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25/07/2021

La scuola da "curare"

di Giuseppe Bagni

Non si capisce perché il report sulle rilevazioni Invalsi di questo anno abbia suscitato tanta sorpresa e l'interesse di tutti i media visto che, qualunque cosa si pensi in merito alla significatività delle rilevazioni nazionali, mi pare non faccia altro che confermare tutte le difficoltà che era logico attendersi facendo scuola nelle condizioni imposte dalla pandemia. È, tuttavia, degna di riflessione la natura e qualità delle immediate reazioni apparse sui giornali, di incredibile superficialità quando non anche ipocrite.
Come si possono accettare commenti che già dal titolo individuano il colpevole nella scuola, disastrosa, fallimentare, “da curare subito”? Cosa si aspettavano che succedesse rispetto ai divari territoriali e alle difficoltà degli alunni più fragili con una scuola costretta a chiudere il suo portone per andare nelle case di ciascuno? Proprio là dove sono maggiori le differenze alla base delle disparità di opportunità da rimuovere nella scuola pubblica? Agli alunni più deboli spesso corrispondono famiglie, territori e connessioni deboli. Ignorarlo dando la colpa alla scuola è un'ipocrisia inaccettabile. 

E che dire di chi ha fatto direttamente responsabili gli insegnanti? Qualche autorevole commentatore ha chiesto loro di smetterla di occuparsi di contratti e orari di lavoro, perché oggi “la prima priorità sono i ragazzi”? Come se le norme che disciplinano il lavoro nella scuola fossero la tutela di una categoria egoista e non la prima garanzia della qualità della scuola stessa e quindi del futuro di ragazzi e ragazze? Il ragionamento è semplice: se la scuola ha fallito là dove ha fatto massicciamente ricorso alla didattica a distanza, allora la colpa è degli insegnanti che non hanno le competenze digitali adeguate e non fanno innovazione. 
Perché, è sottinteso, l’unica innovazione possibile è quella digitale,  un’idea perfettamente in linea con lo slogan “grazie al digitale la scuola non si ferma” che ha imperversato a inizio pandemia. Se si è fermata, come sono convinti i principali commentatori, è colpa di coloro che non sanno usarlo. Eppure, una pari difficoltà dovrebbe averla incontrata anche un’ampia fetta di docenti universitari, ma la pandemia non pare aver causato all'università quei risultati scadenti lamentati nella scuola secondaria. 
Non dovrebbe essere evidente che per l'apprendimento nella fascia di età della scuola è indispensabile essere coinvolti in un “corpo a corpo” lento, quotidiano, disteso su tempi lunghi? Condizione necessaria ma non sufficiente, perché deve essere chiaro che la scuola va cambiata, non basta tornare in presenza.

Qui, tuttavia, non si tratta solo di livelli di apprendimento raggiunti o non raggiunti, bensì di un’esperienza di scuola che si è svuotata di autenticità; si tratta del non rispetto dei confini e dei ruoli tra scuola e casa, insegnanti e genitori. Esiste il tempo della scuola e dello studio, e un tempo della famiglia e dell'intimità. Il grande sforzo fatto dagli insegnanti per portare la scuola nelle camerette dei loro alunni – ma spesso in cucina, in salotto, quando non nel bagno – ha mantenuto teso il più possibile il filo della quotidianità scolastica, ma ha inevitabilmente mescolato gli ambienti, costruito una relazione tanto necessaria quanto snaturata, costretta a transitare sugli schermi dei pc, tablet o cellulari, gli stessi sui quali agli adolescenti arriva di tutto: la lezione di matematica si segue senza nessuno accanto con lo stesso impegno, volendo con ancora i pantaloni del pigiama, mentre arrivano sullo stesso schermo le notifiche delle chat, vibra il cellulare, qualcuno ti bussa alla porta. Banco e sottobanco diventano un’unità indivisibile e indistinguibile. 
Dal punto di vista emotivo, se la scuola perde la dimensione sociale di “casa comune” e viene consegnata a domicilio, dopo il primo entusiasmo finisce inevitabilmente sullo stesso piano di un pacco di Amazon, e perde. La DAD ha reso solo più evidente l'inadeguatezza di una scuola che non riesce ad essere di massa e di qualità, ancorata ben prima del distanziamento e delle mascherine a una didattica che lascia gli alunni passivi e spinge i più deboli a nascondersi negli ultimi banchi.
Ci sarebbe bisogno di una profonda riflessione non solo sul come si insegna ma anche sul cosa; sul coinvolgimento attivo degli allievi, togliendosi l'illusione che sia sufficiente usare gli strumenti “smart” per loro abituali per farli diventare protagonisti; su come si possa aiutare i nostri allievi a diventare “soggetti competenti”, abbandonando l'idea che le competenze siano la sommatoria lineare di singole conoscenze, ma riconoscendone la dimensione plurale che coinvolge aspetti cognitivi ma anche emotivi, collaborativi, motivazionali.

Se fosse questo il dibattito, alle prove Invalsi non faremmo dire quello che non possono dirci, perché la natura sfaccettata di un apprendimento profondo non si può cogliere con una singola prova ma  solo intrecciando prove di diversa natura.
Nella DAD, la D su cui si dovrebbe più riflettere è la prima assai più della seconda, ma non certo noi toni semplicistici e riduttivi imperanti oggi. Andrebbe detto, e soprattutto fatto, ben altro rispetto a ciò che si prospetta. Ma questo significa rendersi conto che le retoriche del “basta tornare in presenza e in sicurezza” oppure della scuola aperta, che abbatte le sue mura, che “non fa tutto ma in cui tutti fanno”  sono solo l'altra faccia del semplicismo con cui in troppi si appressano al capezzale della scuola.

l'autore

Giuseppe Bagni Insegnante di Chimica negli Istituti secondari, Presidente nazionale del Cidi, membro eletto del CSPI.

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