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28/03/2020

Quale esempio dà la scuola?

di Paola Conti

Mentre sento la voce della mia vicina di casa che sta facendo lezione di inglese a distanza e io provo a montare un cartone animato usando un’applicazione del mio tablet, mi vengono in mente tanti pensieri e alcune riflessioni che vorrei condividere.
In questi giorni di strade deserte e silenziose mi tornano ricordi di altre strade e di altri silenzi: mi capita spesso di pensare al rapimento di Aldo Moro. Io facevo la quinta elementare. Le maestre della scuola avevano l’abitudine di prendere il caffè nell’infermeria, durante la ricreazione; e accendevano la radio. Quella mattina del 16 Marzo le vedemmo uscire da quella stanzetta, completamente sconvolte. Alcune piangevano. Quando, il pomeriggio, tornai a casa vidi la stessa espressione sui volti di miei familiari. Nessuno, né a scuola, né a casa, mi fece discorsi o lezioni; nessuno improvvisò filastrocche per rendermi comprensibile quell’evento sconvolgente.
Ma io imparai, imparai tante cose. Intanto il valore della democrazia. Non la sua definizione, ma la sua importanza. Attraverso gli sguardi severi, a tratti anche lucidi, ma fermi degli adulti che per me rappresentavano un riferimento, capii in maniera profonda e incancellabile, che quella cosa che fino ad allora era soltanto una parola che rimandava alla Grecia antica, era fondamentale per la vita che vivevo in quel momento, per la mia vita.
Nei giorni seguenti le maestre cominciarono a portare il giornale in classe. Ogni mattina leggevamo tutti insieme un articolo (non necessariamente legato al rapimento); ne parlavamo insieme; ci lavoravamo sopra. E anche in questo caso imparai delle cose. Innanzi tutto il senso della storia. A me piaceva la storia perché i fatti raccontati mi sembravano “storie”, appunto, favole. Fino ad allora c’erano i buoni e i cattivi e i buoni vincevano e io ero contenta. Anche se questa vittoria comportava la morte di tante persone; anche se per vincere, i buoni avevano violato principi importanti. Ma quando Luciano Lama, dal palco di Piazza San Giovanni, definì assassini i terroristi delle BR io imparai che la storia non è fatta di buoni e cattivi; che non è una favola. Che la storia è una cosa diversa da quella che avevo creduto di studiare fino ad allora. Che era una cosa difficile e complessa, all’interno della quale c’erano ragioni profonde e, talvolta, incontrollate; che era una cosa pericolosa e che, soprattutto, metteva in gioco la responsabilità di ciascuno di noi.
Imparai il senso delle istituzioni democratiche: di quelle entità che anche quando si comportano in un modo che noi non condividiamo, vanno difese e rispettate. Capii il significato della Costituzione che impone a chi quelle istituzioni rappresenta, di farlo “con disciplina e onore”.

Come ho detto, imparai (insisto nell’usare questo verbo) tutte queste cose senza che nessuno si impegnasse per farmele imparare. Attraverso il metodo di insegnamento più efficace che esiste: l’esempio.

In questi giorni quale esempio dà la scuola? Quali esempi forniscono coloro che ci lavorano? Non voglio soffermarmi sul diluvio di “improbabili trovate” che hanno riempito le chat di WA nei giorni seguenti (balletti, canzoni riadattate a tema virus, tutorial improvvisati…). Capisco che di fronte alla paura ciascuno possa avere reazioni emotive anche scomposte. Adesso la situazione va “normalizzandosi”; le scuole cercano di attivare piattaforme; si cerca di limitare il fai da te e di dare forma organizzata alle diverse iniziative. Abbiamo anche trovato la sigla per dare un nome a tutto questo, DAD, e quindi siamo sulla buona strada. Quello che mi chiedo è se davvero pensiamo che il nostro compito sia solo questo. Basta sostituire la lezione in classe con la lezioni in chat per affrontare questo periodo? E mi vengono in mente altri ricordi.

Quando andavo a Siena a fare la chemioterapia. In quelle interminabili mattine osservavo gli altri pazienti, i miei colleghi (come li chiamavo allora). C’erano persone che piangevano o che avevano pianto prima di arrivare lì. Altri che non parlavano se non a monosillabi per rispondere alle infermiere. Ma quelli che mi facevano più effetto erano “i normali”. Li definivo così perché per loro era tutto normale: mangiavano normalmente, dormivano come sempre, uscivano con gli amici per gli aperitivi. Mi facevano effetto perché accanto a quell’ostentazione spesso esagerata di normalità, c’erano gli occhi. Erano occhi spaventati, a tratti terrorizzati. E io ero dispiaciuta per loro.
Con il massimo rispetto perché lì ho imparato che ciascun essere umano vive le cose che gli accadono in modo completamente diverso e ha tutto il diritto di farlo. Io non so se ciò che ci capita ha un senso, se c’è un motivo, una logica, un motore. Sono convinta però che noi abbiamo il dovere di darglielo quel senso. E glielo diamo partendo dal riconoscimento di ciò che accade, guardando quello che ci succede dritto negli occhi. Questo virus ha un impatto forte su questi giorni, sulle nostre abitudini, mette alla prova la nostra tenuta emotiva. Ma il virus passerà, come è passata la spagnola, come è passata la peste, come sono passate le guerre e le carestie. Quello che non passerà in tempi rapidi saranno le conseguenze economiche e sociali che si lascerà dietro. Noi e i nostri bambini siamo abituati a pensare che possiamo fare praticamente tutto quello che ci va; non tolleriamo il minimo richiamo a una regola, a un dovere. Le regole e i doveri riguardano sempre gli altri. Siamo abituati ad avere tutto ciò che desideriamo e subito, senza limiti e senza attese. Amazon prospera sulla convinzione di questo diritto. Cure illimitate, prodotti illimitati, libertà illimitata. È anche per questo che facciamo fatica a comprendere e compatire quelle povere persone che affrontano viaggi inimmaginabili per fuggire da situazioni disperate di miseria e di guerre. Noi ci disperiamo per altro.
Tutto questo molto probabilmente cambierà. Senza evocare scenari apocalittici, bisogna pensare realisticamente che potremo fare meno cose, potremo avere meno cose. Non è necessariamente un male, ma richiede una ristrutturazione del nostro pensarci nel mondo e nella società. Insieme alle video lezioni per portare a termine il Programma, forse, bisognerebbe iniziare a pensare a un programma nuovo. Non perché le discipline e i loro contenuti non siano importanti, ma perché mai come in questo momento investire solo sulla trasmissione di  contenuti sembra totalmente inadeguato. Io non mi intendo di tecnologie e ancora meno di social media. La DAD mi sembra la negazione della scuola e della didattica. Ma un sistema va trovato e se quello è il canale credo che sia importante cercare strategie. Quello che non mi piace è questo tentativo di normalizzazione: non si va a scuola, ma tanto si fa lezione lo stesso. Poi passa questo periodo e si riprende tutto come se niente fosse stato.
Se la pensiamo così, stiamo perdendo un’occasione importante. A nessuno di noi piaceva la vita che faceva: non avevamo tempo per nulla, soprattutto per le cose importanti, eravamo sempre di corsa senza riuscire a concludere niente in modo soddisfacente. Quante volte ci siamo lamentati di queste cose? Nella vita personale e a scuola. Adesso il tempo c’è. Non sprechiamolo tutto nella ricerca spasmodica di piattaforme e applicazioni. Comportiamoci come la gravità della situazione esige. Dimostriamo ai bambini e ai ragazzi, con i nostri comportamenti, che c’è bisogno di calma e compostezza, di riflessione e forza. Diamo un esempio che insegni qualcosa di utile alla vita.

 

Parole chiave: speciale emergenza

l'autore

Paola Conti Insegnante di scuola dell'infanzia. Fa parte del gruppo di ricerca e sperimentazione del CIDI di Firenze con il quale svolge attività di formazione sui temi dell'educazione scientifica e della progettazione didattica.

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