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lettera apertaoltre la lavagna

19/03/2020

Caro Direttore

di Francesca Lacaita

Caro Direttore,
si scrive molto in questi giorni di didattica ai tempi del Coronavirus, e anche la rivista che dirigi ha fatto meritoriamente la sua parte pubblicando l’editoriale di Giuseppe Bagni e altri commenti. In generale, qui e altrove, al di là di minori divergenze sulla risposta adeguata da dare all’emergenza o sulla valorizzazione di particolari esperienze di “teledidattica”, ci si trova sostanzialmente d’accordo sul fatto che la scuola a distanza non è vera scuola, che nulla può sostituire la relazione educativa personale tra docente e discente, o il senso di comunità che si forma nella quotidianità della vita scolastica. Non c’è un reale dissenso nemmeno sulla necessità di resistere a determinati interessi commerciali che, forti del sostegno ufficiale e mainstream all’“innovazione”, ambiscono ad approfittare di questo momento straordinario per insediarsi definitivamente nella scuola pubblica stravolgendone autonomia e finalità, e si è tutti consapevoli delle condizioni concrete delle scuole e dei divari tra i territori, che di per sé renderebbero quanto meno problematico ogni facile ottimismo in materia di didattica “a distanza”.

C’è però un aspetto che, a quanto ho visto, non è stato stranamente mai esplicitato in questi interventi, con l’eccezione di una parentesi nell’ultima frase di un comunicato dell’FLC-CGIL (“[gli studenti non sono] tutti dotati di tablet e connessioni a Internet)”) e di un articolo di Chiara Saraceno, Gli ultimi della scuola, pubblicato su «Repubblica» il 14 marzo: l’effettiva disuguaglianza delle condizioni personali tra gli studenti di una stessa scuola o di uno stesso territorio, che in classe viene almeno formalmente “sospesa” per la durata delle lezioni, è riaffermata in tutta la sua brutalità nella scuola a distanza, e quel che è peggio negata da una coltre di silenzio nella conversazione pubblica.

Tutti gli studenti dispongono di una connessione internet tale da sostenere senza problemi (economici o informatici) le lunghe ore di una didattica a distanza a pieno regime? Hanno tutti un computer, o almeno un tablet, o la didattica a distanza si deve ridurre allo schermo di uno smartphone? E se in una famiglia ci sono più figli in età scolare con un solo computer, come se lo condivideranno, come se lo contenderanno (specie ora che la teledidattica sta superando la sua prima fase di rodaggio e cominciano a scatenarsi gli impulsi regolatori e disciplinanti dell’istituzione, con inviti più o meno formali, più o meno espliciti, a segnare sul registro elettronico le “assenze” degli studenti)? E quei ragazzi che in classe avevano l’insegnante di sostegno – quali innovazioni sono state ideate per loro, perché non vengano lasciati indietro? Per non parlare di quei bisogni fondamentali di cui parla Saraceno nel suo articolo: il bisogno di un pasto caldo che prima si consumava a scuola, o il bisogno di compagnia e assistenza in bambini lasciati soli a casa da genitori che devono stare molte ore lontano da casa per lavoro anche al tempo del Coronavirus.

Una consapevolezza delle disuguaglianze molto maggiore di adesso appare, per dire, nelle pagine di Cuore di De Amicis (1886); un elemento fondamentale dell’educazione di Enrico Bottini consiste proprio nel rendersi conto di che cosa comporti abitare al piano nobile o in soffitta, dal punto di vista scolastico. Rispetto agli anni Settanta del secolo scorso, la voce e le istanze di quei genitori che vivono con lavori malpagati o precari, più lavori, lunghe ore fuori di casa, abitazioni piccole, problematiche legate a permessi di soggiorno, ricongiungimenti, domande di cittadinanza o le conseguenze del solito “cattivismo” antimigranti, sono sempre meno rappresentate nelle scuole, e completamente assenti quando si parla di scuola. Nel frattempo, il discorso sull’innovazione, che si presenta come politicamente neutro o addirittura progressista, specie quando si intreccia con le tematiche scolastiche, ci stimola ad “adattarci”, a cambiare mentalità e abitudini, pena il rimanere “indietro”, lo scivolare “sotto” – “indietro” e “sotto” presentati come il peggiore dei mali, anche se restano significanti vuoti esattamente come i loro opposti “avanti” e “sopra”. Siamo tanto più considerati “bravi” o “meritevoli” quanto più ci mostriamo disposti a fare sacrifici per adattarci; viceversa siamo additati al pubblico ludibrio, se non apertamente esecrati, quando siamo “oppositivi” o facciamo domande. Significativamente, è proprio riguardo all’“innovazione” (le tecnologie informatiche, ma anche l’“internazionalizzazione” e la diffusione dell’inglese) che sono tenute in non cale quelle disuguaglianze nelle condizioni materiali e strutturali che sono di ostacolo all’apprendimento o alla semplice partecipazione. Possiamo pensarci per altri aspetti della vita scolastica, ma non in quello dell’“innovazione” dove ci si aspetta che nulla, nessun dubbio, nessuna considerazione o domanda ostacoli la corsa.

La didattica a distanza che si sta perseguendo in questi giorni non è e non deve essere altro che il segno della vicinanza della scuola agli studenti e alle famiglie, e della disponibilità a fornire un servizio fondamentale anche in circostanze straordinarie. Proprio perché le circostanze sono straordinarie e non si possono garantire a tutti uguali condizioni di accesso e di trattamento, si deve contrastare ogni tentativo di normalizzare questa situazione attraverso la sorveglianza e il disciplinamento. Attraverso le firme sui registri, gli appelli e la segnalazione delle assenze. Attraverso gli eccessivi compiti a casa, attraverso dispositivi degni del panottico o del Grande Fratello orwelliano, ma che non hanno nulla a che fare con i metodi e le finalità di una scuola democratica, come quelli annunciati dalla Dirigente scolastica di un istituto del Trentino, primo della classe in materia di didattica a distanza, la quale, in un’intervista al quotidiano «Il Trentino» del 29 febbraio, prospetta «la possibilità di monitorare il tempo in cui gli studenti resteranno connessi. È un feedback che normalmente non abbiamo, visto che non possiamo sapere quanto i ragazzi studiano a casa» Nonché attraverso la valutazione a distanza, la ciliegina sulla torta, pure adombrata dalla Dirigente in quell’intervista, e incoraggiata dal sito internet di Repubblica, dove si annuncia in un un articolo che «Stentano a decollare, invece, le verifiche online: solamente 1 su 4 ha già sperimentato interrogazioni o compiti in classe da remoto», ma si rassicura subito dopo che «anche qui probabilmente è solo questione di tempo, perché in una sola settimana la percentuale è quasi raddoppiata». Al di là di tutto quanto detto sopra, quali criteri devono avere le valutazioni di verifiche a distanza perché possano avere una benché minima validità? L’articolo non lo dice.

Il tempo del Coronavirus potrà significare la piena capitolazione della scuola pubblica a logiche non sue, oppure la riaffermazione delle sue ragioni. Come sempre, dipende da noi.

Cordiali saluti

Francesca Lacaita