A fronte del processo di trasformazione involutiva in atto da tempo nella scuola, il generoso impegno di tanti docenti per affermare una più avanzata professionalità docente come chiave per realizzare una scuola democratica rischia di apparire al limite velleitario se tale azione si mantenesse estranea ad ogni discorso politico concernente la possibile riqualificazione del sistema educativo del Paese. Allo stato attuale delle cose, ignorare totalmente la dimensione politica del problema scuola restringe il significato della cura professionale, quasi assuefatta ad una funzione di pura ancorché nobile testimonianza; importante, certo, e forse appagante individualmente ma, appunto, scarsamente coinvolgente l’intero corpo della scuola. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso quando, a torto o a ragione, è sembrato si respirasse un clima di cambiamenti, l’attivismo professionale rappresentava una sponda importante per l’attuazione di alcune riforme. Quel clima nel nuovo millennio si è quasi del tutto esaurito e l’iniziativa democratica di tanti docenti mirante a un ‘fare scuola’ migliore, per quanto generosa e avanzata, rischia la marginalità a fronte, a dir poco, di un generale conservatorismo.
L’avvio di un convinto dibattito sui nodi da sciogliere del sistema scolastico che tanto condizionano negativamente il lavoro dei docenti, se affiancato all’impegno professionale - da tenere sempre al centro dell’interesse - contribuirebbe non solo a dare maggiore significato e peso alla tradizionale battaglia per una professione più efficace, ma anche a collocare tale azione, di natura pur sempre individuale, in una di natura generale, appunto, politica. Con ciò sottraendo buona parte della categoria a quella specie di sensazione di colpa che nasce ogni volta dal sentirsi accusata, essa sola e ingiustamente, di inadeguatezza o, semplicemente, dalla consapevolezza dei limiti del proprio operato. La professoressa della Lettera di Don Milani era inadeguata al suo ruolo, ma colpe ben più gravi le avevano gli ideatori di quel sistema entro il quale ella operava, cioè la classe politica al governo in quel tempo. Insomma, se è fondamentale che ciascun docente si ponga ogni giorno la domanda, quali che siano le condizioni di lavoro, su come agire per rendere il proprio insegnamento il più efficace possibile, questo, tuttavia, non dovrebbe sottrarlo, per logica conseguente, anche dal chiedersi se, dove e quanto il sistema scolastico possa/debba essere utilmente riformato, contribuendo ad individuare al riguardo, attraverso un dibattito costante, i nodi da sciogliere necessari ad innalzare globalmente i livelli educativi. Ciò accrescerebbe il protagonismo degli insegnanti rendendoli finalmente, in quanto categoria, interlocutori efficaci della politica.
Quali sono i nodi da sciogliere, per quanto ardui e difficili da realizzare, intorno ai quali è forse bene che si concentri l’interesse di chi insegna proprio perché direttamente condizionanti gli esiti educativi? Diventa arduo al momento formulare ipotesi plausibili: per troppi anni i settori più avanzati della categoria docente si sono mossi prevalentemente, nell’alveo dei principi costituzionali, lungo il doppio binario della ricerca professionale della migliore qualità educativa e/o della tutela sindacale dei propri diritti di categoria, trascurando di fatto (o delegando ad altri soggetti) ogni approfondita (e coraggiosa) riflessione sulla capacità o meno del sistema scuola, in quanto tale, di rispondere ai propri compiti. Il rischio all’inizio potrebbe essere quello di formulazioni avventate o, in apparenza, proprio perché mai sufficientemente approfondite, irrealistiche o difficilmente realizzabili se non velleitarie. Tant’è, questo è lo stato dell’arte del dibattito politico generale sulla scuola, che patisce soprattutto la presenza di una classe dirigente politica minimalista o più che altro attenta al confronto ideologico, raramente culturale, ma che rifugge da ogni approccio a concrete ipotesi di misure strutturali per un miglior funzionamento della scuola. Manca soprattutto il coraggio di formulare strategie di intervento a lungo termine atte a generare quella evoluzione/trasformazione del sistema scolastico necessaria a renderlo più efficace o, con diverso linguaggio, più ‘produttivo’.
Negli anni gran parte del malessere collettivo del corpo docente si è tradotto generalmente in rivendicazioni sindacali, raramente in richieste/proposte politiche. Proviamo a fare un esempio su un tema molte volte accennato ma mai affrontato in modo significativo: il contenimento del numero di alunni per classe. Avanzare tale richiesta come rivendicazione sindacale significa caratterizzarla come una vertenza di categoria, quella docente, non più disposta, con allievi troppo numerosi per classe, ad un lavoro notevolmente faticoso e alla fine infruttuoso. Tale rivendicazione assumerebbe valore politico, di interesse generale, se la richiesta/proposta fosse invece motivata dall’esigenza di garantire meglio un insegnamento basato sulla centralità dell’alunno, essenziale per una buona riuscita educativa, un principio difficilmente perseguibile con classi troppo affollate. Un tale provvedimento in questo caso troverebbe dunque la sua motivazione non in una rivendicazione di categoria ma in una riforma migliorativa del sistema scuola, nell’interesse dell’intera comunità, rispetto a cui la componente docente assumerebbe un ruolo da protagonista politico. Si potrebbe obiettare: ma la misura proposta è costosa e perciò irrealizzabile. Ma non è detto che essa debba attuarsi dall’oggi al domani, se ne potrebbe programmare l’attuazione in più anni. D’altra parte, come contrastare già oggi l’evasione scolastica con i fondi del PNRR, all’uopo destinati, se non in primo luogo contenendo il numero di alunni per classe?
Ma questioni ancora più di fondo condizionano negativamente il nostro sistema scolastico, alcune di portata tale da poter essere considerate dei veri e propri ‘macigni’, a prima vista irrisolvibili, ma sulle quali varrebbe la pena di incominciare ad aprire almeno un dibattito. Nodi strutturali che incidono, direttamente o indirettamente, sul livello e sulla efficacia educativa della professione docente. Essi riguardano sia la sfera professionale, sia ordinamentale, sia istituzionale. Proviamo a elencarne qualcuno sotto forma di domande.
Quali devono essere i percorsi di avviamento alla professione docente in grado di accertare, e valorizzare, le attitudini e le competenze più adeguate? E quali laboratori, centri di ricerca e di specializzazione andrebbero eventualmente creati, atti a garantire un costante sostegno ad una professione stabile e qualificata? Come farli funzionare?
Che cosa giustifica ancora oggi la cesura al quinto anno del percorso educativo di base per il passaggio degli alunni alla scuola media, istituita come scuola ‘per pochi’, poi adattata a scuola ‘di tutti’, ma che tuttavia continua a mantenere, non solo nel nome, la caratteristica di scuola secondaria? Dove sta la continuità dell’impianto didattico-educativo? Quale danno può derivare dal venir meno della continuità del curricolo verticale? Non è forse anche nella secondarizzazione precoce che si nasconde quella selezione occulta degli alunni che colloca il nostro sistema scolastico a livelli di competenze tutt’altro che onorevoli nel confronto internazionale? Siamo alla condizione di avere un sistema che inganna se stesso!?!
I nostri allievi riescono ad accedere all’Università a diciannove anni. Negli altri Paesi europei l’accesso avviene a diciotto. È auspicabile un accorciamento del percorso scolastico? In quale segmento scolastico? Oppure è necessario ripensare l’intero percorso d’istruzione?
È auspicabile una scuola con una minore rigidità organizzativa, oraria, per classi, per discipline, per cattedre? E fino a che punto?
E, ancora, l’autonomia, attribuita agli Istituti scolastici ma non alla scuola globalmente. Il carattere istituzionale del sistema di istruzione non dovrebbe prevedere il suo autogoverno, con organi collegiali competenti e qualificati, in costante rapporto con il Parlamento, nella fattispecie con le Commissioni Istruzione, sottraendolo al controllo e alle incursioni del ministro di turno, il cui compito, con un apparato burocratico reso più agile, sarebbe invece quello di garantirne le condizioni per il buon funzionamento?
Infine, ma non ultima, è auspicabile, nell’ambito del sistema d’istruzione, la creazione di un osservatorio/consulta nazionale, altamente qualificata per cultura e competenza educativa, concentrata sulle dinamiche giovanili in relazione alle trasformazioni sociali e culturali in atto, con particolare attenzione al complesso tecnologico-comunicativo, in grado di orientare costantemente l’azione educativa della scuola (e non solo) secondo i principi di un moderno Umanesimo?
Su alcune di tali questioni è auspicabile che, sulla base di motivazioni riguardanti direttamente o indirettamente la riuscita dell’azione educativa, si apra quanto meno un dibattito?
Allo stato attuale la scarsa disponibilità di risorse pubbliche allontana la possibilità di accedere a concrete misure di cambiamento, le quali, a loro volta, per la loro complessità e portata richiedono contributi e tempi adeguati di elaborazione. Pianificare a tal fine l’intera prossima legislatura per un processo di ampia, sistematica e approfondita elaborazione, attraverso momenti integrati di studio e di confronto, tra associazioni di insegnanti, docenti, studiosi, intellettuali, ricercatori, non passerebbe sotto silenzio in un Paese dove giorno dopo giorno sembrano aggravarsi le condizioni dei più giovani.
I temi indicati, non i soli, richiederebbero un confronto politico, che non può non vedere gli insegnanti, interessati alla qualità del loro lavoro, partecipi; senza alcuna chiusura corporativa ma costantemente nell’alveo della costruzione di una scuola democratica secondo i principi e i valori della Costituzione; in totale autonomia, ma aperti al dialogo con tutti, senza discriminazioni o intese preconcette; con l’intelligenza, lo stile e l’abnegazione proprie di quanti nella società hanno scelto il compito di educatori. A trent’anni dal Manifesto a firma di qualificati esponenti della scuola e della cultura, dal titolo significativo “Dalla scuola del Ministero alla scuola della Repubblica”, il contributo in tal senso di una iniziativa democratica degli insegnanti, per quanto minoritaria, non sarebbe irrilevante nei confronti di una classe dirigente politica che anche quando evoca una riforma dell’istruzione si esprime in termini assai generici.
La categoria dei docenti, forte di centinaia di migliaia di individui, con le sue associazioni, ne risulterebbe comunque rigenerata e accreditata di una cospicua rilevanza culturale e sociale.
*l'immagine a fianco è stata creata con un chatbot di AI