cose hanno visto che quella che ho trovato sulla spiaggia qualche anno fa è fatta di madreperla prodotta dall’animale, invece questa è fatta di soli minerali: l’acqua ha portato dei minerali che si sono sostituiti alla madreperla; questa conchiglia, in quindici milioni di anni, si è mineralizzata del tutto.

M - Quali sono le caratteristiche che vi fanno dire che una cosa è vivente oppure no? oppure, in molti casi, che “era” vivente ed ora non lo è più? che cosa vuol dire “essere vivente”?

B - Deve mangiare.

M - Pensate alle cose che deve fare un vivente… che se non è così, non è un vivente. Avete detto “mangiare” [scrive alla lavagna e continuerà a registrare le risposte dei bambini].

B – Bere.

B – Respirare.

B - Fare figli.

B – Riprodursi.

M - È la stessa cosa: significa che un essere vivente è in grado di far nascere un altro essere vivente.

B - La gallina fa le uova e dalle uova nascono dei pulcini che diventano delle nuove galline.

M - Ma che cosa nasce da quelle uova?

B - I pulcini.

B - Un animale della stessa specie.

M - Allora “riprodursi” vuol dire che nascono dei nuovi esseri viventi grazie ai genitori che hanno fatto le uova, oppure dei semi; oppure ci sono animali che nascono dalla pancia della madre ma sono comunque tutti della stessa specie dei genitori. Questo vuol dire “riprodursi”: produrre qualcosa uguale a chi l’ha prodotta. Poi cosa si deve fare per essere viventi?

B – Respirare.

B - E morire.

B – Crescere.

B - Deve compiere un ciclo vitale.

M – Si, deve compiere un ciclo vitale: nasce, cresce, si riproduce e muore. Ma crescere non è soltanto diventare più grandi… pensate ai rospi: quando sono piccoli sono uguali a quando sono grandi?

B - No!

B - Sono dei girini, sono come dei pesciolini.

B - Vivono nell’acqua.

M - E respirano con le branchie, invece quando diventano grandi devono venire fuori dall’acqua altrimenti annegano. Diventare grandi allora vuol dire anche trasformarsi.

B - Come il bruco che poi diventa una farfalla.

M - Sì. E poi altre cose che caratterizzano un vivente?

....

M - [Fa mettere una bambina in equilibrio su di una gamba] Cosa fa per mantenere l’equilibrio…?

B - Deve muoversi.

M – Oh: deve muoversi; ma come ha fatto lei a ritrovare l’equilibrio? [M chiede alla bambina di chiudere gli occhi e le solleva un braccio] Dove hai il braccio? in quale posizione precisa: in basso, in avanti, in alto?

B – In avanti.

M - Come fai a saperlo?

B - Perché lo sento.

M - E con che cosa lo senti?

B - Con il mio corpo.

M - Quanti sono i sensi?

B – Cinque.

M - Quali sono?

B - Olfatto, tatto, udito, vista e gusto.

M - Quale dei cinque sensi ha usato lei per sapere dov’era il suo braccio?

B - L’udito.

B - Il tatto.

M - Non ha fatto rumore e non si è toccata. Ha usato un senso che si chiama “propriocezione”: vuol dire “sentire il proprio corpo”. Lei aveva ragione a dire “è il mio corpo che me lo fa sentire”. Quello che avete visto in azione adesso è un senso, quindi i sensi non sono solo cinque

B - È l’equilibrio.

M - Sì: è il senso che ti dice se stai cadendo o no. Allora che cosa aggiungiamo alle caratteristiche degli esseri viventi?

B – Sentire!

M - Sentire non solo con le orecchie ma con tutti i sensi, che sono più di cinque. Sentiamo il calore, ad esempio, sentiamo il dolore; e questo ci salva perché ci impedisce di farci male. Infatti se io vi stringo forte e vi faccio male, voi che fate?

B – Scappiamo.

M - Cioè fate un movimento, avete una reazione.

B - Anche piangere è una reazione.

M - Sì, anche il pianto è una reazione al dolore. Allora gli esseri viventi sentono e reagiscono. Le piante, secondo voi, ce li hanno i sensi e reagiscono?

B - No!

M - Qualcuno dice di sì?

B - Sì, io dico di sì.

M - Questo è il modo di lavorare degli scienziati: quando sembra che sia “no” per tutti, c’è sempre qualcuno che dice “sì”, ma bisogna dimostrarlo.

B - Tipo quando tu stacchi una foglia, fai male alla pianta.

M - Questo lo pensi tu, però la pianta che cosa fa? Se devi convincere gli altri che le piante sentono e reagiscono, devi portare degli esempi.

B - A me viene in mente l’ortica che, quando uno la tocca, emette questo veleno che fa venire prurito e bruciore.

M - Beh, non è che la pianta lo sente, ma ha come delle fialette sulla sua superficie che quando la tocco si rompono e il liquido esce e ti fa male, ma senza che sia la pianta a romperle: la pianta non lo fa apposta.

B - Come la rosa che ha le spine.

M – Infatti: sei tu che vai vicino alla pianta e ti pungi, ma la pianta non fa niente. Possiamo dire che è tipico degli esseri viventi avere delle difese già pronte, anche senza volere difendersi; questo è interessante, ma c’è qualche esempio che dimostri che la pianta sente e reagisce?

B - Il girasole si gira verso la luce del sole e quando viene buio abbassa la corolla.

M - Quindi devono sentire dov’è il sole: visto che non hanno gli occhi, sentono il calore, sentono la luce? chi lo sa? Sta di fatto che si muovono reagendo a dove va il sole. Poi forse avrete sentito dire che certe piante crescono dalla parte del sole: se vanno dalla parte della luce, vuol dire che la sentono e reagiscono crescendo da quella parte. Quindi sentire e reagire è tipico dei viventi, anche delle piante, non solo degli animali.

M – Questa [l’automobilina telecomandata] si muove; perché allora non è vivente?

B - Perché è elettrica.

M - Avrete sentito dire che il movimento dei nostri muscoli è comandato attraverso segnali elettrici: allora che differenza c’è tra automobilina e un vivente?

B - Perché non nasce, non muore…

B - E non fa nemmeno i figli.

M - Ecco, infatti: non dobbiamo guardare una cosa alla volta, un vivente le ha tutte insieme. Perciò l’automobilina si muove, ma non mangia, non si riproduce, non muore e quindi, se manca anche solo una delle caratteristiche che abbiamo detto, non è vivente. Anche un sasso si muove: se mettete una pietra su una discesa, rotola; anche crescere è muoversi nello spazio… ad esempio, secondo voi, i sassi crescono?

B - No!

B – Sì: se vengono trasportati giù dalla montagna dall’acqua e si trascinano un po’ nella sabbia, poi si asciuga e diventano più grandi.

M – Succede più facilmente il contrario, cioè che si consumano man mano che passa il tempo. Però c’è un esperimento che potrete fare, quello di far crescere un minerale nel giro di pochi giorni [fa riferimento all’esperimento sulla crescita dei cristalli].

B - Facciamo crescere un rubino!

B - La macchina è anche tecnologica, invece il vivente non lo è.

M - Invece di dire “tecnologica” come possiamo dire in una maniera più semplice? Questo [l’automobilina] è un robottino che si muove e basta, ma ci sono dei robot che fanno quella cosa complicata che fanno gli animali e le piante, cioè sentire e reagire: ad esempio, se fate andare l’automobilina, quando arriva al bordo cade giù; invece ci sono dei robot capaci di fermarsi quando sentono che finisce il tavolo, oppure cambiano direzione se accendete una lampadina, oppure si fermano quando sentono un rumore. Sentono e reagiscono, ma non mangiano, non crescono, non si riproducono… Ma: come fa a muoversi quel robot?

B - È la tecnologia.

M - Che cosa vuol dire?

B - Vuol dire che è stato costruito da qualcuno.

M - Invece il vivente, tutte quelle cose che abbiamo detto, le fa da solo. Un pulcino dentro all’uovo non lo fa l’uomo; non è dovuto alla tecnologia. … Quando fate la frittata, dentro c’è il pulcino?

B - No, la gallina doveva covare di più l’uovo.

M - Perché ci sia un pulcino, deve crescere dentro l’uovo. Pensate: da quell’uovo si forma un pulcino che nasce, cresce, respira… nessun oggetto tecnologico è in grado di farlo da solo. Perciò possiamo aggiungere all’elenco [sulla lavagna] che il vivente non è costruito.

B - Ci sono delle persone che non hanno un braccio e se lo mettono.

M - Ah, allora l’uomo è un vivente e non è costruito da nessuno; però, se perde un braccio e se ne mette uno artificiale, costruito… l’uomo intero non è stato costruito, ma un pezzo sì e quindi: come la mettiamo? In questo caso è ancora un uomo?

B - Sì!

M - Se cambio solo un braccio è ancora un uomo, ma se gli cambio le braccia, le gambe, e anche la testa…?

B - Ma sarebbe morto!

M - Eh, sì, in effetti tutta la testa forse no, ma se gli cambiamo gli occhi, il naso, insomma dei pezzi…? Su questo c’è una grandissima discussione in atto tra scienziati, filosofi, religiosi ecc…

Come si vede, in questo caso il dispositivo pedagogico dell’ “ascolto” prende le forme dell’ “improvvisazione”, intesa in senso teatrale come testo non definito in partenza che si costruisce a più voci interagenti su un canovaccio [2].
Dal punto di vista della costruzione di conoscenza chi conduce può permettersi di improvvisare perché ha in mente la mappa cognitiva dell’argomento e quindi può scegliere di volta in volta il percorso che, a ri-partire da dove i bambini hanno condotto il discorso, può portare al punto di arrivo che era stato individuato come obiettivo, oppure può contenerlo nell’ambito del territorio (la conoscenza ha sempre una componente di esplorazione).
In questo laboratorio predisposto è solo il setting, l’innesco, la situazione stimolo, la domanda. M parla molto, forse troppo da un punto di vista quantitativo, ma, a un’analisi qualitativa, aggiunge poche informazioni a quelle messe in campo dai bambini e su questioni aperte da loro; per il resto risponde, restituisce, completa, rilancia, apre conflitti cognitivi, propone contesti nuovi, esempi diversi… Lui tiene il filo del discorso, ma il processo cognitivo funziona perché gli interventi autonomi dei bambini si collocano con efficacia e sobrietà, ma anche con creatività, lungo quel filo; ed è un processo di gruppo; dove “funziona” significa che si co-costruiscono idee  scientificamente adeguate.

 

Note

1. Quella che segue è la conversazione che ha accompagnato lo svolgimento del laboratorio nella Classe 4a a.s. 2017 -2018 della Scuola Elementare Statale “Rodari” di Poggetto (I.C. di S. Pietro in Casale, BO); l’insegnante è Valeria Pritoni, che ha curato anche registrazione e trascrizione. 
2. Vedi Perticari Paolo, Attesi imprevisti, Bollati Boringhieri Torino 1996; Marcello Sala, L’arte di (non) insegnare, Change Torino 2007.

Immagine


A lato del testo: Tavola fuori testo tratta da M. Oléon, Il mio giardino, Fratelli Fabbri Edtori, anni '50.

l'autore

Marcello Sala Insegnante e tutor in Educazione ecologica, Cultore di Epistemologia alla Facoltà di Scienze della Formazione di Milano Bicocca.

sugli stessi argomenti

» tutti