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11/07/2016

Per amore e per denaro

di M. Gloria Calì

Controverso, contrastato e contristato il rapporto tra gli insegnanti e il denaro. A differenza di tutte le altre categorie di professionisti, oscilliamo tra il romantico senso della “missione” e il pragmatico senso del “riconoscimento del lavoro svolto”. Ma oscilliamo anche tra l’orgoglio dato dal fatto che “il prodotto del nostro lavoro non può esser misurato e valutato”, e l’ambigua, insidiosa constatazione che “non siamo pagati abbastanza” o l’affermazione che, dall’altra parte, “non abbiamo paura di essere valutati”.

I docenti che, per meriti personali e di studio, “guadagnano di più”, perché lavorano in altri ambiti del mondo della scuola, o perché riescono a praticare altre professioni, sono guardati con invidia e sospetto e ogni altro genere di strabismi relazionali, tra cui uno dei più divertenti va dal livello base: “Ma dove trova il tempo per fare tutte queste cose?”, detto con un misto di sospetto e ammirazione, al livello avanzato, diretto: “Tu evidentemente hai tempo per fare tutte queste cose…”. Quest’ultimo topos si materializza anche quando si sta di fronte al collega generoso, quello che si spende per gli alunni senza badare a spese di materiali, di attività, di esperimenti: il martire della professione… o magari chi “sta bene di suo” e lavora per hobby…

È ovvio che in tempi di "bonus" queste dinamiche si amplificano e si elettrizzano.

Alcuni docenti si trasformano in Capitano Achab a caccia di Moby Dick, per vendicarsi dello strappo traumatico dell’arto professionale che, secondo loro, il mostro (cioè il loro lavoro…) avrebbe loro sottratto, rendendoli zoppi, cioè “poveri” insegnanti.    Altri insegnanti, invece, diventano dei Napoleoni che guidano interi collegi docenti all’attraverso delle Alpi del “gran rifiuto”, redigendo verbali che trasuderebbero orgoglio nella difesa della dignità professionale.

Riconoscere la qualità di un rendimento professionale si può fare solo se si ha chiara la definizione della professione stessa: se un chirurgo mette a rischio la vita del 90% dei suoi pazienti o ne salva il 90%, c’è una differenza evidente, derivante dal fatto che le mansioni, le procedure, le finalità, sono chiaramente definite, e se si mettono in pratica o no tali strutture dichiarate della professione da parte di chi la esercita è sotto la responsabilità personale, al netto dell’intuito personale, o della capacità di sorridere, qualità che rendono il chirurgo un grande uomo, oltre che un grande medico. 

L’insegnante, purtroppo per lui, spesso non ha le idee chiare sulle sue mansioni, procedure e finalità professionali, e qua, volendo riprendere la deriva ironizzante, si snocciolano stereotipi come “baby sitter”, “animatore”, “intrattenitore”… Allora, per che cosa dovrebbe essere riconosciuto socialmente, quindi economicamente, il professionista docente? Possiamo finalmente provare a pensare noi stessi come professionisti della cultura? Lavoriamo sicuramente su qualcosa di molto aleatorio, poco visibile e dai tempi lunghi, che si chiama “crescita” degli alunni, ma è su questo, solo su questo, che noi insegnanti dovremmo concentrare la nostra riflessione professionale, spostando l’oggetto della preoccupazione dai risultati alle persone: se si fanno crescere le persone i risultati sono duraturi e visibili, anche in termini di valutazioni. È vero che siamo condizionati dai contesti e dobbiamo tener conto delle personalità individuali degli apprendenti, ma è anche vero che se ci fermiamo davanti ai condizionamenti negativi esterni, facciamo i medici per i sani e scacciamo i malati, come disse qualcuno.
L’insegnante è un professionista della cultura in tutti i livelli scolari; istruzione, educazione e cultura sono i pilastri della nostra identità professionale e della nostra prassi lavorativa: dalla consapevolezza di questo dovrebbe partire ogni altra considerazione o decisione. 

Le scelte politiche nazionali di questi ultimi lunghi mesi non hanno curato abbastanza la costruzione di una solida professionalità docente nel senso di cui si diceva sopra: questa costruzione, forse, si realizza anzitutto attraverso una grande operazione di ristrutturazione culturale  nell’ambito di un’azione formativa diffusa e profonda,  solo parzialmente avviata con la concessione della “carta del docente” e con un generalizzato ma non uniforme “bisogno” di aggiornamento. Anzi, il bonus di merito ha interrotto il processo di costruzione di consapevolezza, che si era veramente avviato  durante questi ultimi anni scolastici, pur tra singhiozzi, singulti e scivoloni.

È certamente vero che l’aspetto economico, retributivo di un ruolo professionale non è meno importante della sua definizione culturale, e qui è mancata la ridefinizione della consistenza economica dei ruoli docenti attraverso il rinnovo del contratto, come si è detto infinite volte, in molte sedi. Il riconoscimento sociale di una professione in quanto tale passa anche attraverso la sua capacità di indurre dinamismo sociale, di contribuire alla crescita della comunità intesa non solo sotto il profilo culturale, ma anche in senso sociale e civico.
La cura del portafoglio degli insegnanti è importante tanto quanto la cura della sua cultura: in entrambi i casi la negligenza si paga con la disgregazione del “corpo” docente, già al livello delle singole scuole. E chi deve averne cura, se non il nostro “datore di lavoro” nazionale?

Il bonus di merito non risolve la questione: si può provare a pensare che esso deve essere usato per evidenziare gli elementi positivi di una comunità scolastica, ma esso è reso “sporco” dall’incertezza della sua consistenza ma soprattutto dalla discrezionalità o arbitrarietà della sua attribuzione.
Già sento le voci… “Non tutti gli insegnanti sono uguali!”. “C’è chi non lavora abbastanza e chi lavora per due o per tre!”. Verissimo. Ed è giusto che, come in qualsiasi altro contesto professionale, l’insegnante competente, attivo, venga valorizzato. Bisognerebbe che anche noi insegnanti, come gli altri professionisti, acquisissimo come habitus psicologico la legittimità del riconoscimento economico per la qualità del lavoro: nostro, se è nostro e anche del collega, se è del collega. 

Bisogna smetterla con il romanticismo professionale, così come anche con il pragmatismo freddo: siamo professionisti, non lavoriamo “ad ora”, siamo tutti diversi, ma lavoriamo in comunità. Ecco, forse questo è il nodo: la comunità professionale.
A ben guardare, l’”insegnante” non esiste: esistono “gli” insegnanti! Nessuno di noi, neppure il genio solitario lavora da solo. Ognuno ha senso perché sta in un grande organismo che si chiama istituto comprensivo, liceo linguistico, istituto tecnico… Il solitario è tale solo perché c’è un Collegio docenti rispetto al quale può godere della sua originalità; il gregario domina l’ansia perché c’è una vasta disponibilità di colleghi a cui chiedere “come si fa” qualsiasi cosa. In queste comunità, variegate come variegate sono le società italiane, ci sono “quelli bravi veramente”, quelli che i genitori richiedono per i loro i fgli, e quelli che gli alunni amano anche quando diventano ex; questi insegnanti riescono a produrre cultura, risultati, hanno “successo”. Perché questi insegnanti non sono aiutati abbastanza a condividere le loro pratiche, le loro metodologie? 

Credo che la risposta sia nel sistema scuola che tende alla mortificazione sempre più pervicace della collegialità. Il  docente, infatti, diventa bravo non solo se studia e sperimenta, ma anche se si trova in una comunità attiva. Nessun docente, per quanto studioso, motivato e disponibile alla ricerca può produrre interventi didattici realmente funzionanti se lavora da solo: ogni docente “disponibile” è veramente efficace solo se tutti gli attori del processo didattico sono concordi nell’assegnare al proprio lavoro un significato e una finalità educativa e culturale in relazione a specifici alunni. 

La collegialità non può essere solo un adempimento calendarizzato da Settembre a Giugno: ha senso solo se forma il terreno comune da cui nascono e crescono le “cose da fare in classe”.
Se i percorsi e le dinamiche della scuola italiana  tenessero come valore essenziale la collegialità, essa diventerebbe un luogo di crescita professionale per tutti, non affidato alle iniziative e competenze di singoli insegnanti, dirigenti, amministrativi. Lavorare dentro la scuola perderebbe un po’ del “romanticismo” della “missione”, ma diventerebbe una opportunità che richiederebbe consapevolezza, impegno, chiare scelte deontologiche, intellettuali, operative. E, forse, diventerebbe la chiave veramente funzionante per risollevare lo Stivale e ridargli capacità di camminare. 

 La legge sulla scuola sembrerebbe volgere in questo senso, ma lasciare alle comunità scolastiche il compito di stabilire i criteri di assegnazione del bonus e al dirigente quello di erogarlo è un gesto che può essere definito democratico solo con uno sforzo di fantasia, giacché manca la responsabilità dello Stato, che ha abdicato al ruolo di organizzatore e garante dei processi. Onore va riconosciuto certamente a tutti i colleghi che, dentro i Comitati di valutazione, hanno cercato di difendere il valore del lavoro didattico collettivo, che hanno ragionato e riflettuto con serietà sui criteri, svolgendo attività che certamente in qualche scuola sono state conformi proprio all’obiettivo sopra esposto, cioè evidenziare i comportamenti professionali “produttivi” in termini scolastici, ma che cosa sta accadendo nelle “altre” scuole?

Ah… dimenticavo: l’insegnante deve essere un professionista fiducioso, nutrendo sempre speranza nel raggiungimento dei traguardi. Ci proverò… 

 

Immagine a lato


A. Canova, Insegnare agli ignoranti, Museo Correr, Venezia

 

Dedicato a chi è nato negli anni settanta...
Il titolo di questo articolo - che sollecita anche a una rinnovata fiducia nella speranza di poter difendere la dignità del proprio "lavoro" - mi ha inevitabilmente  richiamato alla mente il titolo che Fabrizio De André diede al suo album tratto dall' Antologia di Spoon River: Non al denaro, non all'amore né al cielo. L'album uscì nel 1971, quando la mia generazione - che si affacciava alla preparazione universitaria o all'insegnamento - aveva circa vent'anni...
Ebbene, se si cerca oggi su youtube quel titolo, compare il link a uno stralcio da quell'album di due brani che forse non casualmente parlano del Chimico e dell'Ottico, due "professionisti" in bilico fra dignità personale, passione professionale e sociale e ricatto commerciale...

 


Ne dedico l'ascolto a chi allora aveva assai meno di vent'anni e oggi si ritrova a combattere contro le derive  e i ricatti mercantili della dignità professionale e umana, che nel frattempo (e come sempre) si sono scaltrite e camuffate, ma non così tanto da non essere riconoscibili...

(m.a.)

l'autore

Maria Gloria Calì Insegnante di lettere nella sc. sec. di I° grado; ex archeologo del paesaggio, ora ricercatrice di frammenti superstiti di motivazione e competenze da usare per costruire contesti significativi di apprendimento.

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