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15/10/2018

Prove d'esame: meno storia più "tema"

di Alberto Sobrero

L’ondata delle discussioni sul DEF, sul governo, sullo spread ha travolto, in questi giorni, notizie sul mondo della scuola che in altri tempi avrebbero - giustamente - suscitato robuste reazioni e aperto dibattiti roventi.
Pochi mostrano di essersene accorti, ma la prima prova scritta dell’Esame di Stato è stata radicalmente cambiata: di fatto il tema storico è letteralmente sparito, e il saggio breve è stato sostituito dall’ “analisi e produzione di un testo argomentativo”. La novità che a me sembra più clamorosa (e che non viene adeguamente rilevata) è però l’affermazione - anzi, la riaffermazione - vigorosa del vecchio, stravecchio tema: il quale ha smesso l’etichetta “tema di ordine generale” (ma in realtà tutti lo chiamavamo “tema di attualità”) per chiamarsi più pomposamente “riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo su tematiche di attualità”.
Che cosa sia in realtà lo dichiara apertamente il Gruppo di lavoro appositamente nominato dal MIUR: nel suo Documento di lavoro [1]– reso pubblico dal MIUR – dice esplicitamente che questa prova è quella che più si avvicina al tradizionale tema, dal quale si differenzia solo perché si potrà richiedere al candidato di inserire un titolo e di scandire il testo con paragrafi muniti di titolo. Il che, fra parentesi, implica che il tema abbia uno svolgimento non di due ma di almeno 4-5 pagine protocollo: un "temone", insomma, con l’obbligo implicito, se non hai più nulla da dire, di ‘allungare il brodo’ il più possibile. Secondo la vetusta tradizione retorica italiana, che ci illudevamo di avere lasciato per strada.

I punti roventi di queste nuove modalità della prova di italiano sono dunque tre.

1. Il saggio breve. Era ed è stato il frutto di anni e anni di sperimentazione, di ragionamenti di pedagogisti e didatti, arrivati infine a condividere la necessità di orientare la scrittura dei ragazzi verso la concretezza e la concisione - fra l’altro valori vincenti nella nostra temperie per così dire ‘culturale’ -, verso la scrittura documentata e non velleitaria, ovvero verso una precisa tipologia testuale.
Senza che neppure si aprisse un serio dibattito né didattico né scientifico, questa modalità è stata liquidata con una noticina a pie’ di pagina in cui si spiega che bisognava abbandonarlo per due motivi: perché “l’indicazione di citazioni disparate, talvolta numerose, induceva a redigere un centone dal quale non si poteva evincere in nessun modo la sua [dello studente] capacità di sviluppare un discorso autonomo e ben strutturato” e perché “l’argomento proposto avrebbe richiesto una preparazione specifica o almeno una documentazione”. Posso dire che casco dalle nubi? La realizzazione di un centone inutilizzabile è causata dall’improprietà della prova o da un ancora insufficiente addestramento all’utilizzazione delle fonti, durante il percorso didattico? Cioè proprio da quell’abilità che la tipologia proposta proponeva di attivare, a ritroso, nel ‘fare italiano’ degli ultimi anni delle superiori? E i dossier che accompagnavano la consegna non erano esattamente la “documentazione” necessaria di cui si lamenta la mancanza?

2. Il tema storico. L’abolizione non è inattesa: è solo l’ultimo degli ormai numerosi  provvedimenti volti ad ‘abolire la storia’ dalla scuola italiana: ridotte le ore settimanali fin dalla scuola dell’obbligo, con il caso estremo del biennio degli istituti professionali in cui si fa un’ora settimanale, cancellate decine di cattedre nelle Università, il ciclo si completa con la quasi totale esclusione dalla prova di italiano scritto dell'Esame di Stato. Le letture che sono state date delle motivazioni di questa politica fanno riferimento alle tendenze dominanti della ‘cultura’ contemporanea [2]: Fulvio Cammarano, presidente della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea, vi legge l’adeguamento alla tendenza alla semplificazione che domina la cultura dei giovani, caratterizzata dalle fake news, dall’informazione immediata e non verificata, che sono il contrario della ricerca storica. Altri ricordano che la storiografia contemporanea ha dato voce alle donne, alle minoranze, in generale ai ‘diversi’, e rilevano che un approccio storico è determinante per favorire tolleranza e inclusione, sottintendendo che oggi questo non è in asse con le politiche dominanti. Sta di fatto che, qualunque ne sia la causa prossima o remota, il tema storico non rientra più fra le tipologia  di prove offerte agli studenti dell’esame di Stato. E non è una conquista.

3. Il tema di attualità. Il Documento della Commissione dichiara che delle tre tipologie di prova le prime due (“analisi e interpretazione di un testo letterario” e “analisi e produzione di un testo argomentativo”) sono “di tipo strutturato”: se ne deduce che la terza non lo è. Ha infatti, come si diceva, tutti i caratteri del tradizionalissimo tema. Anche le istruzioni per la correzione sono quelle che servono per il tema più tradizionale: la pertinenza rispetto alla traccia (in tema / fuori tema), i riferimenti culturali e le conoscenze dimostrate. Ancora una volta: il tema è morto, viva il tema!

Il tema era il pezzo forte della pedagogia linguistica tradizionale. Al proposito, nelle “Dieci Tesi del GISCEL” (anno 1975) [3] leggiamo: “Nella produzione scritta, la pedagogia linguistica tradizionale tende a sviluppare la capacità di discorrere a lungo su un argomento, capacità che solo raramente è utile, e si trascurano altre e più utili capacità: prendere buoni appunti, schematizzare, sintetizzare, essere brevi, saper scegliere un tipo di vocabolario e fraseggio adatto ai destinatari reali dello scritto, rendendosi conto delle specifiche esigenze della redazione di un testo scritto in rapporto alle diverse esigenze di un testo orale di analogo contenuto”. Siamo ancora - o di nuovo - allo stesso punto. Pensavamo che cinquant’anni di studi e sperimentazioni, di educazione linguistica e di cooperazione, di scuola democratica e inclusiva avessero persuaso anche i decisori più ostinati ad abbandonare la pratica tutta italiana, antifunzionale e antistorica, del ‘tema in classe’, ma non è così. Anzi, siamo tornati a discutere degli stessi problemi di mezzo secolo fa: di italiano scritto come di discriminazioni, di diritti civili, di diritti delle donne. Credo che ci dovremo riappropriare delle conquiste fatte, con le armi della ragionevolezza, dell’utilità pubblica e, soprattutto, della democrazia. Cominciando, nel caso specifico, dall’educazione linguistica democratica.

 

Note

1. Cfr. Documento di lavoro per la preparazione delle tracce della prima prova scritta, MIUR, 04.10.2018.
2. Cfr. alcune reazioni all'abolizione del tema storico nell'articolo redazionae "La Storia abolita dalla maturità: 'Grave e pericoloso' ", da "www.globalist.it", 10.10.2018.
3. Cfr. Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica, (1975) da "www.giscel.it".

 

Immagine


Bartolomeo Pinelli, Lo Scrivano in Piazza Montanara in Roma, 1815, acquaforte.

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l'autore

Alberto Sobrero Professore emerito, già ordinario di Linguistica italiana presso l’Università del Salento, studioso in particolare della varietà dell’italiano contemporaneo, esponente storico del GISCEL, di cui è stato a lungo Segretario nazionale

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