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opinioni a confronto

03/04/2018

Le ragioni della stanchezza

di Maurizio Muraglia

Meritoriamente la rivista del CIDI “Insegnare” rende conto del dibattito (ri)suscitato dall’intervento del prof. Settis sulla questione del rapporto tra contenuti e metodi nell’insegnamento scolastico. E qui a quel dibattito c’è davvero poco da aggiungere se non che ha stancato anche chi, come me, a quel dibattito ha partecipato più volte con passione. Ma al richiamo di “Insegnare” e della casa natìa, cioè il CIDI, non si resiste. E allora vien da dire il perché della stanchezza.

La stanchezza viene dall’astrattezza del dibattito. Contenuti culturali, metodo, competenze. Tutte astrazioni. Nessuno ha mai incontrato e frequentato un contenuto, un metodo o una competenza. Persino una disciplina nessuno l’ha mai vista. E neppure la valutazione. Sono, appunto, astrazioni dalla vita delle classi. Che si svolge fregandosene delle astrazioni con le quali si tenta di dare un nome al flusso dell’insegnare e dell’imparare. Io stesso devo fare ammenda di quanto detto e scritto in questi anni. Non perché non creda in quel che ho detto e scritto. Ma perché anche io, come coloro con cui contendo, finisco per appassionarmi ai concetti. Che, come noto, sono ombrelli che sussumono facce, parole, emozioni, eventi. Quelli che si verificano a scuola.

A scuola ci sono i bambini e i ragazzi. Organismi vitali, che pulsano. Carne e sangue. Il sapere, la cultura, li incontrano mentre pulsano e sparano ormoni. La chimica che avviene tra queste vite e le forme che assume il sapere scolastico è difficilmente comprensibile. Diciamolo pure: è alquanto incomprensibile. C’è poco da misurare. L’invisibile, per quanto essenziale o forse proprio per quello, resta invisibile. E l’alchimia dell’incontro tra gli allievi e il sapere resta davvero complicata da decifrare anche per chi va in aula ogni giorno da più di trent’anni come chi scrive. Impossibile da decifrare per chi non ci va. Come il professor Settis et similia.

L’alchimia è quello che avviene. Ordine delle cose. Le chiacchiere sull’alchimia sono l’ordine del discorso. Da qui la stanchezza. Dalla forbice che si allarga tra i due ordini.

Per fondare l’ordine del discorso sull’ordine delle cose occorrerebbe cercare di capire che cosa succede quando un bambino o un adolescente si avvicinano a quel che l’ordine del discorso definisce “contenuto”. Oppure cercare di capire che cosa un insegnante desidera che succeda. Cosa vuole che accada un insegnante, mentre illustra un contenuto? Che si ascolti? Che si prendano appunti? Che si riproduca quel contenuto? Oppure che se ne discuta? In parole povere: quale interesse nutre, un insegnante di scuola, per la relazione tra i suoi allievi e le cose di cui parla?

Le discipline, i contenuti, i metodi, le competenze, la stessa valutazione iniziano, come discorsi, partendo da qui: chi insegna, cosa vuole che avvenga di quel che insegna? 

Non cederò alla tentazione di duellare a colpi di astrazioni. Resto in classe. Come si fa a far capire qualcosa ai ragazzi? Parlandogliene? Facendogliela “vedere”? Facendogliela scoprire da soli? O toccare? Si sa che i piccoli amano il concreto. E ai più grandicelli si addice magari l’astratto, anche se non lo amano quanto si penserebbe. Un precursore degli attuali Settis (Lucio Russo) circa venti anni fa scrisse che la scuola stava perdendo serietà perché non sapeva parlare di segmenti ma parlava di bastoncini. Astratto e concreto.

Qualcuno usa il costrutto “oggetti culturali” per definire i contenuti. Vien meglio così pensare che in quanto “oggetti” si possano consegnare da uno ad un altro. Trasmettere. Che importa come? Basta la consegna. Certo, se uno non ha niente da consegnare non avviene nulla. Ma anche se ha qualcosa da consegnare e si limita a consegnarlo avviene poco più di nulla.  La parola contenuto rende meglio quello che succede nella vita vera delle classi. E’ il participio passato del verbo contenere. Presuppone qualcuno che contiene qualcosa. Ma se questo qualcuno non ne ha voglia o non ne è capace non può contenere niente. Capire questo significa parlare del “metodo”? Non saprei.

Chi non va in classe non ha comunque la più pallida idea di tutto questo. Chi ci va, sa che questo “contenere” è carne, sangue, emozioni, fatica, imprecazione, esultanza. E’ vita. Vogliamo fare una scuola senza vita? Dunque se non ho un oggetto da mettere in campo che già per me è stato “vita”, nessuna vita potrà mettersi in movimento. Ma anche se quell’oggetto ce l’ho, e lo controllo, e lo amo, come potrò farlo entrare nella vita dei miei allievi affinché esso stesso si trasformi in vita? Vita pensata, vita discussa, vita agita?

C’è qualcuno, nel nostro Paese, capace di pensare che ciò che si impara non debba trasformarsi in vita? C’è qualcuno capace di pensare che ciò che si impara debba soltanto essere dichiarato come acquisito?  Io non credo che nessuno pensi questo. Né Settis né coloro che lo contrastano. Di qui la stanchezza. Su che cosa si contende? Sulle astrazioni. Che fatalmente si trasformano in ideologie. Sotto i cui colpi è cascata la scuola italiana. L’ideologia dei contenuti, l’ideologia del metodo, l’ideologia delle competenze.

In realtà ci sono gli alunni, ci sono gli insegnanti, e c’è qualcosa tra loro. Qualcosa da abitare e da cui farsi abitare per farne qualcos’altro. Il resto è chiacchiera ideologica. Passo.

l'autore

Maurizio Muraglia Docente di Lettere in un Liceo Linguistico, formatore, già Presidente del Cidi Palermo