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02/12/2013

Una ricerca per ragionare sulla scuola

di Rosamaria Maggio

I mille dati del 2009 ...

Il CIDI per oltre un anno ha portato avanti - assieme a  “Proteo Fare Sapere”, all'AIMC (Associazione Italiana Maestri Cattolici) e a LEGAMBIENTE Scuola e famiglia - una ricerca sul sistema scolastico italiano, con particolare attenzione ai contesti e ai risultati regionali.i
I dati in se stessi non costituiscono uno scoop, arrivando fino al 2009 e in parte essendo già stati anticipati in comunicazioni di settore, ma è stato pur sempre interessante ragionare su un’intera annualità (appunto il 2009) e in particolar modo sui rapporti tra le varie sedi scolastiche e i loro rispettivi territori regionali.
I sistemi scolastici registrano ovunque - le eccezioni sono davvero poche - difficoltà in termini di equità e di efficienza: essi non riescono a far acquisire a bambini e giovani un bagaglio di conoscenze e competenze omogeneo, a democratizzare la società, a favorire la mobilità sociale.

Da alcune indagini internazionali, per esempio l’Ocse-Pisa, ricaviamo elementi significativi circa le competenze dei quindicenni, ma solo su due discipline, né traiamo dati generali sui vari segmenti scolastici e questo rende arbitraria ogni pretesa di inserire i risultati accertati dalle prove in un sistema di causa-effetto ampio e rigoroso.
Così risulta ancora abbastanza aleatorio riuscire a delineare un profilo convincente del sistema scolastico italiano, anche se una caratteristica, purtroppo comune a molti Paesi del mondo, emerge anche nel nostro e in modo imbarazzante: nell'istruzione in generale la strategia politica italiana è stata quella di una sistematica riduzione delle spese, anche se poi questa stessa politica ha dovuto e dovrà fare i conti con la necessità sempre più urgente di rendere i sistemi scolastici equi e giusti, cioè conformi al dettato costituzionale.

La ricerca ha l'ambizione di voler conoscere la situazione della scuola italiana con riguardo ai contesti regionali e di prendere atto di quelle disuguaglianze e diversità a livello territoriale che ripropongono uno storico problema nel nostro Paese e cioè quello delle differenze tra Nord e Sud. Ma ha pure l'obiettivo di fornire sia agli operatori e amministratori della scuola, sia a quelli della politica, elementi di riflessione utili a sfatare alcuni luoghi comuni circa le cause di alcune situazioni, o circa l'attribuzione scontata di esiti inefficienti o efficienti sempre e soltanto a determinati territori.

Proviamo a esemplificare. L’Italia non è un paese giovane: dai dati del 2009 risulta che la popolazione di età inferiore ai 25 anni costituisce il 24% del totale. In particolare la popolazione in età scolare attesta un decremento soprattutto al Sud. Questo è un dato importante che dovrebbe guidare i decisori politici nelle scelte significative relative al dimensionamento scolastico.
Quanto alla popolazione interessata ai servizi educativi e di istruzione, il primo livello e cioè i nidi costituisce un segmento di sofferenza. Infatti in Italia, a fronte di un obiettivo del 33% di incremento del servizio fissato dall’Unione Europea per il 2020, il tasso di copertura nazionale è solo dell'11,3%.
Per il segmento dell'infanzia le cose vanno meglio: il tasso di copertura è del 97,3%; quella primaria e secondaria di I grado hanno tassi di diffusione superiori al 100%, a causa delle ripetente; la scuola superiore di II grado arriva al 92,7%.

Vi sono però forti differenze a livello regionale. Rispetto al tempo scuola, dopo l'abolizione dei moduli, il tempo pieno è richiesto per oltre ¼ dei bambini, ma la risposta a questa domanda è subordinata alla disponibilità di organico nella scuola statale.
Quanto ai dati organizzativi, nel 2009 le scuole statali sono 10.749, con un decremento rispetto all'avvio della stagione dell'autonomia (dalla seconda metà degli anni Novanta in poi) dello 0,7%, che si innalzerà fino al 20,1% nell’a.s. 2013/14 (fonte MIUR) a causa del dimensionamento.
Un altro dato importante è l'incidenza della scuola non statale nei segmenti primari: nella scuola dell'infanzia essa rappresenta il 41% dell'offerta totale.

I contesti territoriali

Fra di essi emerge una notevole sperequazione. Per esempio, la distribuzione degli alunni nel territorio vede regioni come Campania e Lombardia con 400 alunni per Kmq, mentre Molise, Sardegna, Basilicata, Valle d'Aosta e Trentino sono al di sotto dei 100 alunni per kmq.
Se poi ci riferiamo alla qualità degli edifici scolastici, abbiamo un patrimonio immobiliare vetusto per oltre il 60%, la cui costruzione risale a prima del ´74, e ben il 36% degli edifici ha bisogno di interventi di manutenzione, con una forbice che va dal Piemonte con l’11,8% alla Sicilia col 63%.
Quanto poi ai livelli di occupazione abbiamo una media nazionale del 57%, anche qui con una forbice tra regioni del Nord e del Sud, le prime con un 10% in più di occupati e il Sud il 10% in meno.
Si riduce invece il divario interno dei livelli di istruzione della popolazione adulta (25-64anni), che è del 14,5% per i laureati e del 32,5% per i diplomati. Il divario è invece rilevante tra il nostro, gli altri paesi OCSE, e l'Europa. La media OCSE dei laureati è del 37% e l'obiettivo di crescita assegnato dall’Unione Europea per il 2020 è del 40%.
Infine la spesa pubblica totale consolidata per l’istruzione oscilla tra i 5.519 euro per alunno in Puglia, i 7.807 in Friuli e i 9.565 nel Trentino.

I risultati

Quanto alle ripetenze, risulta che nella scuola Primaria la regione con un più alto tasso negativo è la Valle d'Aosta, mentre quella a più basso tasso è la Basilicata. Nella scuola secondaria di I grado, col primato di ripetenze in prima classe, troviamo sempre la Valle d'Aosta, mentre in seconda e terza il primato spetta alla Sardegna. I più bassi tassi si registrano invece in Basilicata, Umbria e Calabria. Nelle superiori è la Sardegna ad avere il più alto tasso di ripetenze nel corso del quinquennio, mentre il più basso tasso si registra a seconda degli anni, in Calabria (1ª-5ª), Trentino (2ª e 4ª), e Molise (3ª).
Si osserva pertanto che la Valle d'Aosta sembra avere una scuola fortemente selettiva nella fascia dell'obbligo, mentre la scuola in Sardegna è selettiva nella secondaria sia di I che di II grado. Si tratta di un dato significativo se si guardano le specificità regionali molto diverse in termini socio-economici.
Il primo luogo comune da sfatare in questo caso è il fatto che non sempre possono collegarsi i risultati alla collocazione geografica del territorio e viene smentita l'idea che le scuole del Nord siano più selettive di quelle del Centro-Sud.

Se invece ci concentriamo sul fenomeno dell’abbandono, è la Sicilia la regione con il più alto tasso (26,5%) e il Lazio quella con il più basso (11,2%). Il dato sull'abbandono scolastico è molto significativo su tutto il territorio nazionale tanto che l'Italia è lontana dalla media europea del 14,1% e anche dagli obiettivi Europei per il 2020, che vorrebbero che il fenomeno possa contenersi entro il 10%. Anche in questo caso è una regione del centro, il Lazio, che ha meno dispersi e non il Nord, come ci si sarebbe potuto attendere.

Quanto ai NEET (Not in Education, Employment or Training), la percentuale più alta si riscontra in Campania (32,9%), mentre la più bassa è in Trentino Alto Adige (9,9% a Trento e 9% a Bolzano). Questo risultato è abbastanza prevedibile se si pensa che in Trentino Alto Adige il sistema scolastico favorisce l'istruzione professionale in funzione dell’occupabilità nel tessuto della piccola e media impresa locale e la regione presenta anche il più alto tasso di diplomati. Pertanto la bassa percentuale di Neet è compatibile in un territorio in cui le professionalità medie trovano occupazione.
Ma se il Trentino Alto Adige, come abbiamo detto, ha il più alto tasso di diplomati, la Valle d'Aosta ha l’incremento più basso e anche qui sfatiamo un luogo comune, dato che è una regione del nord ad avere la più bassa percentuale di diplomati.

Per ciò che riguarda le qualifiche, negli Istituti Professionali di Stato, nell’a.s. 2007/08, si è registrato in Trentino il più alto numero di qualificati (94,54%), mentre il più basso è in Sardegna (66,81%).
Quanto alla Formazione professionale regionale, i dati per l'anno scolastico 2008/09 sono parziali. In ogni caso la regione che ha più qualificati è la Lombardia (7036), il minor numero spetta alla Basilicata, mentre di molte regioni non sono stati reperiti i dati. La regione che invece rilascia il maggior numero di qualifiche nello IPS è la Campania (1673), mentre il minor numero è nelle Marche (14). Alcune regioni hanno un sistema di CFP altri di IFS, altre di entrambi, di altre ancora non si conoscono i dati.

Con riferimento ai risultati INVALSI, nella scuola primaria, in seconda classe il miglior risultato in italiano spetta alla Valle d'Aosta (forse questo ha a che fare con la selettività precoce) e il peggiore alla Sicilia; in matematica il migliore alla Calabria e il peggiore a Bolzano. Anche qui il dato sfata i luoghi comuni.
In terza classe, il miglior risultato è delle Marche, sia in italiano che in matematica, mentre il peggiore in italiano è di Bolzano e in matematica della Sicilia.
Nella scuola secondaria di I grado, in prima, in italiano, il miglior risultato è delle Marche e il peggiore della Sicilia; in matematica il migliore è dell'Emilia-Romagna e il peggiore ancora della Sicilia. In terza, il miglior risultato in italiano è della Val d'Aosta e il peggiore della Calabria, mentre in matematica il migliore è delle Marche e il peggiore della Campania.
Si sottolinea come le Marche abbiano una migliore performance in italiano e matematica nella primaria (3ª) e nella secondaria di I grado (1ª) in italiano e in matematica (3ª).
La Sicilia sia nella primaria (1ª) in italiano e in matematica (3ª), che nella secondaria di I grado in italiano e in matematica (1ª) risulta conseguire i peggiori risultati.

Quanto ai risultati della indagine internazionale IEA-PIRLS, nel 2006, in quarta primaria, i migliori risultati si registrano nella macroarea del Centro e i peggiori nel Sud.

I risultati TIMSS del 2007 evidenziano che il Nord-Est realizza i migliori esiti nella scuola primaria e in quella secondaria di I grado, sia in matematica che in scienze, mentre il Sud e le Isole sono i peggiori.

Con riferimento all'indagine OCSE-PISA, i dati ci dicono che nel 2009 in literacy sia in Lettura che in Matematica e Scienze i migliori risultati sono stati conseguiti dalla Lombardia e i peggiori in Calabria.

Se si incrociano infine i dati relativi a ripetenze, abbandoni, Neet e diplomati, non sempre si collegano i migliori risultati. a un numero minore di abbandoni, o a più diplomati e qualificati, e a meno NEET, come risulta dalle rilevazioni nazionali e internazionali.
Sicuramente questo quadro ci dice quindi che questo è un paese a diverse velocità e che lo stereotipo Nord-Sud non spiega tutto.

Anche il rapporto annuale che l'OCSE dedica alla educazione (Education at a Glance, 2013), che, come ci ricorda Benedetto Vertecchi, pur conservando un’impostazione teorica per la quale le scelte educative sono considerate subalterne rispetto a quelle economiche, giunge a conclusioni abbastanza diverse dal solito. Non solo non si rilevano più gli sprechi ravvisabili nelle condizioni di funzionamento in precedenza oggetto di più severa attenzione (per esempio, il numero complessivo degli insegnanti o il numero degli allievi per classe), ma si segnala la limitatezza delle risorse che caratterizza l’impegno pubblico dello Stato italiano per l’educazione. Dice Vertecchi che i rapporti dell’OCSE (e noi potremmo dire tutti i rapporti frutto di ricerche nazionali ed internazionali), non sono, in sé, portatori di interpretazioni, non importa se positive o negative, ma sono occasioni per avviare una riflessione sostenuta soprattutto da considerazioni che si riferiscono ad aspetti specifici del funzionamento e della cultura delle nostre scuole.

In questa ottica deve essere considerata anche la nostra ricerca e cioè come una occasione per fare una riflessione sul nostro sistema scolastico e sulla sua piegatura a livello regionale.
Sempre con riferimento all'OCSE il rapporto stima consistenti benefici sociali per lo Stato derivanti dagli alti livelli di istruzione: un laureato italiano produce benefici pubblici 3,7 volte maggiori dei costi pubblici, in linea con la media OCSE del 3,9; mentre una donna laureata ne produce 2,4 volte di più, contro una media del 3. Si pensi, per esempio, ai maggiori introiti e contributi previdenziali dei laureati, ovviamente occupati. Incentivare l'istruzione universitaria invertendo il tragico percorso di rotta degli ultimi anni (tasso di ingresso agli atenei nel 2011 – 48%), porta oltre che benefici economici anche mobilità sociale.

Quindi occorre avviare una inversione di tendenza nelle politiche per l'istruzione a livello nazionale e perchè no, a livello locale, laddove esistono risorse anche europee da utilizzare e derogando anche dal patto di stabilità. Le nostre regioni con la riforma del titolo V hanno acquisito maggiori poteri anche nel campo dell'istruzione: perchè non esercitarli? Sono passati solo 10 anni dalla piena autonomia.

Note

i Il Rapporto sul sistema educativo italiano - Mille dati per venti Regioni, più di una ragione per cambiare. Popolazione, alunni, spesa, risultati è stato presentato a Roma il 28 novembre 2013. La Ricerca è stata coordinata da Emanuele Barbieri, vi hanno collaborato Claudia Cappelletti, Elena Farina, Rosamaria Maggio, Paola Miselli, Pino Patroncini, Angela Maria Petrone.

Per saperne di più


L'intero testo della ricerca è reperibile nella home page del sito nazionale del Cidi

Una interessante sintesi di dati relativi al 2013 è contenuta nella "Scheda Italia" a cura dell'OECD; scarica pdf.

 

l'autore

Rosamaria Maggio Docente di diritto nelle scuole superiori, già vicepresidente nazionale del Cidi

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