“Spesso gli amici mi chiedono come faccio a far scuola. […]
Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare scuola,
ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola.”
L’incontro organizzato dal Cidi di Napoli l’11 Marzo, e moderato da chi scrive, è nato dal bisogno di confrontarsi sulla fisionomia dell’insegnante oggi, mettendosi anche intorno a due libri importanti, sul tema: “Educare controvento”, di Franco Lorenzoni (Sellerio, 2023) e “Tra i banchi” di Annamaria Palmieri (Guida, 2025).
Il tema è enorme e, ovviamente, l’incontro non è stato pensato con pretese di esaustività; tuttavia, sono state illuminate alcune questioni essenziali oggi: anzitutto, il rapporto tra insegnante come intellettuale pubblico, e la società in cui si trova a svolgere la propria funzione. Questo apre subito molte domande, soprattutto se l’orizzonte culturale in cui l’insegnante opera è caratterizzato dal profilo costituzionale, dalla pedagogia democratica, da un’idea di scuola che deve sostenere la crescita integrale delle persone.
Riprendiamo dalla questione sollevata da Don Lorenzo Milani, alla fine degli anni ’60. L’esperienza della scuola di Barbiana ha avuto luogo in un’Italia post-bellica, in cui le città si animavano di “borghesia” e di “classe operaia”, concentrata sul lavoro dipendente che consentiva la costruzione del cosiddetto “miracolo italiano”: automobili, elettrodomestici… modelli di vita che emulavano gli stilemi statunitensi. Le zone lontane dalle città, le aree agricole, invece, erano ancora in una condizione di povertà diffusa. Gli anni ’60 e ’70, inoltre, sono stati il periodo dei diritti, che dalla Costituzione passano nella normativa: per l’istruzione, si comincia con la scuola media unica, nel ’63 e si va avanti fino ai decreti delegati del 1974. Questi ultimi sono stati uno snodo cruciale nella democratizzazione effettiva della scuola, e nella messa a punto del rapporto tra scuola e società.
Don Milani, dando la parola ai suoi studenti, smaschera le mancanze di un’istruzione che al suo tempo sulla carta è democratica, nelle classi è depositaria per usare una felice definizione di bell hooks [“insegnare a trasgredire, Meltemi]; la cultura come strumento di predominio e e selezione provoca ingiustizia, drammatiche discriminazioni.
La “lettera ad una professoressa” è una sferzata alla professionalità docente che non risponde al compito che la Costituzione le assegna, nei metodi, nelle posture, nelle scelte “curricolari”, diremmo oggi, fraintendendo il verbo “insegnare” con “sorvegliare e punire”, che, a scuola, potremmo tradurre il “mettere voti e selezionare”.
Se il tempo di Don Milani era complesso, la società italiana di questo secondo quarto di XXI secolo, molto lontana dall’essere ricucita dopo gli strappi del Fascismo e della guerra, non è meno oscura e preoccupante
Nei contesti di istruzione, quali sono le categorie per provare a capire sia le relazioni che la conoscenza?
Filosofi come Mauro Ceruti o sociologi come Zygmunt Bauman propongono rispettivamente il paradigma della “complessità” e della “liquidità”.
“Complesso” è l’oggetto della conoscenza, quindi multilaterale dev’essere la prospettiva conoscitiva; in termini scolastici, quindi, non ci si limiti alla specificità disciplinaristica, ma si esplorino le aree di connessione, spazi di apertura di domande e prospettive nuove. “Liquida” è la società, in continuo cambiamento e senza le solide strutture che hanno caratterizzato le relazioni umane, culturali, economiche nel Novecento; l’impermanenza sembra l’unica continuità possibile. Educare alle relazioni aperte ad ogni diversità, e al tempo stesso consapevoli e responsabili, è l’unica strada per non lasciarsi trascinare dalle correnti.
In questo contesto così mutevole e molteplice, come sono le persone che apprendono?
Se analizziamo i dati sulle condizioni di vita di bambine, bambini, adolescenti, ad esempio quelli forniti annualmente da Save the Children o OpenPolis, siamo costretti ad usare categorie dolorose: povertà, materiale e culturale, disagio sofferenza psichica, abbandono scolastico.
Il quadro si oscura ulteriormente se ricordiamo, la percentuale crescente di persone laureate in Italia che lavorano all’estero.
Come bisogna essere oggi, per fare scuola? Quale professionalità docente può, oggi, realizzare il dettato costituzionale della “scuola aperta a tutti”, che “rimuove gli ostacoli”, in cui “la scienza e l’arte sono libere e libero ne è l’insegnamento”?
E’ d’obbligo una brevissima riflessione anche sulla questione dell’accesso alla professione, con una formazione iniziale costosissima, spesso di basso profilo, organizzata su criteri premiali (i CFU), in cui la buona riuscita è affidata al senso di responsabilità degli atenei. E, poi, il precariato.
Chi insegna dovrebbe essere formato alla cura della fisionomia civile della professione, nell’ambito di una consapevolezza alta di un mestiere che è fatto di ricerca, di libertà e di responsabilità. Questa idea di insegnamento non è una romanticheria donmilaniana, ma sta nelle leggi di diretta derivazione costituzionale che normano la professione: il decreto legge del 1994 e il regolamento sull’autonomia del 1999.
Il DL del ‘94 esordisce, infatti, con una prospettiva chiara:
“Nel rispetto delle norme costituzionali e degli ordinamenti della scuola stabiliti dal presente testo unico, ai docenti è garantita la libertà di insegnamento intesa come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente. 2. L'esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”.
Questa norma lega indissolubilmente l’insegnare all’apprendere, in quanto sua finalità unica, e la cultura scolastica alla promozione dello sviluppo umano di alunne e alunni. Inoltre, l’insegnante viene garantito dalla autonomia e nella sua espressione culturale, in ottica di apprendimento che si realizzi nel confronto di posizioni.
Apertura, libertà, autonomia, responsabilità: questi i concetti chiave che normano la funzione docente.
L’ultima (in ordine di tempo) definizione di “insegnante” la troviamo nelle Indicazioni Nazionali per il Primo Ciclo; la genericità dell’enunciato ci consente di estenderla, nelle intenzioni degli estensori, a tutta la classe docente, di ogni ordine e grado:
“L’espressione Magister vuole sottolineare l’autorevolezza ritrovata della figura del docente. È questo il presupposto essenziale per poter svolgere quella funzione di valorizzazione dei talenti di ogni giovane che è propria di una scuola che metta realmente al centro la persona dello studente.“
Siamo di fronte ad un cambio di prospettiva, a quella che, nei decenni precedenti abbiamo riscontrato nella norma e nella narrazione culturale su chi è docente.
All’insegnante viene restituita l’autorevolezza, si dice; il sottotesto è la lamentatio sul disprezzo sociale, le aggressioni anche fisiche, la prepotenza genitoriale alla quale ci si sottomette, mentre nel buon tempo andato il “maestro” (al maschile…) era venerato e ubbidito.
Vedremo in seguito quale consistenza reale ha questa laudatio temporis acti; nell’analisi del testo delle Indicazioni leggiamo solo una sorta di trasformazione magica: l’insegnante malconcio e grigio diventa un professionista dotato di potere, così, per grazia ricevuta. Nessun riferimento alla ricerca didattica, compito delle scuole secondo il regolamento sull’autonomia, e unica dimensione che conferisce all’insegnamento riflessività, efficacia, credibilità, crescita. Nessun riferimento alla stabilità e al trattamento stipendiale, tra i più bassi d’Europa.
Ammesso che l’autorevolezza in sé sia un valore professionale da perseguire, come possiamo pensare che “basta la parola”, come prometteva un celebre slogan di un confetto lassativo molto diffuso alla fine del Novecento ?
Restando nelle nuove indicazioni, si trova un’altra definizione di insegnante: “curriculum maker”. La definizione evoca scenari aziendalistici avveniristici d’oltreoceano… invece il web restituisce una definizione spiazzante: “Non esiste un singolo creatore universale di "Curriculum Maker", poiché il termine fa riferimento a diverse piattaforme online, app e strumenti di intelligenza artificiale (IA) sviluppati da varie aziende tecnologiche per aiutare gli utenti a redigere il proprio Curriculum Vitae. “ Chi ha scritto il documento ha scambiato il curricolo con il curriculum, e l’insegnante con un tool digitale, che non ha nemmeno il piacere di usare la propria intelligenza naturale.
In questo scenario si collocano gli approfondimenti emersi dai contributi di Annamaria Palmieri, Franco Lorenzoni e Andrea Morniroli, che illuminano alcune dimensioni del contesto delineato.
Palmieri ha ripreso la questione dell’autorevolezza, e del buon tempo andato, evocato implicitamente del testo ministeriale, in cui l’insegnante era considerato autorevole.
Per ricercare le tracce di questa condizione, ci si rivolge ad alcuni romanzi che parlano di scuola, in quanto lì è più acuto lo sguardo su certe dinamiche, facendo letteratura di quell’intreccio complesso tra la storia e l’invenzione, l’immaginazione e l’emozione.
La matrice dell’insegnante autorevole è “il professore” di derivazione gentiliana: la dissimmetria istituzionalizzata tra maestro e allievi riflette la dissimmetria delle classi sociali, fondata, a scuola, sul possesso della cultura.
Palmieri sottolinea come la riforma firmata dal filosofo è vòlta a costruire una scuola che acquisisce le classi sociali come un dato da mantenere, in cui l’insegnante sia un dispensatore di informazione culturale. La fascistizzazione della scuola italiana è un processo successivo, attuato grazie alle leggi emanate dopo le dimissioni di Gentile.
Nel dopoguerra, invece, da Piero Calamandrei a Pasolini, passando per Don Milani, si leggono parole chiare sul significato politico profondo della scuola italiana, e dell’insegnante come incarnazione quotidiana dell’istituzione che ha il compito preciso di cambiare il destino socialmente definito: più scuola, più insegnamento, per chi proviene dai livelli più deprivati.
Alla dissimmetria istituzionalizzata della scuola selettiva fa da controcanto la simmetria antiautoritaria citata da Franco Lorenzoni, postura dell’insegnante che diventa “piccolo”, avvicinandosi ad alunni e alunne, incrociando gli sguardi con loro.
Il tema dell’autorevolezza, della professionalità che si può incarnare come direttività, o al contrario, come condivisione e immaginazione, è espresso in modo chiaro nella celebre poesia di Danilo Dolci, di cui si cita spesso solo l’ultimo verso, mentre, come evidenzia Goffredo Fofi, il cuore della relazione educativa è l’”essere franco”, onestamente umano.
C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato.
C'è chi insegna lodando quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto essendo incoraggiato.
C'è pure chi educa, senza nascondere l'assurdo ch'è nel mondo,
aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono.
Ciascuno cresce solo se sognato.
Lorenzoni sostituisce la riflessione sull’autorevolezza con una riflessione sulla “fiducia”: relazione di affidamento reciproco, in cui chi insegna e chi impara si scambiano saperi e sguardi. Il malessere diffuso e profondo delle generazioni giovani attuali, in questa prospettiva, può essere letto alla luce di questa categoria.
Oggi i ragazzi pensano che gli adulti possano dare loro uno slancio per guardare al futuro, migliorare il mondo, si chiede Lorenzoni? La domanda è carica di perplessità.
Va sicuramente ritrovato un ampio spazio di ricostruzione della fiducia, attraverso la cultura: la scoperta di sé attraverso il sapere non si attua se i saperi si sovrappongono alla persona, spesso schiacciandola, ma dev’essere fatta di dialoghi parole situazioni che non, ma si propongono come spazi di scoperta di sé, di definizione.
Questo processo di apprendimento, nei saperi “generativi”, porta alla meraviglia dell’unicità, dell’incontro tra infinite diversità, e dev’essere privo di etichette, per essere libero. Lorenzoni cita Rahma Nur, insegnante e poeta nera e disabile, che rivendica con forza il diritto alla parola libera, per essere persona libera e uguale.
Allargando lo sguardo, egli usa una locuzione molto forte, che fissa un atteggiamento molto diffuso tra chi insegna: “il razzismo dell’inadeguatezza”, operante tra chi pensa di dover distinguere, etichettare, dividere le persone che imparano in compartimenti.
In perfetta continuità, e, al contempo, con uno spostamento di punto di vista, Andrea Morniroli prosegue il ragionamento di Lorenzoni citando Franco Rotelli, collaboratore di Franco Basaglia e il libro di Antonio Slavich, primo allievo e collaboatore dello psichiatra che ha cambiato la gestione della malattia mentale in Italia. Nel libro “All’ombra dei ciliegi giapponesi” (Alphabeta, 2018) Slavich racconta la sua esperienza, che ha moltissimi tratti in comune con quelle di un insegnante: si tratta, infatti di insegnare a delle persone a riprendere la parola, ad esprimere un pensiero, ad essere partecipi della loro condizione. Per far questo, bisogna buttare via tutto quello che si sa.
Nel realizzare questo, la scuola non può non interagire con il territorio circostante, anche integrando nel proprio funzionamento educativo il territorio stesso. La scuola rimane al centro, in quanto responsabile istituzionale dei processi educativi, dev’essere consapevole di questa centralità e, al contempo delle necessarie interazioni con il contesto.
La scuola pubblica non può e non deve delegare al terzo settore solo la gestione dei casi di maggiore fragilità, e gli attori del terzo settore devono fare in modo che ciò non accada.
Lo spazio di dialogo tra scuola e territorio, ribadisce Morniroli è il curricolo, strumento dinamico, frutto di ricerca, strumento di co-progettazione.
In questo dialogo, il Dirigente scolastico è uno snodo fondamentale, la cui alleanza che allarga la funzione pubblica della scuola, non la restringe ed è necessario che l’azione integrata sia azione caratterizzata da alcune “posture”: la disponibilità a mettersi in gioco, da entrambe le parti; la percezione che il docente assume rispetto alla propria insufficienza; la resistenza comune ai condizionamenti esterni, che si traduce, sia nell’insegnante che nell’operatorie, nella responsabilità della disobbedienza civile.
L'atteggiamento critico, che richiede competenza professionale e umanità, è particolarmente necessario in questo momento, sottolinea con forza Morninori, in cui è evidente uno smantellamento della struttura costituzionale della società.
La discussione con il pubblico, che ne è seguita, ha evidenziato quali concreti ostacoli quotidiani siano posti alla scuola pubblica intesa come spazio di democrazia e libertà, secondo Costituzione, e, al tempo stesso, quali speranze sia necessario coltivare.
In conclusione, Palmieri ha citato un passo da “La profe”, di Antonella Landi (Mondadori, 2007), a ricordare la forza rigenerativa che insegnare esercita anche su chi insegna:
“Perché tutto è epico, nella scuola. Tutti i giorni sono diversi, tutti gli anni mutano e le lezioni non sono mai uguali.
'Ma non ti annoi tutti gli anni a rispiegare sempre le stesse cose?' mi chiedono a volte certi amici. Sinceramente, mi annoio molto di più a rispondere loro che, no, non mi annoio per nulla e che, anzi, mi diverto un casino. Perché osservo, studio, seguo l'evoluzione di un esserino umanino che diventa piano piano un esserone umanone a cui la testa comincia a funzionare, qualsiasi siano le sue idee, i suoi gusti e le sue preferenze. Perché osservo, studio, seguo l'evoluzione di me stessa che cresco, maturo, cambio idea. E un po’ rincoglionisco anche, come no.Ma meno di tanti altri. Perché la scuola, se ci si attiene alle dosi prescritte dal buon senso, è un elisir di eterna giovinezza e i ragazzi ti fanno illudere che non invecchierai mai, ma resterai sempre bella, giovane, frizzante. Come loro.”