«Se vi può essere un dubbio intorno all’intenzione del legislatore, questo va risoluto nel senso della libertà, trattandosi appunto di determinare l’estensione di un diritto politico che qualcuno definì pure diritto naturale, e che, sotto questo profilo, quasi nessuno contesta appartenere a tutti i soggetti capaci, senza distinzione di sesso.»
Lodovico Mortara, Corte d’Appello di Ancona, sentenza 25 luglio 1906
All’inizio del Novecento lo Stato italiano affidava alle maestre un compito essenziale: educare i futuri cittadini del Regno. Nelle aule delle scuole elementari insegnavano a leggere, a scrivere e a riconoscersi come parte di una nazione ancora giovane. Eppure quelle stesse donne erano escluse dalla vita politica del Paese. Formavano i cittadini di domani, ma non potevano esercitare uno dei principali diritti della cittadinanza: il voto. Da questa contraddizione nacque una delle pagine meno conosciute della storia della scuola italiana.
Quando si parla del suffragio femminile, il pensiero corre quasi inevitabilmente al 2 giugno 1946, quando milioni di italiane entrarono per la prima volta nelle cabine elettorali per partecipare al referendum istituzionale e all’elezione dell’Assemblea Costituente. Quella data, però, rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato molto tempo prima.
Nell’estate del 1906 dieci maestre di Senigallia portarono davanti alla Corte d’Appello di Ancona una questione destinata a segnare la storia dei diritti delle donne. Ottennero il riconoscimento del diritto di essere iscritte nelle liste elettorali, aprendo una breccia in un sistema che sembrava immutabile. La loro vittoria durò pochi mesi, prima di essere annullata dalla Corte di Cassazione. Eppure fu sufficiente a dimostrare che l’esclusione delle donne dal voto non era una verità indiscutibile, ma un problema giuridico che poteva essere portato davanti a un giudice.
Per comprendere perché questa iniziativa nacque proprio da un gruppo di maestre elementari, occorre tornare agli anni successivi all’Unità d’Italia, quando la scuola divenne il principale laboratorio in cui si costruivano, insieme, l’identità nazionale e il senso della cittadinanza.
Dopo l’Unità d’Italia, la scuola elementare divenne uno dei principali strumenti attraverso cui il nuovo Stato cercò di costruire una coscienza nazionale. In un Paese ancora profondamente diviso per lingua, tradizioni e condizioni sociali, alfabetizzare significava molto più che insegnare a leggere e a scrivere. Significava formare cittadini consapevoli e rafforzare il senso di appartenenza a una nazione ancora giovane.
In questo processo le maestre elementari assunsero un ruolo sempre più importante.
Ogni giorno, nelle aule scolastiche, erano chiamate a trasmettere non solo conoscenze, ma anche valori civili e senso dello Stato.
Quel riconoscimento, tuttavia, si arrestava sulla soglia della cittadinanza politica. Le maestre percepivano stipendi inferiori rispetto ai colleghi, erano soggette a frequenti trasferimenti, dipendevano da amministrazioni e autorità scolastiche quasi esclusivamente maschili e disponevano di limitate possibilità di carriera. In molti comuni, inoltre, il matrimonio continuava a rappresentare un ostacolo alla permanenza in servizio o all’avanzamento professionale.
Lo Stato affidava loro il compito di educare i futuri cittadini del Regno, ma continuava a negare uno dei diritti fondamentali della cittadinanza. Era una condizione destinata, prima o poi, a essere messa in discussione. E non fu un caso che a farlo fossero proprio alcune maestre.
Nel 1906 Maria Montessori propose una strada nuova per affrontare la questione del suffragio femminile. Osservò che la legislazione italiana non conteneva alcuna disposizione che escludesse espressamente le donne dall’elettorato politico. Più che dalla legge, la loro esclusione sembrava derivare da un’interpretazione consolidata, accettata nel tempo come una consuetudine.
Da questa osservazione nasceva una strategia tanto semplice quanto innovativa. Le donne avrebbero dovuto chiedere l’iscrizione nelle liste elettorali e, in caso di rifiuto, ricorrere ai tribunali. Non si trattava di ottenere una nuova legge, ma di chiedere ai giudici se quella esistente giustificasse davvero l’esclusione delle donne dal voto.
La proposta segnava un cambio di prospettiva. Il suffragio femminile cessava di essere soltanto una rivendicazione politica o sociale e diventava una questione di diritto. La risposta non era più affidata esclusivamente al Parlamento o al dibattito pubblico, ma anche all’interpretazione della magistratura.
Tra le prime a raccogliere quella sfida furono dieci maestre di Senigallia.
A raccogliere l’invito di Maria Montessori furono dieci maestre elementari di Senigallia: Giulia Berna, Luigia Mandolini, Carola Bacchi, Palmira Bagaioli, Adele Capobianchi, Giuseppina Graziola, Iginia Matteucci, Emilia Simioncioni, Enrica Tesei e Dina Tosoni. Condividevano la stessa professione e la decisione di verificare, attraverso gli strumenti del diritto, se l’esclusione delle donne dal voto trovasse davvero fondamento nella legge.
Fra loro emerse la figura di Giulia Berna, nata a Senigallia nel 1871. Come molte colleghe, aveva sperimentato le difficoltà della professione: stipendi modesti, frequenti trasferimenti e una carriera regolata da amministrazioni quasi esclusivamente maschili. Negli anni aveva imparato a tutelare i propri diritti ricorrendo agli strumenti previsti dall’ordinamento, acquisendo una conoscenza delle procedure amministrative che si sarebbe rivelata determinante.
Quando il Comune respinse la richiesta di iscrizione nelle liste elettorali, le dieci maestre decisero di non fermarsi. Invece di accettare quel diniego come inevitabile, presentarono ricorso alla Corte d’Appello di Ancona. Non chiedevano un privilegio né una modifica della legislazione vigente. Chiedevano che la legge fosse applicata secondo il suo dettato, sostenendo che nessuna disposizione escludesse espressamente le donne dall’elettorato politico.
Fu una scelta coraggiosa e, per molti aspetti, inedita. La questione del suffragio femminile usciva dalle sedi del dibattito politico e associativo per entrare in un’aula di giustizia. Ai magistrati veniva affidato il compito di stabilire se l’esclusione delle donne dal voto fosse realmente prevista dalla legge oppure fosse il risultato di una prassi consolidata nel tempo.
La sentenza Mortara
Il ricorso delle dieci maestre fu esaminato dalla Corte d’Appello di Ancona, presieduta da Lodovico Mortara, uno dei più autorevoli giuristi italiani dell’epoca.
Convinto sostenitore di un’interpretazione rigorosa della legge, Mortara riteneva che il giudice dovesse attenersi al testo delle norme, senza introdurre limitazioni fondate su consuetudini o prassi prive di un esplicito fondamento giuridico.
Il 25 luglio 1906 la Corte accolse il ricorso. La motivazione della sentenza si fondava su un principio destinato a suscitare un ampio dibattito: poiché nessuna disposizione di legge escludeva espressamente le donne dall’elettorato politico, non spettava all’interprete introdurre un divieto che il legislatore non aveva previsto. La Corte riconobbe così alle ricorrenti il diritto di essere iscritte nelle liste elettorali.
La sentenza ebbe un’immediata eco sulla stampa nazionale. Per alcuni rappresentava un passo importante verso il riconoscimento dei diritti politici delle donne; per altri costituiva una pericolosa forzatura destinata a mettere in discussione un equilibrio ritenuto intangibile. In ogni caso, la questione del suffragio femminile usciva definitivamente dagli ambienti del dibattito politico e associativo per entrare nel confronto giuridico.
Quella decisione, tuttavia, rimase in vigore soltanto pochi mesi. Nel dicembre del 1906 la Corte di Cassazione annullò la sentenza della Corte d’Appello, riaffermando l’interpretazione secondo cui il diritto di voto spettava implicitamente ai soli uomini.
La sconfitta fu giuridica, ma non storica. Da quel momento il suffragio femminile non poteva più essere considerato soltanto una rivendicazione politica: era diventato anche un problema di diritto.
La decisione della Corte di Cassazione pose fine, almeno sul piano giuridico, alla battaglia delle dieci maestre di Senigallia. La possibilità di vedere riconosciuto il loro diritto di voto svanì nel giro di pochi mesi. Rimase però una domanda che nessuna sentenza avrebbe più potuto cancellare: l’esclusione delle donne dall’elettorato era davvero imposta dalla legge o era il frutto di un’interpretazione consolidata nel tempo?
Colpisce che a sollevare quella questione non fossero esponenti della politica nazionale, ma dieci maestre elementari. Ogni giorno insegnavano ai bambini a leggere, a scrivere e a riconoscersi come cittadini del Regno. Quando decisero di ricorrere ai giudici, portarono nella sfera pubblica la stessa idea di cittadinanza che erano chiamate a trasmettere nelle aule scolastiche.
Per molti decenni questa vicenda rimase ai margini della memoria collettiva. La storia del suffragio femminile si identificò, comprensibilmente, con il 2 giugno 1946, mentre il ricorso delle maestre di Senigallia cadde quasi nell’oblio. Solo le ricerche dello storico Marco Severini hanno riportato alla luce questa importante pagina della storia italiana, ricostruendone i protagonisti, il contesto e il significato.
Il 2 giugno 1946, quando le donne italiane votarono per la prima volta, Giulia Berna aveva settantacinque anni. Quarant’anni prima aveva già cercato di affermare quello stesso diritto insieme alle sue colleghe, scegliendo una strada allora del tutto inedita: chiedere ai giudici di verificare se la legge consentisse davvero di escludere le donne dalla cittadinanza politica.
Non sappiamo che cosa abbia pensato entrando nella cabina elettorale. Le fonti non ce lo dicono. Sappiamo però che quel voto rappresentava il compimento di un percorso iniziato molti anni prima. Le dieci maestre di Senigallia non cambiarono la legge del loro tempo, ma contribuirono a incrinare una convinzione che sembrava indiscutibile. Dimostrarono che anche ciò che appare consolidato può essere rimesso in discussione attraverso gli strumenti del diritto. È anche per questo che la loro vicenda appartiene non solo alla storia del suffragio femminile, ma anche a quella della scuola italiana.
Bibliografia
Corte d’Appello di Ancona. (1906, 25 luglio). Pubblico Ministero c. Tosoni, Simioncioni ed altre. Sentenza estesa dal presidente Lodovico Mortara, pubblicata in Giurisprudenza italiana, vol. 58, 1906, pp. 389-394.
Cutrufelli, M. R. (2016). Il giudice delle donne. Milano: Frassinelli Severini, M. (2017). Giulia, la prima donna. Sulle protoelettrici italiane ed europee. Venezia: Marsilio.
Severini, M. (2021). Dieci donne. Storia delle maestre che conquistarono il voto. Venezia: Marsilio.
Severini, M. (2023). La più grande. Maria Montessori e il diritto di voto alle donne. Venezia: Marsilio.
Tomasi, T. (1976). La scuola italiana dall’Unità al fascismo. Roma: Editori Riuniti.
*l'immagine è stata realizzata usando un chatbot di IA.