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23/06/2026

Il curricolo fra legislazione scolastica e ricerca educativa (prima parte)

di Caterina Gammaldi

Come era prevedibile, dopo la pubblicazione della bozza delle Indicazioni Nazionali per i Licei, il dibattito si è acceso sui contenuti dei “programmi di studio”.  Con l’intento di fare chiarezza, torniamo ancora una volta sul senso di una proposta politica e culturale che frammenta il sistema scolastico nazionale e che va ancora analizzata per la ricaduta delle scelte che le scuole faranno nei prossimi mesi e a partire dal prossimo anno scolastico. Siamo preoccupati dal ritorno all’enciclopedismo, in buona sostanza al programma, nonostante si chiamino Indicazioni nazionali o Linee Guida per la costruzione dei percorsi curricolari.

Forse è utile riflettere su vecchie e nuove nuove contrapposizioni fra insegnamenti e insegnanti e ricondurre il dibattito al legame che c’è (o dovrebbe esserci) fra legislazione scolastica, ricerca educativa e curricolo. Una prospettiva che provo a indagare utilizzando la mia esperienza.

Nel corso degli anni non sono mancati i provvedimenti legislativi in attuazione dei principi costituzionali che affidano alla Repubblica, ai diversi livelli, il compito di rimuovere gli ostacoli, ma le diversità strutturali e culturali sul territorio nazionale, talora nello stesso territorio, hanno segnato le scelte politiche e culturali dei governi in carica, alimentando soluzioni che hanno impoverito la dimensione nazionale e unitaria del sistema educativo.

Quando, ormai 30 anni fa, l’allora ministro Berlinguer propose il riordino dei cicli e l’autonomia scolastica, ovvero un progetto di scuola coerente con un modello culturale e organizzativo orizzontale funzionale a garantire l’uguaglianza sostanziale, penso sia sfuggito a molti che una legge di ordinamento (quella dell’autonomia), in attuazione dell’art. 5 della Costituzione e della riforma del Titolo V, meritava ben altro che conflitti fra avversari politici e una maggiore attenzione alla gestione delle risorse economiche e professionali. Si è dimenticato che l’autonomia era ed è uno strumento a garanzia del diritto all’istruzione per tutte e per tutti in un sistema scolastico nazionale.

Intanto la società cambiava e non solo quella italiana. Il potere del settore economico e produttivo, in ragione dell’aumento della mobilità dei lavoratori da un paese all’altro, chiedeva che i sistemi educativi fornissero manodopera a livelli culturali più elevati. Di qui le Raccomandazioni europee e il richiamo a un profilo di competenza adulto orientato alle ragioni delle imprese e del mercato nonostante i risultati delle Indagini internazionali imponessero una proposta non di uniformità nei contenuti, ma politiche educative a vantaggio di una crescita culturale complessiva nei diversi paesi dell’Unione.

Una spinta che ha finito per indurre cambiamenti nei sistemi educativi non tutti coerenti con un modello culturale teso a ridurre le diseguaglianze. I sistemi educativi sono cambiati, e non solo in Europa, in ragione di una spinta verso il mercato, che produce disorientamento nella progettazione dei curricoli scolastici e sostanzialmente impoverisce la stessa idea di alfabetizzazione culturale. A riguardo, sarebbe interessante analizzare i motivi che spingono molti paesi a ridurre o a contrastare margini di autonomia scolastica proponendo, anche dove da sempre i sistemi scolastici sono autonomi, processi di rinazionalizzazione dei programmi di studio.

Una premessa per ricondurre la nostra riflessione a una prima questione: che relazione c’è fra legislazione scolastica e indicazioni nazionali? Credo che tutte e tutti noi condividiamo che siamo a una ennesima svolta. Gli ultimi tre anni di governo di destra – centro ci consegnano numerosi provvedimenti legislativi emanati, documenti in fieri o annunciati coerenti con una impostazione culturale che, almeno in linea di principio, era stata superata.  Alle scuole, ai collegi docenti sono richiesti continui adattamenti e rimodulazioni del curricolo di istituto in controtendenza rispetto alle più recenti acquisizioni nel campo della ricerca educativa. Tutti ci chiediamo se sia legittimo chiedere continui aggiustamenti.

Una prima risposta va data con riferimento al fatto che in materia di atti di indirizzo (tali sono le Indicazioni e le Linee guida anche quando sono normate in un decreto) non sia in discussione il principio della manutenzione periodica delle scelte, anche a causa dei cambiamenti che intervengono nella società o che sono dettate da nuove acquisizioni scientifiche o da azioni di monitoraggio. Manutenzioni che non possono essere accolte, però, cancellando ciò che non è conforme alle novità riscrivendo ogni volta tutto da capo, nella logica del punto e a capo. Invece, sarebbe necessario analizzare bene la situazione, soprattutto il contesto (lo esige il curricolo che è di istituto) e orientare il confronto nella comunità professionale per eventuali nuove scelte e decisioni condivise. Una situazione a cui a scuola ricorriamo ogni volta che, dopo aver osservato e raccolto informazioni sui processi di apprendimento – insegnamento, modifichiamo le scelte in ragione dei risultati. 

Nel caso specifico siamo di fronte a Nuove Indicazioni, a una riscrittura puntuale di tutti i documenti ministeriali che regolano l’azione educativa; cambiano i paradigmi (ad esempio conoscenze vs competenze), si introduce la valutazione del comportamento e un sistema di sanzioni vs lo Statuto dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti), aumenta il potere del voto, si mettono sotto tutela tutte le attività educative sui cosiddetti “temi sensibili” proponendo il consenso informato preventivo, si descrivono i soggetti (scolari e studenti) senza tener conto dei cambiamenti che si sono verificati nelle età dell’infanzia e dell’adolescenza. È legittimo, dunque, chiedersi cosa fare e come, evitando, però, il “taglia e incolla” e decisioni affrettate.

Considerazioni che avrebbero bisogno di altre e più diffuse argomentazioni, che ho inteso riprendere al solo scopo di riaprire  il dibattito sulla scuola al cuore del problema, ovvero all’apprendere oggi alle diverse età.

Non c’è dubbio: siamo ad una ennesima svolta. Dopo tre anni di governo di destra – centro possiamo chiederci legittimamente in che direzione stiamo andando.

"Dalla scuola del programma alla scuola del curricolo" non è uno slogan. È una norma e in quanto tale esige una profonda riflessione politica, culturale e professionale e ci coinvolge tutti, quale che sia il ruolo che svolgiamo a scuola, nella società civile, nel mondo della cultura e della politica. Il dibattito che portò ai programmi del ‘79 ripetiamo, riconducono le scelte che fece quella commissione agli articoli 3 e 34 della Costituzione. “Rimuovere gli ostacoli” e “la scuola è aperta a tutti” governarono un passaggio non facile di trasformazione del paese e della società del tempo. I mutamenti sociali di un periodo molto complesso, fin dall’istituzione della scuola media unica, trovarono in quelle scelte condivisione di nuovi significati. Appartenenze diverse diedero luogo a un progetto unitario. E nonostante si dica che la scuola media unica è stata e continua ed essere  l’anello debole ci sembra di poter dire che aver garantito l’accesso all’istruzione alla totalità degli aventi diritto fu un grande successo.

Non è stato facile capire, in quella stagione, anche per noi insegnanti il senso delle educazioni ancorate ai saperi disciplinari. Rimane di quel tempo la generosità di chi rese possibile lo sviluppo dell’educazione linguistica democratica, dell’educazione scientifica, dell’educazione artistica e tecnologica … e consentì che la domanda di istruzione superiore passasse in pochi anni a ben oltre il 90%. Il paese da nord a sud, i genitori, operai o contadini, analfabeti o istruiti, capirono che la scuola era l’istituzione a cui ancorare il futuro dei propri figli e lo sviluppo del paese, luogo di reale emancipazione.

Intanto la ricerca educativa e didattica applicata forniva a noi insegnanti strumenti per rendere possibile una reale democratizzazione dell’istruzione: ricerca didattica, riflessione epistemologica hanno ancora spazio nelle strutture associative e sindacali in cui la partecipazione è protagonismo, è scelta, è decisione.

Ora ci dicono che è tempo di cambiare, ma per farlo esigiamo risposte alle domande di senso che vorremmo poter condividere con la parte politica in cui ci riconosciamo perché possa costruirsi, fin d’ora, una alternativa alla deriva che si sta manifestando. Siamo sempre più poveri culturalmente, lontani da quel che è utile per i diritti di cittadinanza a scuola. Viviamo una fase in cui è richiesta capacità di analisi, progettualità, tempi distesi. L’accelerazione impressa nell’ultimo anno dal governo genera disorientamento, impedisce di comprendere facilmente le priorità su cui intervenire.

Per chi vive e  fa il nostro lavoro sa che questo non è questo il tempo della progettazione curricolare, è, se mai, il tempo della riflessione. Decidere quale approccio culturale scegliere, se privilegiarne uno o l’altro appare in questo momento come un andare controvento su una barca a vela.

Nondimeno trattandosi di un impegno culturale e professionale con caratteristiche politiche ed etiche pensiamo che non si possa né si debba rinunciare a riflettere negli organismi titolari delle scelte sulle richieste formulate dalla norma (anzitutto il collegio docenti).   Il futuro è adesso e appare necessario comprendere i cambiamenti annunciati, formulare proposte, mantenere vigilanza democratica, non buttare via percorsi professionali condivisi, non rinunciare ai fondamentali principi di una scuola democratica.  Il PTOF non è un atto formale, è o dovrebbe essere un vero esercizio di scrittura collettiva e condivisa. La legislazione scolastica e la ricerca educativa ci interrogano. Sarà anche un punto di vista personale, e forse parziale, ma mi sembra possa essere utile a premessa del lavoro che gli insegnanti in servizio faranno sul curricolo. La ricerca educativa ci fornisce le basi scientifiche e metodologiche per insegnare meglio, e la normativa ci dà le regole entro cui muoverci; nei fatti, sembra smentita questa semplice sistemazione;  continuiamo a veder proporre elenchi di argomenti, autori, correnti… cassandone alcuni e inserendone altri. Un tentativo maldestro di egemonia culturale, questi “suggerimenti” presentati con la faccia arcigna del protocollo ministeriale.

Il curricolo d’istituto è, come è noto, una scelta politica, culturale e professionale; eventuali riscritture vanno ancorate sempre e comunque ai principi costituzionali che lo governano (anzitutto la libertà di insegnamento e l’autonomia scolastica). E Non possiamo trascurare i fondamenti scientifici.  Non è questione da poco: lo sanno anche i dirigenti e i docenti più ligi al dettato ministeriale. La complessità dell’agire educativo non può essere ridotta, la scuola ha bisogno di spazi e tempi adeguati e di azioni di accompagnamento. Cadrebbero, in caso contrario, i concetti di comunità educante o professionale che dir si voglia, normati per legge e richiamati anche nelle Nuove Indicazioni. È il collegio docenti (di qui il concetto di comunità e di responsabilità personale e collettiva) titolare delle scelte didattico – educative in materia di progettazione e attuazione del curricolo, e ad esso spetta scegliere i contenuti, i metodi, l’organizzazione, i criteri di valutazione. 
Le conoscenze non sono prescrittive, nonostante il dichiarato cambio di paradigma delle Nuove Indicazioni. Le competenze sono, infatti, fondate sulle conoscenze. Sono i traguardi di competenza prescrittivi non le conoscenze.

Rimane un ultimo dubbio. Perché se si parla nella norma di progressiva sostituzione delle Indicazioni nazionali vigenti si chiedono operazioni professionali ricondotte a riformulazioni del curricolo di istituto e adozioni conformi alle Nuove Indicazioni. I libri di testo sono strumenti, dell’adozione sono titolari i docenti, non esistono libri di testo conformi ai documenti ministeriali, se non eventualmente riferiti a nuove periodizzazioni proposte e soprattutto, in materia di curricolo, non si può rinunciare alla contestualizzazione e quindi agli ambienti di apprendimento e all’attenzione ai soggetti destinatari dei percorsi curricolari. In questa prospettiva vale una considerazione: ricordiamo qui che i Programmi avevano la funzione di garantire l’omogeneità sul territorio nazionale, comprensibile in un modello centralistico; le Indicazioni, invece, fanno riferimento a un modello orizzontale funzionale alla realtà culturale e sociale in cui ciascuna scuola opera, in un quadro legislativo che è quello  dell’autonomia che non rinuncia  ai traguardi di competenza, a salvaguardia della dimensione nazionale del sistema di istruzione.
Sarà bene ricordare i vincoli: la centralità della persona umana (insisto sull’aggettivo umana secondo Costituzione), le finalità del processo educativo, gli insegnamenti (ovvero le discipline e il loro quadro orario obbligatorio e nazionale), i traguardi di competenza. Tutto il resto è spazio progettuale dei docenti, ampio e significativo. Certo non potremo non tener conto dei mutamenti di contesto; sarebbe un grave errore riproporre l’impianto culturale che ha accompagnato le nostre storie professionali. I cambiamenti sociali sono stati profondi e spesso contraddittori: è in atto un processo di descolarizzazione e non possiamo non tenerne conto.
Ma in tale situazione, perché non riflettere sui contributi di autorevoli neuroscienziati, psicologi cognitivi e filosofi della scienza. Nulla è immutabile e i sistemi educativi sono “esseri viventi” e in quanto tali cambiano; non possiamo riproporre la scuola del tempo che fu. Contano molto le turbolenze che hanno investito il mondo della politica, della cultura, lo stesso settore economico – produttivo, ma, pur con lo sguardo al presente, non manchi la riflessione su cosa stiamo perdendo e come possiamo ricostruire il “fare scuola” a partire da principi fondamentali a cui riconduciamo l’utopia dell’educazione per tutti.

Propongo, in conclusione, tre aspetti su cui mi piacerebbe cominciare a riflettere: la ricostruzione del paese dopo le prime elezioni libere a suffragio universale del ’46, il difficile percorso verso la democratizzazione dell’istruzione, il rapporto educazione – istruzione nell’apprendimento.
L’Assemblea Costituente eletta nel ’46 lavorò fra il ’46 e il ‘47 alla nostra Carta costituzionale. Si tratta di un evento che ha cambiato un’epoca e un paese, questo paese. I diritti al lavoro, alla salute, all’istruzione sono i capisaldi del testo costituzionale; per capire il presente della nostra scuola non si può rinunciare al mandato che la Costituzione affida alla scuola, in particolare agli articoli 2, 3, 33 e 34 della Costituzione, non per fare retorica, ma per confrontarci insieme sulla dimensione pubblica del nostro lavoro.  Da questi articoli discendono tutti i provvedimenti legislativi in tema di scuola degli ultimi 80 anni, anche quelli che appaiono distanti. Non c’è governo che non abbia fatto esplicito riferimento nei provvedimenti legislativi a tali articoli, anche quando ne ha dato interpretazione riduttiva o errata.  La Costituzione rimane, e non potrebbe essere altrimenti in quanto legge fondamentale dello Stato, in termini di responsabilità personale e collettiva, un impegno etico e politico verso tutti. Cosa fa la differenza?  Facciamo riferimento al recente parere del Consiglio di Stato sulle Nuove Indicazioni 2025; i giudici hanno chiesto al ministro di correggere quanto avevano scritto gli estensori delle N.I. 2025 con riferimento all’art. 34 ricordando che la scuola è aperta a tutti, anche a chi non è cittadino italiano. Non è cosa di poco conto. In merito osserviamo che dire “diritto – dovere all’istruzione e alla formazione per almeno 12 anni”, non è la stessa cosa che dire “obbligo di istruzione”. Questa “estensione” dell’art. 34 era stata già proposta dalla Moratti nel 2005, nel decreto sul diritto – dovere e che per quel motivo si tornò poi sulla norma e gli “almeno otto anni” dell’art. 34 divennero 10 anni di scolarità obbligatoria. Purtroppo, un problema ancora aperto! Da aggiungere, inoltre, che la scuola è una istituzione della Repubblica su cui dobbiamo esercitare vigilanza democratica, per richiamare l’attenzione sui diritti, che siano esigibili e che ci sia parità di condizioni e trattamento. Abbiamo bisogno di rendere effettivi la rimozione degli ostacoli, l’uguaglianza sostanziale, il diritto allo studio, l’obbligatorietà del percorso di istruzione, la libertà di insegnamento. Non c’è relazione possibile fra legislazione scolastica e ricerca educativa se nelle norme sono manomessi o oscurati i principi costituzionali.  Non è solo una dichiarazione di principio; è un “fare scuola” che, dal mio punto di vista, è purtroppo ancora poco visibile nei segni e nelle scelte delle nostre scuole.  Impegna tutti i soggetti, ai vari livelli, nella costruzione dello spazio comune che chiamiamo “apprendimento permanente”.  Noi insegnanti non dovremmo stancarci mai di proporre il confronto sul modello culturale e organizzativo prescelto evitando scelte estranee alla ricerca educativa che ha fondato il sapere della scuola democratica. Anzitutto quelle relative ad alcune scelte ideologiche che tornano insistenti anche per il secondo ciclo: l’identità nazionale, il primato dell’Occidente, il modello autoritario contro le identità al plurale, il meticciato, il noi, l’altro. Sono evidenti forzature in campo educativo, lontane dalla realtà in cui vivono i bambini e gli adolescenti in età scolare, che siano nati o meno nel nostro paese.  Una prospettiva che dalla ricerca educativa ritroviamo in molte delle norme vigenti che non sono state abrogate: penso ad esempio all’intercultura, all’inclusione, all’autonomia di ricerca, sperimentazione e sviluppo nel tentativo di superare il centralismo e la selezione di classe, ricercando l’ibridazione dei saperi. Non è questo il luogo per analizzare i contributi che in tanti (pedagogisti, sociologi, linguisti, filosofi, storici …) hanno dato in tal senso, ma forse meriterebbe uno spazio e un tempo di riflessione il contributo di coloro che sono stati definiti da Galli della Loggia e Perla un “gruppo di scervellati” o peggio un “circoletto di amici”, considerando il contributo che essi hanno dato alla costruzione di comportamenti professionali di maestre e maestri illustri o comuni come siamo noi nel corso del tempo.

Un’ultima riflessione va fatta sul dilemma che attraversa il dibattito anche al nostro interno ovvero se a scuola si educa o si istruisce, se l’educazione è competenza esclusiva della famiglia o anche della scuola, salvo poi a imporre, da parte governativa,  su “temi sensibili” il consenso informato preventivo e a mettere sotto tutela gli insegnanti. Ha scritto Riccardo Massa prematuramente scomparso,  che i due termini non possono essere decontestualizzati come fanno le Indicazioni 2025, che dovremmo evitare un approccio che divide i fautori dell’una o dell’altra. Si ritiene, aggiunge, a torto che un educatore sia chi pensa a chi è in difficoltà; sarebbe come dire che si educa per favorire i buoni sentimenti, le disposizioni dell’animo. Non si può scindere, scrive Massa, istruzione da educazione. A scuola si educa istruendo e a lungo andare istruire è educare.

Aggiunge Ceruti: “l’educazione si impernia sull’insegnamento della capacità di apprendere e collegare conoscenze, concependo i confini tra le discipline non più come campi lineari”. È l’approccio delle Indicazioni 2007 e 2012, confermato nel documento del 2018, che si intende cancellare.  È tempo allora di chiedere con più insistenza la democrazia dell’istruzione, è tempo di una nuova paideia, ma forse non possiamo solo chiederla perché si realizzi. Occorre, intanto, proprio in materia di curricolo, dare un senso all’esperienza conoscitiva, ridurre la frammentazione dei saperi, saper utilizzare gli strumenti per stare al mondo, accompagnare il percorso di chi apprende verso saperi irrinunciabili, apprendere e selezionare informazioni per sviluppare autonomia di pensiero.

Non è questo il legame fra la normativa e la ricerca educativa che dovremmo provare a rendere esplicito? L’art. 3 comma 2 della Costituzione esige il pieno sviluppo della persona umana. È questa, dal nostro punto di vista, la scuola secondo Costituzione.

 

Riferimenti bibliografici

Riccardo Massa, Cambiare la scuola. Educare o istruire?, Franco Angeli, 2023 .

Mauro Ceruti, Il tempo della complessità, Raffaello Cortina Editore, 2018.