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16/09/2020

Corpi e spazi in relazione

di Giovanna Bertazzoli e Dania Zanotto

Le riflessioni che seguono nascono da una conversazione tra una docente di Discipline pittoriche in un liceo artistico che si è trovata ad affrontare e, nello stesso tempo, a subire la didattica dell’emergenza e una docente neopensionata che si è ritrovata a osservarla a distanza.

Preferiamo usare l’espressione “didattica dell’emergenza” piuttosto che “didattica a distanza” o l’acronimo DAD, perché vogliamo sottolineare la necessità di una riflessione sulle trasformazioni dei metodi didattici che l’emergenza ha indotto.

La solitudine dei docenti non è stata colmata dal proliferare di webinar abbondanti di indicazioni per l’uso di piattaforme o per le procedure valutative, ma privi delle domande didattiche, quali:

Che cosa insegno e come?

Nello specifico: Come spiegare tecniche grafiche e pittoriche? Come mostrare l’uso degli acrilici o degli acquarelli? l’uso di materiali? Come insegnare e come far apprendere agli studenti l’iter progettuale a distanza? Come ridurre la dimensione laboratoriale a uno scambio tra schermi di un pc o, soprattuttoper gli studenti , di uno smartphone?

Infine: Che cosa è rimasto di tutto questo dopo il lockdown?

Se l’enfasi generalmente posta sulla capacità di risposta delle scuole alla necessaria chiusura può preludere  all’introduzione generalizzata delle tecnologie digitali, che cosa significa ribadire la priorità della scuola in presenza nella concretezza dell’esperienza?

Corpi

Entrare in un’aula di disegno in un liceo artistico significa vedere dei corpi in movimento, raramente seduti a un banco, in piedi davanti a un cavalletto per la copia di un gesso o della modella o chini su un tavolo per la realizzazione di una tavola o di un progetto di architettura.

Sono corpi che parlano; all’interno della ideazione di un progetto lo scambio di idee con i compagni o la richiesta all’insegnante di un suggerimento o di un chiarimento sono parti essenziali del farsi dell’idea. Non esiste per il docente il timore che gli alunni copino, timore  che ha tanto imperversato nella scuola della DAD; l’apprendimento si sviluppa nel confronto, anche informale, vorremmo quasi dire specie informale, con gli altri, pari e adulti. Il prodotto individuale è l’esito di un processo che è tanto più ricco quanto più è collettivo e si nutre di scambi con il presente dell’aula e con il passato e il presente delle arti visive.

L’osservazione e la valutazione da parte dell’insegnante non si limitano al prodotto, ma si concentrano sull’azione che dà forma alla materia, sia essa la creta o la matita su un foglio, il gesso o la carta.

Nella scuola dell’emergenza [1] i corpi sono scomparsi, ridotti a volti su un display, le voci si sono affievolite con interventi in chat o sostituite da emoticon. I corpi si sono ridotti a un orecchio che ascoltava e a un occhio che vedeva; è sparita l’interazione tra i pari, l’osservazione del lavoro dell’altro, il consiglio o il giudizio estemporaneo che rigenera l’azione. Sono scomparsi gli odori dei materiali.

La solitudine che spesso attraversa la condizione degli insegnanti si è trasferita agli studenti.

 "La solitudine del numero uno" di Alessandro Mondini,
classe 3 H a.s. 2019/20 Liceo Artistico Olivieri Brescia 
© .

Se la scuola in presenza è il recupero della socialità dell’apprendimento, questo recupero deve essere consapevole, a partire dall’adozione esplicita e costante di riflessioni collettive con la classe sulla ideazione e sulla realizzazione di un progetto e superando ogni ipertrofia valutativa che si basi sulla dimensione individuale e comportamentale.

Si tratta anche di dare spazio a interruzioni, intervalli  e stanchezze, elementi connaturati ad ogni percorso, che possono destare una nuova capacità di guardare all’oggetto dell’apprendimento e al/nel mondo che ci circonda. Significa per gli insegnanti rinunciare a chiedere l’iperattenzione e a valorizzare esclusivamente la prestazione, e per gli studenti a cogliere le possibilità delle pause, di “una stanchezza dagli occhi limpidi” che Peter Handke individua come fondamento del processo creativo [2].

Spazi

La richiesta imbarazzante di filmarsi mentre si disegnava - imbarazzante per la professionalità degli insegnanti che l’hanno fatta – ignorava lo spazio privato che ha fatto irruzione nella scuola dell’emergenza. E ignorava il pudore che questo spazio, e soprattutto chi abitava quello spazio, richiedeva.

Sappiamo tutti di bambini o ragazzi che si connettevano dal bagno di casa, unico locale che garantiva un relativo silenzio nella confusione di genitori in smart working e fratelli collegati alle diverse piattaforme digitali. Vignette e video hanno satiricamente sottolineato come lo spazio privato sia diventato violentemente pubblico.

Non ignoriamo inoltre che lo spazio della “classe virtuale”, pur messo a disposizione da un’istituzione pubblica, si sia potuto realizzare solo grazie a servizi e tecnologie proposti da soggetti commerciali privati e che la configurazione delle piattaforme abbia fortemente condizionato le relazioni che in esse potevano essere agite.

Cosa vuol dire allora ritornare all’aula al di là di mascherine e distanziamento?

Significa trasformarla in uno spazio consapevole di interazioni salvaguardando la presenza dell’intero gruppo classe. Così come l’aula è molto di più della somma di venti o venticinque schermi di computer o smartphone, così le relazioni tra pari non si possono costruire nei dimezzamenti dei gruppi. 

Ma non basta. È necessario, anche nella secondaria di secondo grado, assumere esplicitamente il compito di costruire il gruppo classe, non tanto attraverso attività di inizio anno, magari delegate ad associazioni esterne – i famigerati progetti accoglienza – ma attraverso la creazione di una comunità democratica che si dà un compito – imparare – attraverso una modalità – lo scambio e il confronto, l’ascolto dell’altro e l’attenzione all’altro. Non si tratta di un progetto aggiuntivo, ma della qualità delle relazioni nello spazio fisico dell’aula che diventa lo spazio della classe e della riflessione esplicita sulle modalità di relazione.

Pur non pensando che il 2020 sia il nuovo anno zero, crediamo che non si possa ignorare ciò che la scuola, gli insegnanti e gli studenti e le loro famiglie hanno vissuto. Riteniamo importante non cadere nell’errore di attribuire un valore taumaturgico alle piattaforme digitali, siamo consapevoli delle implicazioni profonde, nei corpi e negli spazi, che la didattica a distanza produce e, nello stesso tempo, pensiamo che il lockdown possa e debba dare alla scuola l’occasione di ripensarsi e, per i nuovi insegnanti, di pensarsi comunità educativa che - in presenza - accoglie, include e coinvolge tutti nella meravigliosa esperienza che è la conoscenza [3].  Significa assumersi una responsabilità, la responsabilità di ridurre le diseguaglianze -  quella che la Costituzione consegna alla scuola e a chi ci lavora - partendo dalla convinzione profonda che l’arte, la cultura sono lo strumento principale di emancipazione sociale oltre che di liberazione personale senza bisogno di subordinarle ad altre finalità.

Note

1. Linda Bertelli - Raoul Kirchmayr, "Ambiente digitale e didattica universitaria",  www.antinomie.it, 01/09/2020.

2. Peter Handke, Saggio sulla stanchezza, Garzanti, 1991.

3. Rocco Ronchi, "Didattic del virus",  www.doppiozero.com, 18-20 settembre 2020. 

 

Immagine a lato


 "La solitudine del numero uno" di Alessandro Mondini, classe 3 H a.s. 2019/20 Liceo Artistico Olivieri Brescia - particolare. ©

Scrivono...

Giovanna Bertazzoli Insegnante di scuola secondaria di II grado, presidente del Cidi Brescia

Dania Zanzotto Docente di discipline pittoriche e artista (Arti visive)

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