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22/06/2026

Educare all’intelligenza artificiale: un'esperienza verso la consapevolezza critica.

di Emanuela Biagetti

  Il 21 maggio 2026, nell’ambito della Festa di Scienza e Filosofia di Foligno è stato organizzato l’evento “L’Intelligenza artificiale non è intelligente…”, una riflessione sull’uso dell’IA a scuola, a seguito della pubblicazione del libro Tora Varano Trinci, una donna oltre il tempo. Un’esperienza didattica di scrittura creativa con il supporto dell’IA, scritto da me Emanuela Biagetti già docente di lingua e letteratura italiana, con prefazione della dirigente scolastica Franca Rossi. Si tratta di un breve romanzo storico presentato il 28 maggio anche presso la biblioteca Jacobilli di Foligno, visto l’interesse suscitato dall’argomento che ha mostrato con evidenza una questione ormai non più rinviabile: l’intelligenza artificiale è già entrata nella vita degli studenti, ma la scuola rischia ancora di subirla anziché farla entrare nelle questioni didattico-pedagogiche.

L’esperimento qui di seguito raccontato nasce dal desiderio di capire di più, e mi ha suscitato alcune considerazioni.

L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa non rappresenta soltanto l’introduzione di nuovi strumenti tecnologici, ma modifica radicalmente il rapporto tra conoscenza, apprendimento e costruzione del pensiero.

Molti ragazzi utilizzano strumenti di IA generativa in modo spontaneo, rapido, spesso inconsapevole. Li interrogano per ottenere riassunti, temi, traduzioni, soluzioni immediate. Il rischio non è soltanto quello del “copia e incolla”, come talvolta superficialmente si sostiene, ma qualcosa di più profondo: la progressiva delega del pensiero, dell’elaborazione personale e della capacità critica.

I giovani, spesso, si avvicinano a questo strumento senza alcuna riflessione sulla qualità delle fonti, sui limiti epistemologici dello strumento o sulla necessità di verificare criticamente le risposte ottenute. Il problema pedagogico, dunque, non riguarda la presenza dell’intelligenza artificiale nella scuola, ormai inevitabile, ma il modo in cui essa viene culturalmente mediata. La sua demonizzazione, evidentemente, appare inefficace e culturalmente sterile.

Nel dibattito pubblico emergono frequentemente due posizioni opposte e ugualmente improduttive. Da un lato, un entusiasmo smisurato che considera l’IA una soluzione automatica ai problemi dell’educazione; dall’altro, una posizione difensiva che tende a demonizzarla come minaccia per l’apprendimento e la creatività. Entrambe le prospettive rischiano di impoverire il compito educativo della scuola.

Come ricorda Edgar Morin, ma anche Maria Montessori, Gianni Rodari, Don Milani, educare significa insegnare a “contestualizzare, globalizzare e organizzare le conoscenze”, non semplicemente trasmettere informazioni. L’intelligenza artificiale, in questo senso, rende ancora più urgente il bisogno di formare menti critiche capaci di interpretare la complessità.

Quando l’alunno delega continuamente alla macchina la scrittura, l’argomentazione o la rielaborazione personale, rischia di indebolire progressivamente le proprie capacità cognitive. Si crea così una forma di dipendenza invisibile, nella quale la rapidità della risposta sostituisce la profondità del pensiero. La scrittura rappresenta infatti uno dei principali strumenti di costruzione della coscienza critica. Jerome Bruner sosteneva che il pensiero narrativo consente agli individui di dare senso all’esperienza umana. Quando uno studente scrive, non produce semplicemente parole: organizza emozioni, struttura idee, attribuisce significati. Se l’intelligenza artificiale sostituisce integralmente questo processo, la scuola perde una delle sue funzioni fondamentali.  Se, invece, l’IA viene inserita dentro un percorso guidato di laboratorio guidato, allora può diventare uno stimolo alla riflessione metacognitiva. Gli studenti possono imparare a: formulare domande efficaci; riconoscere errori e stereotipi presenti nei testi generati; confrontare diverse interpretazioni; verificare fonti e attendibilità; rielaborare criticamente i contenuti; sviluppare creatività personale a partire da materiali prodotti dall’IA, come ci ricorda Maria Ranieri.

In questo senso, il punto centrale non è l’intelligenza artificiale in sé, ma la qualità delle domande umane che la guidano. Una didattica critica dell’IA dovrebbe aiutare gli studenti a comprendere che ogni risposta generata è il risultato di dati, probabilità, modelli linguistici e possibili distorsioni. L’IA non “pensa” nel senso umano del termine, non possiede coscienza, esperienza, responsabilità etica. È uno strumento potente, ma privo di intenzionalità educativa.

Diventa allora fondamentale attivare laboratori di formazione per i docenti. Molti insegnanti vivono oggi un duplice disagio: da un lato il timore di essere superati dalle innovazioni tecnologiche; dall’altro la pressione di dover utilizzare strumenti che conoscono ancora poco. La formazione non dovrebbe limitarsi all’aspetto tecnico-operativo, ma affrontare soprattutto le implicazioni culturali, cognitive ed etiche dell’IA.

In alcuni casi prevale il rifiuto; in altri, un utilizzo superficiale degli strumenti digitali. È invece necessario promuovere la ricerca pedagogica sull’intelligenza artificiale. Questi laboratori dovrebbero avere una funzione non soltanto tecnica, ma culturale ed educativa. Non basta insegnare come utilizzare una piattaforma. Occorre interrogarsi su cosa significhi educare in un tempo in cui la produzione automatica di contenuti è diventata accessibile a tutti. Il docente non può essere sostituito dall’intelligenza artificiale perché la relazione educativa non è riducibile alla trasmissione di informazioni. Paulo Freire ricordava che educare significa costruire coscienza critica attraverso il dialogo. Nessuna macchina può sostituire la dimensione relazionale, empatica e interpretativa dell’insegnamento.

Gli studenti di oggi vivono immersi in ecosistemi algoritmici che influenzano linguaggio, attenzione, memoria, relazioni sociali e accesso alla conoscenza. Educare all’IA significa allora educare alla libertà intellettuale. Luciano Floridi sottolinea come le società contemporanee siano ormai “infosfere”, ambienti nei quali reale e digitale si intrecciano continuamente. In questo contesto, la scuola deve aiutare i giovani a comprendere che gli algoritmi non sono neutrali: riflettono dati, selezioni, modelli culturali e possibili distorsioni. L’uso dell’IA, che non è dotata di sentimenti, può essere un’occasione per educare all’affettività. La vera sfida dell’educazione affettiva non è insegnare alle macchine ad amare, ma insegnare alle persone a restare umane nell’epoca dell’intelligenza artificiale.

La scuola ha il compito di educare non soltanto all’uso degli strumenti, ma alla responsabilità cognitiva. La sfida educativa dell’intelligenza artificiale richiede dunque una nuova pedagogia della consapevolezza. Non si tratta di opporsi al progresso tecnologico, ma di evitare che la tecnologia trasformi gli studenti in soggetti passivi, incapaci di elaborazione autonoma. L’obiettivo deve essere quello di formare individui capaci di abitare criticamente il proprio tempo. Paradossalmente, proprio l’esistenza di sistemi in grado di generare testi rende ancora più preziose le capacità autenticamente umane: interpretare, immaginare, scegliere, dubitare, creare relazioni, attribuire senso.

Solo una scuola capace di sviluppare senso critico, consapevolezza digitale e creatività potrà evitare che gli studenti diventino dipendenti cognitivi delle macchine. Educare all’intelligenza artificiale significa, in fondo, educare nuovamente al pensiero

L’esempio di scrittura creativa con l’uso dell’intelligenza artificiale

Il romanzo storico Tora Varano Trinci, una donna oltre il tempo, è il frutto di una simulazione di laboratorio, che ha messo in evidenza come l’IA può diventare uno strumento educativo solo quando è inserita dentro una relazione pedagogica forte. Tora è storicamente vissuta all’inizio del 1400 ed è stata una figura di spicco del governo della città di Foligno, una donna che ha influenzato la politica e il sistema di alleanze con gli ambienti marchigiani, da cui proveniva; una donna capace di mantenere un profilo di coraggio e passione nella gestione di due signorie segnate da sangue e tradimenti.

Dopo aver raccolto materiali storici e documentari su Tora Varano Trinci, ho chiesto all’IA di elaborare un possibile monologo interiore del personaggio in un momento di difficoltà politica e personale. Il testo prodotto dall’intelligenza artificiale appariva formalmente corretto e persino suggestivo, ma il linguaggio appariva troppo contemporaneo e distante dal contesto storico reale.

L’errore della macchina diventa così uno strumento didattico. Occorre coinvolgere i ragazzi sulle seguenti questioni: il rapporto tra vero e verosimile; il problema delle fonti; i limiti culturali dei modelli generativi; il rischio di accettare passivamente contenuti ben scritti ma imprecisi.

Ho poi chiesto all’IA di produrre dialoghi tra personaggi storici realmente esistiti e figure immaginarie inventate.  I testi migliori emergevano non quando si accettava integralmente la proposta della macchina, ma quando si interveniva modificando tono, lessico, emozioni e intenzioni narrative. Un ulteriore episodio significativo riguarda il tema dell’errore. In una fase del lavoro, l’IA ha attribuito a un personaggio una citazione inesistente. Solo attraverso il controllo delle fonti ho scoperto che la frase era stata “inventata” dal sistema.

L’esperienza ha permesso di affrontare concretamente il tema dell’autorevolezza digitale. Diventa quindi un obiettivo di apprendimento per gli studenti comprendere che un testo ben scritto non è necessariamente vero; che la forma linguistica può generare un’illusione di affidabilità; che il pensiero critico richiede sempre verifica e confronto. In questo senso, il laboratorio si trasforma in uno spazio di educazione alla cittadinanza digitale e alla responsabilità cognitiva.

Uno degli aspetti più interessanti di questo mio lavoro è stata la formulazione dei prompt.  La qualità delle risposte dipende dalla qualità delle domande poste all’IA.

 Se rivolgo una richiesta molto semplice e generica, ad esempio: “Scrivi un testo su Tora Varano Trinci” le risposte ottenute risultano spesso superficiali e stereotipate. Attraverso il lavoro guidato dal docente, gli studenti devono imparare a costruire prompt più articolati, contestualizzati e critici, aiutati anche da esercizi preparatori, come: “Immagina Tora Varano Trinci durante una notte di dubbio politico. Scrivi un monologo interiore utilizzando un linguaggio coerente con il Quattrocento italiano, evitando espressioni contemporanee.” E ancora: “Scrivi una pagina di diario di Tora Varano Trinci dopo una decisione difficile, ma inserisci volutamente due errori storici che il lettore dovrà individuare.”.

Molto significativo è anche il lavoro di revisione dei prompt. Modificare una domanda significa modificare il pensiero stesso. In alcuni casi, dopo aver ottenuto risposte troppo generiche, si dovranno aggiungere: indicazioni sul tono emotivo; riferimenti storici precisi; vincoli stilistici; richieste di approfondimento; confronto tra punti di vista differenti. Il laboratorio vuole dimostrare che l’uso educativo dell’IA non consiste nella ricerca della risposta immediata, ma nella costruzione consapevole delle domande. Proprio questo passaggio rappresenta forse uno degli obiettivi pedagogici più importanti: aiutare gli studenti a comprendere che la tecnologia non può sostituire il pensiero umano, ma può diventare uno strumento per renderlo più consapevole, riflessivo, creativo. Può aiutare gli studenti anche a riflettere sul mondo emotivo che nessun algoritmo può offrire.

La revisione del testo narrativo, quindi, non dovrebbe limitarsi agli aspetti stilistici o narrativi, ma estendersi alla costruzione della dimensione emotiva dei personaggi: desideri, paure, conflitti interiori, sentimenti di amore o odio. È proprio in questo lavoro di attribuzione di significato affettivo che emerge la specificità dell'esperienza umana. L'IA può suggerire parole e strutture narrative, possiamo chiedere tutto: come relazionarci, come comportarci, ma capire davvero l’altro… rispettare un’emozione…no! La responsabilità di conferire autenticità emotiva alla storia rimane, almeno per ora, nelle mani dello scrittore.

 

Riferimenti bibliografici essenziali

Bruner J., La cultura dell’educazione, Feltrinelli, 2015.

Damasio A. "L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano", Adelphi, 2025.

Dewey J., Democrazia e educazione, La Nuova Italia, 1949.

Floridi L., La quarta rivoluzione, Raffaello Cortina, 2017. 

Freire P., Pedagogia degli oppressi, EGA, 2022

Gallese V. Il sé digitale, Raffaello Cortina Editore, 2026.

Morin E., La testa ben fatta, Raffaello Cortina, 2000

Rivoltella P.C., Educare nell’era digitale, Vita e Pensiero.

Scrive...

Emanuela Biagetti Docente di italiano nella scuola secondaria di primo grado e membro del Direttivo Cidi di Perugia.

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