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editoriali

22/12/2014

Se questo รจ un Natale...

di Mario Ambel

Oggi, nel Barnum mediatico delle emozioni in saldo, l’immagine dei poliziotti di New York che fanno il saluto militare alla bara del collega ucciso da un afroamericano - gesto da lui preannunciato in rete e per di più dopo avere sparato alla fidanzata-, ha già sostituito quelle delle lacrime di Peshawar  per i giovanissimi trucidati nella scuola violata dai Talebani pakistani. Anche lì, al di là delle sproporzioni del confronto, la violenza è stata rivendicata con la matrice della vendetta. L’uno voleva vendicare i fratelli neri uccisi dalla polizia americana nei mesi scorsi, gli altri volevano far soffrire i padri e le madri di quei ragazzi quanto soffrono loro.

Sdegno, commenti, condanne unanimi, polemiche. Il solito corredo di parole inutili e di immagini ormai più o meno censurate. E l’ipocrisia dei volti offuscati, i volti dei superstiti che uscivano dal delirio e avevano appena lasciato i compagni che avevano sì il volto ottenebrato, ma in pozze di sangue.

Da giorni - da anni forse - mi sento quasi sollevato dal non essere a scuola, dal non dover rispondere alle domande degli allievi e dover trovare risposte diverse e via via credibili per loro: bambini, i ragazzi, adolescenti, giovani. O forse provo il rammarico di non esserci, in classe, a cercare con loro di capire, di resistere insieme alla tentazione delle risposte troppo facili, delle favole che spiegano le tragedie, della tentazione di inerpicarsi sulle pareti scivolose della contrapposizione aprioristica fra ragione e follia, civiltà e barbarie, noi e loro.


Quanto  è riecheggiata anche nei commenti sull’eccidio di Peshawar! Il richiamo al Medio Evo, alla barbarie, all’assenza di cultura! Già abbiamo dimenticato, nelle nostre stanze calde, quanto sia difficile chiedersi “Se questo è un uomo”… e quanto si possa pagare con la vita il non trovare una risposta accettabile allo scatenarsi della belva umana.

Continuiamo a interrogarci troppo poco sull’escalation della violenza, su quanto vi contribuisca la mancata soluzione vera dei conflitti e talvolta una gestione spesso contraddittoria dei media, la cui cassa di risonanza i carnefici mettono nel conto paradossale dei costi e benefici della perdita della ragione e della dignità umane. Eppure proprio quelle pagine di giornali, quelle immagini per quanto a tratti incredibili dovrebbero costituire anche a scuola materia di faticosa riconquista della capacità di raziocinio e di pietà.

Nei giorni scorsi, mentre leggevamo le cronache dal Pakistan, è giunto da Save The Children uno dei suoi appelli ricorrenti: “Repubblica Centrafricana, bambini soldato: circa 10.000 i minori coinvolti in gruppi armati, quadruplicati in 2 anni”; il rapporto di Save the Children è scaricabile dal suo sito .

Anche di questo si potrebbe, si dovrebbe parlare nelle nostre aule, anche se è difficile, anche se è Natale e come spesso ci è accaduto negli ultimi anni facciamo sempre più fatica a credere in un mondo migliore, a pensare di poter dare un contributo - seppur piccolo - di educazione, di civiltà, di cittadinanza.

E vogliamo ricordare anche gli articoli con cui abbiamo affrontato questi temi durante l’anno, per quanto ne siamo capaci e con l’impegno di continuare a farlo, per continuare a credere che sia vero che quando qualcuno vuole escludere qualcun altro dalla scuola e dall’istruzione, ovunque sia e per qualsiasi motivo lo faccia, è per tenere alto il tasso di barbarie di cui si alimentano la sua violenza e il suo pregiudizio.

M. Gloria Calì, L’estate della guerra e l’autunno dei curricoli
Gianna Di Caro, Non perdere la ragione
Malala Yousafzai con Cristina Lamb, Io sono Malala, recensione di Rosanna Angelelli.

 


La petizione di Avaaz per il diritto all'istruzione in memoria dei bambini del Pakistan


 

l'autore

Mario Ambel Per anni docente di italiano nella "scuola media"; esperto di educazione linguistica e progettazione curricolare, Direttore di "insegnare".