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22/01/2022

"Competenze non cognitive" al Parlamento

di Maurizio Muraglia

La Camera dei deputati ha approvato una nuova legge per la scuola, che adesso è all’esame del Senato. Riguarda la didattica. Alcuni membri del nostro Parlamento il 6 febbraio del 2020 hanno presentato una proposta di legge dal titolo certamente impegnativo: "Disposizioni per la prevenzione della dispersione scolastica mediante l'introduzione sperimentale delle competenze non cognitive nel metodo didattico".
Si raccomanda la lettura della presentazione che precede gli articoli. I dieci articoli propongono una sperimentazione triennale che prevede l’introduzione nel metodo didattico (sic!) delle competenze non cognitive interdisciplinari con preliminare formazione dei docenti. L’iter parlamentare ha modificato l’impianto originario che ha assunto la veste del disegno di leggeQuest’ultimo ha rimosso gli aspetti più dozzinali della proposta, ma ne mantiene il paradigma di partenza, quello delle “competenze non cognitive”. Nessuno dal mondo della scuola ne sentiva la mancanza. Come non si sente la mancanza di ciò che non esiste.

Riepilogando, un gruppo di parlamentari bipartisan non particolarmente esperti di scuola legge dati provenienti da istituti che maneggiano dati quantitativi e ne ricava l’allarme sulla povertà educativa e la dispersione scolastica. Bisogna introdurre qualcosa. E pertanto elabora una proposta di legge che entra nel merito della progettazione didattica. Il costrutto risolutivo dunque è quello di “competenze non cognitive”, che nell’attuale disegno di legge, per opportuno pudore, non sono state declinate, mentre nell’originaria proposta lasciavano solo il dilemma se far prevalere il riso o la pietà: amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale per sviluppare la creatività, attitudine alla risoluzione dei problemi, capacità di giudizio e capacità di organizzazione e di interazione. Non le conoscevamo. Nelle aule non c’erano.

Non che questa materia sia da buttar via, anzi. Campeggia in tutti i documenti europei e italiani quale dimensione indispensabile per la costruzione dell’ambiente di apprendimento. Costitutiva delle competenze e stop. Al limite trasversali. Insomma c’era già tutto scritto. E dunque perché una nuova legge? Perché un manipolo di deputati tira fuori le competenze “non cognitive” come se non ne sapesse nulla della normativa degli ultimi quindici anni? Vogliono parlare di competenze che non hanno a che fare con il conoscere? Quale studente hanno in mente?

Fioccheranno le circolari dei dirigenti scolastici che veicoleranno la nuova normativa invitando i docenti ad applicarla. Si metterà in movimento l’apparato gerarchico, come per l’Educazione civica. I comandati degli Uffici Scolastici Regionali avranno il loro da fare per preparare le slides sull’aria fritta. Ma il top della tragicommedia si raggiungerà quando le programmazioni dei docenti cominceranno a dover contenere le competenze non cognitive con tanto di metodi idonei ad ottenerle.  
Soldi pubblici vengono stanziati per la formazione dei docenti. Enti accreditati sono chiamati a erogarla. Il formatore chiarirà i presupposti delle competenze non cognitive ed i metodi per svilupparle e valutarle. Il docente con quel che avrà imparato (imparato?) andrà in classe a fare storia o matematica con una marcia in più: la competenza non cognitiva. Prima non lo faceva. Ora lo farà. Un po’ di matematica più…coscienziosa o amicale.

Si chiama sperimentazione. Tre anni. In questi anni il MIUR monitorerà il successo della legge. Sarà un trionfo di relazioni e rendicontazioni in cui si dimostrerà che attivando le competenze non cognitive si sarà combattuta efficacemente la povertà educativa. I ragazzi della secondaria - cui è destinata la legge - andranno a scuola col sorriso sulle labbra. Nel 2024 non avremo più la povertà educativa - come ai tempi dell’abolizione della povertà di pentastellata memoria - e neppure la dispersione scolastica che ne consegue, perché c’è stata la legge sulle competenze non cognitive. Se invece avremo ancora povertà e dispersione, sarà stato che i docenti sono di dura cervice. E quindi nel 2027 si farà una nuova legge che istituisce l’obbligo di sviluppare le competenze ultracognitive, e poi nel 2030 le competenze postcognitive, e poi nel 2033....

È solo pars destruens?  No. C’è anche una pars construens per la quale basta qualche riga. Le competenze a scuola sono culturali e basta. Si chiamano competenze perché c’è lo studente tutto intero. Quello che conosce, quello che sente e quello che vuole sono un’unica persona. Si chiamano culturali perché risultano dall’incontro tra gli studenti integralmente intesi e i saperi.  
Lo capissero i dirigenti e i docenti che si accingono a….sperimentare.

Credits


L'immagine a lato del titolo è tratta da Consiglio d’Europa, Competenze per la cultura della democrazia, Sintesi, 2018.

Nota redazionale a margine

Sulle fonti comunitarie della pluralità delle competenze, vedi "Le competenze europee per la cittadinanza e la democrazia", in M. Ambel, a cura di, Una scuola per la cittadinanza, PM edizioni, 2020, vol II, pp. 87-90. Nello stesso volume, nel caso si volesse affrontare seriamente la questione, si vedano anche A. Palmieri, "Istruzione/Educazione. Oltre una dannosa separatezza", pp. 190-196 ; G. Crocenti, "La crisi educativa e i contesti di cura, da A. Musciacco", pp.213-219; A. Morniroli, "Vulnerabilità. Educare alla cittadinanza: la scuola come laboratorio", pp. 248-251; F. Paone, "Competenza, 'sviluppo umano e cittadinanza', da Massimo Baldacci, pp. 252-257. Sulla possibilità di "insegnare" le dimensioni educative delle competenze, dal vol.I della stessa opera, si può leggere M. Muraglia, "Quale trasversalità", pp.203-207.
Sulla concezione di competenze di cui si parla nella chiusa dell'articolo, infine, si può leggere (scaricabile qui) M. Ambel e D. Chiesa, a cura di, 
Competenze culturali per la cittadinanza, dossier insegnare, ciid edizioni, 2007.

l'autore

Maurizio Muraglia Docente di Lettere in un Liceo Classico, formatore, già Presidente del Cidi Palermo

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