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21/02/2017

Dalla trincea al cuore

di Antonella Tredicine

Per una lettura di Giuseppe Ungaretti

Prolegomeni

In “Per assenza di luce. Dialogando con Ungaretti e Pasolini” [1] affermo che la Poesia insegna a guardare e sentire in modo diverso: necessaria forma di resistenza culturale a ogni potere omologante è un mezzo di promozione umana. Ungaretti e Pasolini furono complici nel sentimento di inadeguatezza al proprio tempo e nel coraggio di affrontarlo.
Tra le varie testimonianze di questo loro comune sentire leggiamo:

Sono sempre stato uno che nessuno ha mai potuto disciplinare. Mi è insopportabile qualsiasi impronta. [io e Apollinaire] sentivamo in noi il medesimo carattere composito e quella difficoltà che l’animo nostro aveva di trovare la via di assomigliare a se stesso, di costruire la propria unità [Dopo la fine della guerra ho vissuto duramente a Marino] Quel momento non di agi, è stato, per la mia poesia, uno dei momenti felici […]. Sono uno abituato a lottare. [2]

Era un periodo tremendo della mia vita, disoccupato per molti anni; ignorato da tutti, divorato dal terrore interno di non essere come la vita voleva […]. Ma pensavo: la mia consolazione era pensare. Pensare era la mia ricchezza e il mio privilegio. ​[3]

“Dalla trincea al cuore. Per una lettura di Giuseppe Ungaretti” riprende la dicotomia buio–luce che ha animato il saggio cui mi sono riferita all’inizio, riflettendo sull’attivo sentimento storico accordato con la voce del poeta-soldato al quale si rivela l’Altro. Non nemico da odiare, certo con la divisa di un colore diverso, parafrasando De André, ma ugualmente, fragilmente umano, mentre marcia “con l’anima in spalla”. E per questo “fratello”, al di là di ogni provenienza geografica, nel sentimento di unione, nelle differenze che accomunano e nelle distanze che avvicinano.

Questo lavoro è il frutto, seme raro e prezioso, dell’umanità delle alunne e degli alunni della Classe Terza B della Scuola Secondaria di I grado “Baracca” di Roma, la stessa Classe che un anno fa è stata interlocutrice privilegiata nel Convegno Nazionale di Studi “Pasolini e la pedagogia”. ​[4]
In entrambi i momenti le parole dei due Poeti hanno mosso il desiderio del viaggio umano e letterario; qui, partendo dalla lettura delle poesie Veglia, 1915; Fratelli, Il porto sepolto, Sono una creatura, I fiumi, San Martino del Carso, 1916; Mattina, 1917; Soldati, 1918, abbiamo individuato dei percorsi conoscitivi. Ognuno li ha sviluppati secondo la propria sensibilità. Gli insegnamenti dei miei alunni vivificano la voce singolare del Poeta.
Una nota personale. Emoziona quanto le loro parole abbiano colto il sentire ungarettiano: i suoi “vocaboli deposti nel silenzio come lampo nella notte” hanno illuminato la loro ansia di libertà, di dare voce alle loro insaziabili speranze, di farsi complici di quella morale che il Poeta cerca, con inesausta volontà, di reintegrare nel cuore degli uomini.

L’urgenza del dire

“Durante la guerra non avevo altro ristoro se non di cercarmi e di trovarmi in qualche parola, era il mio modo di progredire umanamente”. Ungaretti scrive ovunque, sugli involucri delle pallottole, su foglietti “cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute” ​[5], non c’era tempo, la parola doveva colpire come lampi delle mitragliatrici, o meglio sostituirsi ai colpi mortali, e “far ritrovare all’uomo le fonti della vita morale”. La guerra lo aveva messo di fronte a un linguaggio che doveva rinnovare, divenire “essenziale”; questo esprimono le poesie dell’Allegria, caratterizzate da un lessico scarno, scabro, nel quale gli spazi bianchi assolvono la funzione di “luminosi silenzi”, come i momenti di tregua nelle trincee.

Affido all’alunna Flavia l’interpretazione della poetica ungarettiana: “Il segreto della poesia, poesia come memoria, raggio di luce in un mare di tenebra e non si può non aggrapparsi a quest’ultima possibilità di ritrovare un giusto equilibrio nel mondo. I poeti insegnano a riflettere che vuol dire distinguere il vero dal falso, essere consapevoli delle proprie azioni, saper pensare a se stessi senza ferire nessuno. Anche con le parole. Armi più taglienti dei coltelli. Ungaretti viveva coltivando quell’eterna voglia di scrivere, quell’arte così furibonda da non riuscire a rimanere nell’animo del poeta, doveva uscire. Farsi strada in un mondo in cui una strada non era mai certa. Una particolarità del poeta era quella di saper sorridere, nonostante tutto, amare incondizionatamente la vita, far tesoro degli insegnamenti offerti e far conoscere una visione soggettiva a un mondo che tollerava solo l’oggettività. La sua arte era scrivere, essere se stesso: un rifugio ai suoi perché (che sono di tutti): la poesia è uno dei più fantastici privilegi della vita. Avere una penna in mano aiuta a cancellare i resti di un mondo da cui si vuole fuggire, avere una penna in mano permette di creare un mondo. Il proprio mondo. Disegni fatti di parole, pensieri scritti d’inchiostro, fogli macchiati di desiderio e di cambiamento. Per motivi che Ungaretti riteneva essenziali, marchiava le sue poesie con luogo e data, esse erano un diario. Un diario d’insaziabili speranze”.

Dalla trincea al cuore. Un poeta di fronte alla guerra

La poesia è un viaggio che dall’assordante dolore della guerra riconduce al cuore, riscoprendo umanità taciute.

VEGLIA
Cima Quattro il 23 dicembre 1915

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca

digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

 Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

“Mi scopro e mi identifico, dentro gli orrori della guerra, nell’uomo di pena, e come tale, Ungaretti, uomo di pena, mi parrà di dovermi in seguito, sempre, identificare”. [6]

Jeremy scrive: “Le sue poesie ci fanno vedere il vero volto della guerra, non una conquista ma una perdita. Che bisogno c’è di stringere un fucile quando si può stringere una mano? Una guerra che ti cambia, ti modella come se fossi un pupazzo d’argilla. Mi viene in mente la pubblicità di un gioco di nome fury che cita -questo non è il mio fucile ma la mia arma di giustizia-: Ungaretti arriva ai giovani, a coloro che considerano la guerra, l’amore, il dolore come un gioco.”
In effetti nella sua poesia non c’è traccia di odio per nessuno, ma la presa di coscienza della fraternità degli uomini, dell’estrema precarietà della loro condizione.

Così Flavia: “Dare un perché ai suoi compagni soldati. Dare un senso al sacrificio di coloro che siedono nel fango. Rendere partecipi del suo sentimento gli altri era un dovere, una voglia, era un incontenibile bisogno. La sua arma è stata una penna, un foglio su cui incidere le speranze nei cuori di tutti. E in questa lotta quotidiana con la morte, Ungaretti continuava a scrivere lettere piene d’amore, combatteva e infondeva coraggio”.

Lucrezia: ”La voglia di rimanere se stesso, “attaccato” alle sue emozioni, sentimenti, umanità per evitare di esserne privato dalla guerra. Rimanere attaccati alla sua umanità. Ricordare i sacrifici: questa dovrebbe essere l’unica guerra vinta.”

A colpi di parole, contro le mitragliatrici di ieri e di oggi, sempre, la poesia

Si chiede Giulia: “Come può uscire un soldato da un segreto che lascia la guerra senza usare armi ma diffondendo i suoi Canti, da persona a persona, per far sentire la sua voce nascosta dalle mitragliatrici?”

A lei, fa eco la voce di Flavia: “Sembra una rinascita. Le parole della poesia risorgono, arrivano ad ognuno di noi, come il Poeta stesso. Sembra, però, un mistero. Qualcosa rimasto nell’ombra, un segreto. Qualcosa di ignoto. Che però ci fa sentire in armonia, come Ungaretti sull’Isonzo che si lascia cullare dalla memoria di ciò che è stato (la sua nascita umana e culturale) ma lo sarà per sempre, grazie alla poesia.”
Poesia come volontà di esprimersi che trova, oggi, i versi di Giulia e di Elena:

Il soldato urla
sovrastato dalle mitragliatrici
piange
coperto dalla terra fango
un lampo gela il suo sangue
lo sguardo diventa perso

E ora
nella calma del suo cuore
le urla diventano mute.
                                            (Giulia)

La guerra era
bella… pensavate
la distruzione
dell’altro esercito
volevate
adesso guardatevi intorno
solitudine e paura
avete diffuso
ma la speranza
nei volti

trincee avete scavato
fucili avete imbracciato
compagni avete salvato
la guerra libertà
non è ma un
muro invalicabile
da superare un
viale buio da illuminare.
                                                (Elena)

Dopo la lettura di Un’altra notte, Jeremy commenta: “Prima di partire per la guerra non conosceva se stesso, anzi aveva un’illusione di chi era veramente e la guerra gli tolse questo velo dagli occhi”.

Al di là di ogni frontiera linguistica…l’”inesauribile segreto” della Poesia

IL PORTO SEPOLTO
Mariano il 29 giugno 1916

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto  

Qui le parole amiche abbattono i muri dell’incomprensione.

“La poesia mi ha colpito tantissimo, ci sono tante emozioni di gioia, di tristezza, alcune parole non capisco, ma quando leggo o la sento dalla professoressa o dai compagni, mi sento qualcosa dentro ma non ho ancora scoperto cosa, ma un giorno lo scoprirò. Quando mi immagino Ungaretti scrivere in trincea immagino la bellezza. Questa poesia per me è molto preziosa”. (Bashir)

“In questa poesia Ungaretti usa le parole con una leggerezza tutta sua. Tutte le sue poesie mi hanno emozionata, ma questa mi ha dato un’emozione ancora più forte, che non riesco ad esprimere. Nelle poesie ungarettiane tutte le parole sono fondamentali, se ne togliessimo anche una sola, che ci può sembrare inutile, la poesia non avrebbe più lo stesso significato dato dal poeta. Tutte sono preziose”. (Corinna)

“Le sue poesie fanno dimenticare le sofferenze futili, grazie alle sue parole scabre riusciamo ad immergerci per qualche minuto nella profondità della guerra e, in quel nulla / d’inesauribile segreto, entrare nel cuore”. (Giulia)

“Una persona sensibile. Mi ha fatto pensare e mi ha colpito per la bellezza e la leggerezza delle parole, dolci e armoniose”. (Anderson)

Il sentimento del Poeta: precarietà, fragilità,  fratellanza, solidarietà

Tra gli influssi più importanti che lo avviarono alla poesia, scrive Ungaretti, “innanzitutto Leopardi che ha sentito la sua epoca e ha avuto percezione dei tempi nostri”. [7]

In classe abbiamo parlato del loro comune sentire facendo dialogare le poesie Fratelli e La ginestra, in particolar modo soffermandoci sui versi leopardiani: “Secol superbo e sciocco /…/ libertà vai sognando /…/ umana compagnia /…/ Tutti fra se confederati estima / Gli uomini, e tutti abbraccia / Con vero amor, porgendo / Valida e pronta ed aspettando aita / Negli alterni perigli e nelle angosce / Della guerra comune /…/ Strinse i mortali in social catena”.

Ascoltiamo Elena, Flavia, Lucrezia: “Una caratteristica che accomuna gli scritti di Ungaretti e Leopardi si può percepire nelle tematiche affrontate nelle loro poesie. Pur vivendo in epoche diverse, individuano in esse gli stessi aspetti negativi. Tali punti di vista si rispecchiano nel “secol superbo e sciocco”, nelle innovazioni tecnologiche, che annebbiano il giudizio rendendo la società vittima del consumismo (e qui il pensiero corre all’altro interlocutore, Pier Paolo Pasolini). Nonostante quest’immagine della vita, i Poeti si aggrappano alla speranza di un futuro nel quale l’“umana compagnia” sia una costante e non qualcosa cercato invano.
In un mondo in cui prevale il linguaggio denotativo, Leopardi e Ungaretti ci spingono a riflettere sulla soggettività della vita quotidiana e su quanto essa influenzi le nostre azioni. I poeti ci donano così la chiave per aprire la porta della fratellanza, entrando nel mondo del rispetto reciproco. Per far sì che questo avvenga, occorre quel mezzo di trasporto essenziale: l’aiuto corrisposto. Saper affrontare questo lungo e inevitabile viaggio, che comunemente chiamiamo vita, non è affatto semplice.
Ungaretti e Leopardi scrivono, infatti, che nel raggiungere una meta pericoli e angosce sono sempre in agguato. Tuttavia, come Leopardi esorta ad unirsi nella “social catena”, che noi interpretiamo come un grido verso la libertà, così Ungaretti incita a riscoprire il sentimento di solidarietà. L’uomo è nato libero, ma da sempre è  in catene. “Libertà vai sognando”, un verso essenziale che ci ispira, dandoci modo di riflettere sulla libertà vietata, un argomento purtroppo attuale”.

FRATELLI
Mariano il 15 luglio 1916

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

Fratelli

 “Fratelli è un augurio di pace, esprime la speranza che la guerra finisca…mi ha fatto molto emozionare il sentimento di solidarietà che esprime. Ungaretti usa parole molto essenziali e significative che colpiscono, che mi fanno sentire dentro la poesia”. (Sara)

 “Quando Ungaretti legge le sue poesie ti fa venire un brivido, mi è scattato qualcosa dentro, un fuoco che mi faceva …è come per Leopardi, nonostante il triste contesto, la poesia ti dà calma assoluta. La musicalità del verso. Ungaretti ha combattuto per l’Italia ha visto molte volte la morte, le sue poesie scritte sul posto danno un brivido, un miscuglio di sentimenti che ti colpiscono il cuore, quello disegnato nella copertina del mio lavoro simboleggia il rosso emotivo che colpisce il lettore passivo. Anche la distanza non fa niente perché Leopardi è stato di grande aiuto a Ungaretti. Lui per me simboleggia un fiammifero che arde, colpisce una persona che passa il fuoco, letteralmente, ad ognuno. E’ proprio come se lo toccassimo (passassimo) quando si leggono le sue poesie”. (Felix)

“Racconta l’amore, era una persona quasi unica, anzi senza quasi, unica perché a differenza degli altri, lui non fa entrare nella mente e nel cuore l’odio. Dai muri ha creato l’amore, dalle pagine di poesia non usciva, ed esce, altro che amore e sentimento che indica solo l’unione, non l’odio”. (Jeremy)

Un poeta multiculturale

La Terza B è una classe davvero multiculturale: Brasile, Cile, Filippine, Montenegro, Romania, Bangladesh, tante regioni italiane, questi i luoghi che la abitano. Una multiculturalità vissuta e narrata, come quella di Ungaretti: “Sono un poeta / un grido unanime / sono un grumo di sogni /…/ Sono un frutto / d’innumerevoli contrasti d’innesti”. (Italia, Locvizza l’1 ottobre 1916).

La multiculturalità che viviamo nelle nostre scuole riafferma prepotentemente il valore dell’Educazione in divenire dettata dall’esigenze dell’umanità attraversata dalla relazione. Come non ricordare, ancora una volta, le parole di Ungaretti e Pasolini così vicine nel “sentire”?

“In nessuna / parte / di terra / mi posso / accasare” (Ungaretti, Girovago)

“Ah le mie passioni recidive / costrette a non avere residenza” (Pasolini, La ricerca di una casa)

Andare come un “senza fissa dimora” è la condizione necessaria che rende ogni linguaggio aperto alle domande dell’alterità: in questo senso l’Educazione non ha una dimora stabile ma segue ogni possibile direzione, perché ogni luogo è, può divenire, un luogo del cuore, come raccontano i Fiumi .

I FIUMI
Cotici il 16 agosto 1916

Mi tengo a quest’albero mutilato
(…)

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
(…)

Questo è l’Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
(…)

Ho ripassato
le epoche
della mia vita
(…)

Meglio di quanto ho detto l’hanno detto i miei Fiumi, che è il vero momento nel quale la mia poesia prende insieme a me chiara coscienza di sé: l’esperienza poetica è esplorazione di un personale continente d’inferno [e da lì] cercare e trovare libertà […]. La poesia è scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella di essere un uomo d’oggi, ma anche un uomo favoloso.   [8]

Riflette Jeremy: “Ungaretti ha il viso di uno scopritore, gli occhi per guardare cose nuove, orecchie per ascoltare la cultura che arriva al cuore, e la bocca per trasportare ciò che ha sentito in tutto il mondo”.

Ed Elena: “La poesia ha un significato profondo che fa pensare alla vita e al percorso complicato che dobbiamo affrontare. Il verso che mi ha toccato il cuore, che mi ha fatto comprendere immediatamente la sofferenza e l’amore di Ungaretti è “mi regalano / la rara / felicità”. In cinque parole il poeta è riuscito a catturare la mia attenzione e sono convinta che tutte le emozioni che ha provato sono quelle che persone meno fortunate di me provano ogni giorno. Voglio esprimere in versi quello che sento:

Salite, discese
Curve mai intraprese
Luoghi sconosciuti
Emozioni già provate

Questa è la mia vita
Impervia e complicata
Proprio come piace a me.
                                            (Elena)

Ascoltare Ungaretti: emozioni ricevute e date

 Un elemento di continuità riscontrato nelle interpretazioni dei ragazzi è la loro difficoltà, quasi un chiedere scusa di non comprendere del tutto, fino in fondo, le poesie.
Ho scelto le parole di Ungaretti per tranquillizzarli: “Ma contava poco capire alla lettera la poesia: la sentivo”. [9]

SONO UNA CREATURA
Valloncello di Cima Quattro il 5 agosto 1916

Come questa pietra
del S. Michele
così fredda
così dura
così prosciugata
così refrattaria
così totalmente
disanimata

Come questa pietra
è il mio pianto
che non si vede

La morte
si sconta
vivendo

“Una delle poesie più toccanti, perché Ungaretti paragona il suo animo desolato e indurito dal dolore ad una pietra. Il suo dolore interiore è senza lacrime perché impietrito dalla sofferenza della guerra”. (Felix)

“Ogni parola si libera e corre all’interno della coscienza di ognuno, come dolci spade che trafiggono nel bene, creando un’armonia tra i nostri pensieri e il mondo circostante. Leggendo le poesie di Ungaretti ho trovato un modo per esprimermi liberamente, come se qualcuno volesse ascoltare le mie riflessioni e rispondere ai miei dubbi. Ho scoperto un’opportunità un punto di partenza, una pista di decollo per l’aereo della consapevolezza di se stessi. Viviamo in un mondo in cui siamo etichettati per ciò che sembriamo, che si ferma alle apparenze coprendosi gli occhi attraverso (velati) i pregiudizi. Un mondo che limita le sue capacità provando attrazione per ciò che riflette la luce, non per ciò che brilla. Viviamo in un mondo vuoto, circondati dal buio. E’ quindi fondamentale, a mio parere, trovare un modo per sfuggire all’oscurità che cerca di impadronirsi delle nostre menti. I Poeti, coloro che ci esortano a riflettere, ci insegnano quindi come “illuminare”, ci indicano la strada da seguire, che talvolta non è quella più facile, ma sicuramente la più educativa. Proprio come scrive Ungaretti, quando torniamo alla luce con i nostri canti dobbiamo disperderli, diffondere ciò che impariamo nel buio e che ci ha dato la scintilla per accendere il nostro fiammifero, aiutando così coloro ai quali viene vietato di brillare”. (Lucrezia)

“Molti di noi si credono indifferenti. Molti di noi credono di essere immuni ad azioni e parole. Molti di noi ingannano se stessi. C’è chi è bravo a controllare le proprie emozioni. C’è chi è negato ma non se ne vergogna. C’è chi dà, costantemente, tutto se stesso, anima e corpo. Ungaretti dà. Si rivela dietro (dentro, in) ogni sua poesia. Lui è ogni sua poesia.  C’è uno scambio reciproco tra noi e il Poeta, e forse ne è anche consapevole, in fondo. Ungaretti riportava i suoi pensieri in splendidi versi. Noi ricambiamo, quindi, “entrando” nella poesia, lasciandoci catturare da ogni parola. Penso che ogni cosa sia mutabile nel tempo, perché il tempo concede il privilegio di cambiare”. (Flavia)

SOLDATI
Bosco di Courton luglio 1918

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

 

 

 

 

 

 

I versi che seguono, composti da due alunni, ben esprimono il sentimento di fragilità così fortemente presente in Ungaretti.

In pieno autunno le foglie cadono dall’albero
in guerra i soldati muoiono ammazzati
pieni di sangue, tutti brutti.

Nell’oscuro della guerra
la situazione non è bella

C’è pure un bambino
che sta cercando il suo papino.

Dopo l’autunno
una nuova primavera arriverà
Nasceranno nuove foglie
La guerra finalmente finirà.
                                            (Giovanni)

Tanti i fiumi
guerre esagerate
casa è una
e io resto
fragile
alle cattiverie
del mondo.
                                               (Eva)

“Sembra che ogni parola abbia dietro di sé una lunga storia vissuta, un suo perché. Mentre assaporo i versi della poesia posso sentire il peso di ogni parola è come se ognuna di esse rappresentasse una piccola parte del mondo del poeta e che racchiuda un profondo e sincero significato. Non solo ci tocca, ci fa percorrere la schiena da pesanti brividi. Mi sono completamente immedesimata nella poesia, la mia mente ha viaggiato in un altro mondo, permettendomi di trasformare ogni verso in un’immagine”. (Flavia)

“Quando ascolti le poesie tutto tace, ciò che ti circonda è muto. Ascolti quella voce profonda pronunciare parole che non riesci a capire che però il cuore riesce a sentire”.(Jeremy)

Siamo tutti fiammiferi che possono illuminare la notte più buia.

MATTINA  [10]
Santa Maria La Longa 26 gennaio 1917

M’illumino
d’immenso

“Sospendere il senso”. Con questa epigrafe Pasolini sintetizzava, in Empirismo eretico, quella che credeva essere la nuova descrizione dell’impegno, del mandato dello scrittore per trovare una parola che, ungarettianamente, “tenda a risuonare di silenzio o nel segreto di un’anima […] parola che si protende per tornare a meravigliarsi dela sua originaria purezza”.

Un viaggio nell’alto silenzio notturno delle parole, memori con il Poeta che “il bene è come il ciclo notturno, come la notte e non il giorno, come fu la notte delle stelle a insegnare all’uomo la strada dell’umanità [ammonendolo a] non solo tenere fisso lo sguardo nel buio dell’epoca ma percepire questo buio come qualcosa che lo riguarda e lo interpella più di ogni luce”. [11]

Interrogando il presente attraverso la voce della poesia, gli alunni, al di là di ogni contingenza temporale, trovano il coraggio di rivelare le loro emozioni, spesso taciute, inibite dal buio che li circonda. Ed è proprio dal buio che nasce la luce delle loro voci che, come afferma Ungaretti: “non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta”  [12], fondano sulle singole, giovani esperienze.

Il coraggio di ogni giorno.

“Non sono il poeta dell’abbandono alle delizie del sentimento, sono uno abituato a lottare […]sdegno e coraggio di vivere sono stati la traccia della mia vita. Volontà di vivere nonostante tutto”.  [13]

Cara amica laggiù
ti scrivo per dirti cos’è
il coraggio di ogni giorno

E’ non aver paura di sbagliare
è correre sempre con gli amici

Non dovrai aver paura di niente
sii te stessa.
                                                (Milena)

Memore della lezione ungarettiana, Lucrezia scrive: “Il coraggio di ogni giorno sta nello svegliarsi tutte le mattine in un mondo crudele, un mondo insano sempre pronto a giudicare. Un mondo nel quale molti guardano più “il fuori” che il “dentro” delle cose. Un mondo che accetta le sofferenze, un mondo che ignora le lacrime. Un mondo di preconcetti, di infelicità e di sogni infranti. Un mondo di limiti e di obblighi. Un mondo che venera la ricchezza e decide la povertà di coloro che purtroppo non si possono permettere molto. Un mondo nel quale ogni giorno, milioni di ragazzi e ragazze, uomini e donne, vengono umiliati per il loro aspetto fisico, per i loro pensieri, per il modo di esprimersi o per il loro orientamento sessuale.
Un mondo che isola il “diverso”, perché considerato strano, povero, perché troppo magro o troppo grasso, perché non la pensa nel modo giusto, perché si veste male, perché abita in una casa poco accogliente. Perché non parla mai con nessuno. Perché si comporta nel modo sbagliato.
Il coraggio di ogni giorno sta nel svegliarsi tutte le mattine in un mondo che affoga nei pregiudizi, ma, nonostante tutto, continuare ad essere se stessi, a remare contro l’omologazione perché, in fondo, ognuno è perfetto nelle sue imperfezioni. Quando ci sentiremo “docile fibra / dell’universo” potremo popolare il mondo nel nome del rispetto, orgogliosi di essere parte del piccolo grande luogo del cuore”.

Interrogandoci, con rinnovato stupore, dei misteriosi doni dell’incontro con l’Altro, continuiamo il nostro periglioso viaggio conoscitivo…

ALLEGRIA DI NAUFRAGI
Versa il 14 febbraio 1917

E subito riprende
Il viaggio
Come
Dopo il naufragio
Un superstite
Lupo di mare

 

 

 

 

 

 

 

Appendice

Da qualche giorno è entrata a far parte della nostra classe Fathaya, appena arrivata dal Bangladesh.
Non conosce la nostra lingua, con gentilezza i suoi occhi captano suoni non familiari. Un’opportunità per tutti noi di arricchire il nostro viaggio. Un’opportunità per dimostrare come la Poesia vada al di là di ogni frontiera linguistica, culturale, perché appartiene all’umanità.

Con l’aiuto di Bashir abbiamo tradotto in bangla le poesie Fratelli e Veglia, quest’ultima risultava di più “facile” comprensione per Fathaya. Abbiamo cercato una zona di intercomprensione tra due lingue che, apparentemente, non hanno legami.

Dalla parola ho spiegato l’idea che la muoveva; attraverso l’uso di perifrasi abbiamo colmato l’assenza di corrispondenze dirette tra parole in italiano e in bangla. Un esempio: la parola “veglia” non ha una traduzione letterale in bangla, allora ne abbiamo condiviso l’idea, aspettare dal giorno alla notte, da un qualcosa che non è ancora ma sta per... Il risultato è Opekkha (aspettare dalla notte al giorno) cora (fare), l’una senza l’altra non esprimerebbero il significato in italiano.

Questa la traduzione di Veglia in bangla.

OPEKKHA CORA
Cima quattro il 23 dicembre 1915

Sara rat
sathe pore thaka
ekjon sonno
tar bethar
mukh
cadni rater dike takie
tar hater
obostha
amar nibirota moddhe
ami likheci                    
valobasar cithi

Ami kokhono
eto
amar jibone bhoe hoe ni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Le poisie di Giuseppe Ungaretti mi a piaciuto tantissimo. Le poisie mi ha toccato il cuore. Mi hanno dato tantissime emozioni. Poesia molto bella”. (Fathaya)

Grazie ai miei alunni per quello che mi hanno insegnato e continueranno ad insegnarmi. Grazie ai Poeti che rendono più lieto il mio andare. 

 

l'autore

Antonella Tredicine laureata il lettere e in discipline antropologiche, insegnante, referente per l’intercultura e la scolarizzazione degli alunni Rom presso la sede di titolarità.

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