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esperienzecultura e ricerca didattica

31/10/2019

Il puzzle con l’esse davanti

di Marco Guastavigna

25 ottobre 2019, ore 11 circa. Sedute, in ginocchio, addirittura sdraiate per terra, una ventina di persone – tra cui chi scrive – sta tentando di unire in modo sensato un certo numero di tessere di un puzzle. Qualcuno propone di procedere per tentativi, qualcun altro si accorge che l’immagine che dovremmo ricomporre avrebbe 5 angoli… Insomma, non ne veniamo a capo.
Ad un certo punto, uno di noi ha un’illuminazione: “Forse mancano dei pezzi!”. È proprio così, come ci rivela una delle animatrici dell’incontro, ripescandoli da sotto un oggetto di scena.

Il contesto, infatti, è la presentazione del libro Circo alla pari, “Il Circo Sociale come opportunità educativa di sviluppo, inclusione e protagonismo per soggetti svantaggiati”. E noi siamo sul pavimento del tendone di Casa Circostanza, centro delle attività.
Qual è lo scopo dell’(apparente) frustrazione? Farci capire cosa significa lavorare con “individui fragili”, all’interno di una relazione complessa come quella tra soggetti, statuti, compiti e sensibilità diverse, dalle ONLUS, agli Ospedali psichiatrici e agli Istituti penali per minorenni, all’Educativa di strada, ai Centri di accoglienza, alle Comunità di recupero, a varie associazioni e così via, fino ad alcune scuole, di ogni ordine e grado.

Uno “S-puzzle”, insomma, che, con approccio rodariano - ricordate lo “scannone” e lo “staccapanni”? - ,produce risorse ed energia formativa rovesciando prospettive, capovolgendo punti di vista. Circo alla pari è edito da Università Popolare del sociale, Fondazione Uniti per crescere insieme ed è stato realizzato con il contributo della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le pari opportunità. Comincia con un Glossario. “Circo Sociale”, per esempio,

“è l’insegnamento di arti circensi rivolto principalmente a individui a rischio di emarginazione sociale e di devianza. Lo scopo del Circo Sociale non è solo quello di trasmettere abilità circensi (giocoleria, acrobatica aerea e a terra, equilibrismo con oggetti e su oggetti, clownerie ecc.) ma soprattutto di promuovere e sviluppare qualità e attitudini positive (collaborazione, responsabilità, creatività, autonomia, autostima), di trasmettere valori sani per ridurre il rischio di devianza e favorire l’integrazione e la socializzazione”.

“Chi include chi?” è il titolo della diapositiva che più mi ha colpito, la fotografia di un gruppo di clown in cui è impossibile distinguere operatori da beneficiari, così come individuare differenze di condizioni personali – alle attività  (vedi sotto) sono iscritti anche bambini e ragazzi “normodotati”.


Una mattinata salutare, insomma, in un periodo in cui la vandeana erosione culturale e professionale all’educazione democratica e all’istruzione pubblica è contemporaneamente esplicita (c’è addirittura chi  – senza vergogna – propone di ridurre l’obbligo scolastico alla sola primaria, per punire la disaffezione allo studio) e strisciante (c’è chi invoca più selezione e chi difende sulle barricate delle conoscenze l’automatismo emancipante delle discipline tipiche del percorso liceale, trascurando le altre tipologie della secondaria di secondo grado).

La pedagogia del circo, infatti, si configura come messa in atto concreta ed efficace e su base collegiale dei principi dell’Universal Design for Learning, ovvero come fondamento di attività che fin dal loro primo concepimento e dalla loro progettazione sono costruite e praticate con lo scopo di includere tutti: essa è infatti

un insieme di discipline che hanno come oggetto di studio il processo educativo, e quindi l’educazione alla disciplina alla conoscenza del proprio corpo, alla conoscenza di sé e dei propri limiti. Attraverso lo studio e l’applicazione delle arti circensi i ragazzi conoscono meglio se stessi e gli altri, sviluppando al contempo il proprio potenziale e la propria autostima”.

 

Parole chiave: inclusione

l'autore

Marco Guastavigna Insegnante di Scuola secondaria superiore e formatore, si occupa da quasi trent’anni di “nuove” tecnologie e rappresentazioni grafiche della conoscenza.

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