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08/07/2020

Che cosa ci ha lasciato la "Didattica a distanza"?

di Claudia Graziani

La didattica a distanza è stata una grande sfida per noi docenti, che all’inizio ci siamo assai preoccupati; in particolare noi della scuola primaria. Pareva infatti un controsenso comprimere la complessa vita delle nostre classi in un rapporto virtuale, ristretto poco più che all’invio di materiale didattico,  per quanto articolato e multimediale. L’apprendimento del bambino infatti, diversamente da quello dell’adolescente o dell’adulto, segue un percorso che non parte dalla parola scritta e dal concetto da assimilare, ma dal vissuto concreto e contestualizzato ad una realtà conosciuta, immaginabile o esperibile. La parola e il conseguente processo di astrazione sono per lui un punto di arrivo. Basti pensare che il bagaglio lessicale medio di un bambino di sei anni è ridotto al mero linguaggio domestico, spesso mal arricchito da programmi tv di dubbio valore culturale. La didattica alla scuola primaria si fonda dunque su format che creano un clima adatto a un apprendimento trasversale, dove l’alunno può trovare stimoli sensoriali ed emotivi in cui identificarsi e immergersi naturalmente, complice la nostra competenza multidisciplinare.  La codificazione verbale e grafica è un passaggio che avviene dopo tutto questo; diversamente il bambino memorizza, ma non assimila. Tutto ciò richiede la presenza fisica di un docente dotato della professionalità necessaria ad accogliere, osservare, captare abilità e svantaggi anche momentanei (basta un cambiamento di umore per modificare la ricettività dell’alunno) per poter creare e adattare continuamente l’ambiente di apprendimento di cui sopra. Richiede anche l’ambiente fisico dell’aula, organizzato con criterio metodologico volto al medesimo scopo.
Come trasmettere tutto questo con la didattica a distanza?

Abbiamo pensato al maestro Manzi che, con solo un foglio e un pennarello, ha dimostrato che non è mai troppo tardi per imparare. Lui però l’aveva dimostrato agli adulti. E, se per loro non è mai troppo tardi, alla primaria è troppo presto per sostituire la scuola con lo schermo di un pc e con una piattaforma da cui scaricare il materiale. Tanto meno i genitori erano pronti a prendere il nostro posto. Sono stati eroici, in molti casi ci hanno commosso per l’impegno che ci hanno messo.

A qualcosa però la didattica a distanza è servita.
La scuola primaria è uscita dall’aula e le famiglie hanno avuto un’occasione unica di farsi una vaga idea di come la scuola sia diversa da come la immaginavano. I docenti di scuola primaria, questi grandi invisibili la cui professionalità non ha mai un indice oggettivo di misurazione (e che spesso viene messa in dubbio), hanno potuto mostrare – almeno in parte - in cosa consiste il loro lavoro.

Dopo la sensazione di panico iniziale, infatti, ci siamo detti che la sola via era, come sempre, andare per tentativi. La classe non era più davanti a noi, ma dispersa in 24 ambienti diversi. Niente toni di voce, battute di spirito, gestualità per poter richiamare l’attenzione dei bambini; niente cartelloni illustrati da indicare col toc toc della canna di bambù, che “pesca le paroline che ci servono”; niente canzoncine improvvisate girando fra i banchi per risvegliare estemporaneamente ricordi e concetti. Niente osservazione e adeguamento in tempo reale delle strategie. Solo tutorials, videolezioni con connessioni intasate e malfunzionanti, documenti e pagine del libro assegnate. Non era scuola.  Come dare di più?
La risposta l’hanno data i genitori, sia che abbiano chiesto aiuto segnalando i problemi, sia che abbiano tentato di celarli e di risolverli con un maldestro fai da te.

- Marco piange quando deve leggere la pagina intera. Come fargliela finire? - Gli faccia leggere e ripetere due volte un solo rigo al giorno. I progressi che farà lo gratificheranno e presto ne leggerà di più spontaneamente.

- Signora, ho visto in videolezione che Alessio non sapeva fare il compito che sul quaderno risulta fatto bene. Gliene ho preparata una versione facilitata. Mi dica se così riesce a farlo da solo, altrimenti studierò un’altra soluzione. 

- Vittoria quando scrive salta le lettere ponte perché ha un difetto di pronuncia. Avrà bisogno di un logopedista?   - Forse no. Prepari delle tessere di cartoncino. In alcune scriva in blu delle sillabe semplici e in altre in rosso le varie lettere ponte. Fate insieme dei giochi per formare le parole e lo stimolo visivo la aiuterà.

E così i genitori iniziavano a familiarizzare col sintagma “percorso individualizzato”. Ottima cosa, ma non bastava, perché in poche settimane ci siamo scontrati con la mancanza di stimoli vitali dei bambini. I compiti del libro spiegati a distanza non bastavano più, sempre che fossero mai bastati, e anche i più volenterosi diventavano apatici e insofferenti. Come rimediare alla tristezza dell’isolamento? I genitori dicevano che i bimbi, sforzandosi di pensare ai cartelloni dell’aula, superavano alcune difficoltà e noi abbiamo spiegato che in effetti l’aula è un ambiente di apprendimento accuratamente studiato. Ci è allora venuto in mente che immaginare l’ambiente domestico come ambiente di apprendimento avrebbe potuto essere di aiuto. Mai la stessa cosa, ma qualcosa.

Abbiamo in parte rinunciato al libro di testo e tentato di attivare le famiglie per far acquisire competenze in casa: istruzioni per coltivare piante da terrazzo, cucinare i piatti trovati nelle avventure lette, disegnare cartelli da muro, fare cacce al tesoro seguendo indovinelli in rima, seguire tutorials con parole inglesi da “insegnare” agli animali domestici. All’interno di tutto ciò abbiamo inserito obiettivi e contenuti delle discipline. Ha funzionato, almeno un po’.

È stato faticoso, anche perché si è reso necessario personalizzare per i singoli alunni molte delle attività, ma anche appassionante. Ci siamo sentiti dei pediatri e un po’ lo siamo, impegnati quotidianamente a osservare, “diagnosticare” ostacoli, “prescrivere” strategie. Ne abbiamo preso più che mai coscienza noi e soprattutto quei genitori che pensavano che improvvisassimo e che hanno invece constatato che improvvisare non è possibile.

Voglio tornare a scuola, perché le maestre sono più brave delle mamme a insegnare” ha detto un bimbo della mia classe.

Dunque non siamo più invisibili come prima. Chi sa, forse anche di questo c’era bisogno.

Parole chiave: speciale emergenza

l'autore

Claudia Graziani insegnante di scuola primaria

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