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28/08/2018

Perché la scuola non può tacere

a cura di insegnare

Ormai il  "caso" più eclatante e grave che dobbiamo fronteggiare è il degrado dell'atmosfera civile, culturale e politica in cui il paese sta precipitando.

A fronte di episodi diversi e variamente drammatici, si sono moltiplicati, in queste ultime settimane, gli appelli a non tacere, a intervenire nel confronto culturale e politico in difesa degli ideali e delle pratiche della convivenza civile e democratica.

Riteniamo che anche la scuola non possa e non debba tacere.
Invitiamo i colleghi a intervenire, a esprimere le loro valutazioni e le loro proposte orientate alla necessità di salvaguardare e diffondere i principi educativi costituzionali e la cultura democratica nella scuola pubblica.

Probabilmente è venuto il tempo di riaprire il confronto sui complessi rapporti fra cultura -educazione - etica e politica: si tratta si un tema complesso, a tratti scivoloso, cui però non possiamo più sottrarci. Il paese sta pagando un deficit grave su ciascuno di questi versanti e sarebbe assai irresponsabile far finta di nulla, nella speranza che le cose si risolvano da sé.

In questo work in progress, proponiamo alla lettura e alla riflessione alcuni interventi di varia natura, dai meno ai più recenti.

04.09 Il 3 settembre a Roma, presso il Centro Servizi Volontariato della Regione Lazio si è riunito per un primo incontro il Tavolo Interassociativo "Bambini, migranti, umanità", a cui hanno già aderito oltre 30 associazioni, tra cui il Cidi e "insegnare".
Gli aderenti "intendono formulare proposte e organizzare iniziative ricolte al mondoi della scuola, della ricerca, della formazione e più in generale della società civile" per fronteggiare la crescita di discriminazioni, violenza verbale, rifiuto dell'accoglienza.
E' prevista la pubblicazione di un documento di intenti
Una sintesi delle intenzioni programmatiche del tavolo è esposto nella lettera aperta di Franco Lorenzoni,  
Cari insegnanti, ripensiamo il nostro ruolo per costruire il dialogo, pubblicata su "Repubblica".
A breve "insegnare" proporrà un report dell'incontro.
03.09

In questi giorni sia sulle pagine fb che nei messaggi whatsapp, hanno un buon successo alcune riflessioni che provengono da insegnanti.
Le proponiamo alla riflessione e al confronto (I testi non sono rivisti redazionalmente, ma pubblicati nelle versioni circolanti in rete. NdR)

Caro Ministro dell’Interno  Matteo Salvini ,
ho letto in un tweet da Lei pubblicato questa frase: “Per fortuna che gli insegnanti che fanno politica in classe sono sempre meno, avanti futuro!”.
Bene, allora, visto che fra pochi giorni ricominceranno le scuole, e visto che sono un insegnante, Le vorrei dedicare poche semplici parole, sperando abbia il tempo e la voglia di leggerle. Partendo da quelle più importanti: io faccio e farò sempre politica in classe. Il punto è che la politica che faccio e che farò non è quella delle tifoserie, dello schierarsi da una qualche parte e cercare di portare i ragazzi a pensarla come te a tutti i costi. Non è così che funziona la vera politica.
La politica che faccio e che farò è quella nella sua accezione più alta: come vivere bene in comunità, come diventare buoni cittadini, come costruire insieme una polis forte, bella, sicura, luminosa e illuminata. Ha tutto un altro sapore, detta così, vero?
Ecco perché uscire in giardino e leggere i versi di Giorgio Caproni, di Emily Dickinson, di David Maria Turoldo è fare politica. Spiegare al ragazzo che non deve urlare più forte e parlare sopra gli altri per farsi sentire è fare politica. Parlare di stelle cucite sui vestiti, di foibe, di gulag e di tutti gli orrori commessi nel passato perché i nostri ragazzi abbiano sempre gli occhi bene aperti sul presente è fare politica.
Fotocopiare (spesso a spese nostre) le foto di Giovanni Falcone, di Malala Yousafzai, di Stephen Hawking, di Rocco Chinnici e dell’orologio della stazione di Bologna fermo alle 10.25 e poi appiccicarle ai muri delle nostre classi è fare politica.
Buttare via un intero pomeriggio di lezione preparata perché in prima pagina sul giornale c’è l’ennesimo femminicidio, sedersi in cerchio insieme ai ragazzi a cercare di capire com’è che in questo Paese le donne muoiono così spesso per la violenza dei loro compagni e mariti, anche quello, soprattutto quello, è fare politica.1
Insegnare a parlare correttamente e con un lessico ricco e preciso, affinché i pensieri dei ragazzi possano farsi più chiari e perché un domani non siano succubi di chi con le parole li vuole fregare, è fare politica. Accidenti se lo è.
Sì, perché fare politica non vuol dire spingere i ragazzi a pensarla come te: vuol dire spingerli a pensare. Punto. È così che si costruisce una città migliore: tirando su cittadini che sanno scegliere con la propria testa. Non farlo più non significa “avanti futuro”, ma ritorno al passato. E il senso più profondo, sia della parola scuola che della parola politica, è quello di preparare, insieme, un futuro migliore. E in questo senso, soprattutto in questo senso, io faccio e farò sempre politica in classe.
 
 Enrico Galiano 
Dal blog dell'autore su www.illibraio.it
 
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INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI
(Risposta all'appello di Cacciari )
Non ho vissuto l'età dei totalitarismi, l'età della morte del pensiero critico ma oggi più che mai posso considerare quanto sia pericoloso il sonno della ragione. Nell'età del ritorno dei Malvolio di montaliana memoria un semplice prendere le distanze  non può bastare,  non è piu possibile una "fuga immobile" anzi può rappresentare una scelta immorale, un disimpegno colpevole.Oggi non è più tempo di tacere, è tempo di prendere una posizione perché ogni esitazione potrebbe mettere a rischio le grandi conquiste
 culturali del secondo dopoguerra. La cooperazione internazionale, la democrazia, l'integrazione, la tolleranza non possono essere valori negoziabili.
Quello che maggiormente preoccupa non è il ristretto e circoscritto disegno politico di Salvini ma la constatazione dei consensi numerosi che colleziona, non è di Di Maio, che mi preoccupo e del suo serbatoio di voti "protestanti" ma la constatazione che la protesta sinistroide abbia consegnato il paese ad una destra becera e livida e che una larga fetta anche di intellettuali non si sia resa ancora conto che si è prostituita alla peggiore delle destre , non a quella progressista e europeista ma alla destra razzista e violenta di Salvini.Ad una destra incapace di cogliere i segni del tempo, incapace di progettare un mondo di uomini in grado di vivere insieme pacificamente nella consapevolezza che ogni vero progresso raggiunge la sua pienezza col contributo di molti e con l 'inclusione  di tutti ,seguendo l'insegnamento terenziano alla base della nostra cultura occidentale :"Homo sum humani nihil a me alienum puto".
Appartengo al mondo della formazione, sto, pertanto, in trincea a contatto con una generazione vivace, intelligente, elettronica e "veloce" che  "vivendo in burrasca" rischia di precipitare nel baratro dell'indifferenza o, nel peggiore delle ipotesi ,dell'intolleranza, dell 'aggressività pericolosa e ignorante.
Questi stessi giovani ,invece, meritano di essere salvati, meritano una cultura in grado di coniugare pathos e logos,una cultura che percepisca l 'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l '"altro da sè "una risorsa importante giammai una minaccia .
Nell'età delle interconnessioni non c 'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA  e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.
Non è neanche questione di destra o di sinistra , di rosso o nero ma il problema è , soprattutto ,di carattere culturale.La vera emergenza è quella di costruire un argine contro ogni forma di populismo, contro la xenofobia, contro i nuovi razzismi in nome di una società civile che riparta dall'UOMO, non prima dall 'uomo Italiano , nè come in passato  ,prima dall'uomo della Padania ma dall'UOMO  in quanto umanità È necessario che in ogni campo sia politico che economico, culturale e sociale non si perda mai di vista l'uomo , la sua dignità, il suo inestimabile valore e ,al di là di ogni faglia e filo spinato ,lo si consideri il fine ultimo di ogni progetto. 
INTELLETTUALI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI, c 'è  molto da fare, a partire dalla formazione scolastica . Se uniti si costituirà una forza inarrestabile, la forza della cultura, la sola che possa costituire un argine autentico contro la deriva pericolosa del populismo e della miseria ,principalmente di quella della mente e dello spirito.
 
Antonella Botti, docente .(ricevuto via whatsapp da Lina Grossi)
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“Ce l'avete messa tutta, quest'estate. Avete seminato odio e raccolto tempesta. Cos'è, volete rendere difficile il nostro lavoro? Ma il nostro lavoro è sempre difficile. E di bulli ne abbiamo già visti. Certo, ora la situazione è più complicata, ve ne rendo il merito. Noi passiamo nove mesi, il tempo di mettere al mondo un essere umano, a mostrare come si sta tutti insieme, a biasimare chi insulta, a reprimere chi discrimina, a punire chi esagera e poi arrivate voi e voilà, si può tutto. Vi do una notizia sconvolgente: a scuola non si può. Perchè ci sarà sempre uno di noi a dire che non si fa, a spiegare perchè non si può e non si deve, a fornire un'alternativa, a proporre un altro punto di vista. E sì, certo, potete mandarci affanculo, ma non tutti e non tutti insieme. 
Mentre voi provate a calpestare i diritti delle persone, noi spieghiamo la costituzione.
Mentre voi giocate a chi urla più forte, noi chiediamo il silenzio e leggiamo poesie. 
Mentre vi divertite a preparare un futuro preoccupante, noi raccontiamo il passato perchè è l'unica cosa che ci permette di capire il presente. 
Spieghiamo e discutiamo, buttiamo nel cestino la lezione preparata per parlare della notizia del giorno che accende gli studenti come gli ultrà di una tifoseria, perchè è l'unico modo in cui pensano si debba discutere, finchè qualcuno non mostra loro un'opzione diversa.
Siamo il corpo speciale più addestrato e più temibile, siamo l'esercito di Silente, siamo la cavalleria che arriva suonando la tromba, siamo i buoni ma facciamo un lavoro sporco, anche se qualcuno lo deve pur fare e poi a noi piace.
Insegniamo a pensare.
Paura, eh?
Siamo il corpo docente e stiamo tornando.
E' finita la pacchia.
 
(Dalla pagina fb "Portami Il Diario")
02.09

Aggiornamento della Nota del 29.08
Dopo la lettera aperta di Maurizio Muraglia e l'articolo del giorno successivo, sempre sull'edizione locale di "Repubblica"  è uscito un interessante articolo di Valentina Chinnici, leggibile per i soli abbonati e poi ripreso da alcune pagine fb tra cui quello dell'autrice:

e si è svolta una iniziativa pubblica del Sindaco Orlando, presentata così:


"Repubblica. Palermo", 01.03.2018

31.08 Ermanno Morello, La scuola al tempo delle frammentazioni, "insegnare", 31  agosto 2018. Un interessante contributo per sollecitare il confronto...
30.08

locandina pescara 6.9Giovedì 6 settembre -  ore 15,30
Museo D' Arte Moderna Vittoria Colonna - Pescara


La scuola cancellata? 
 Quale futuro per i progetti educativi?


Vedi la pagina di presentazione del Convegno

  Marina Boscaino, La scuola riscopra il suo ruolo istituzionale, da "La pagina dei blog di MicroMega", 30 agosto 2018.
29.08

Maurizio Muraglia, qualche tempo fa scrisse a "insegnare" una lettera aperta che sollecitava la scuola e il Cidi a prendere posizione in un momento di crisi della tenuta democratica dentro e fuori la scuola.
In questi giorni, ha ripreso il tema, in un articolo pubblicato sull'edizione palermitana di "Repubblica": Maurizio Muraglia, Davanti a un deficit di democrazia perché la scuola non può stare a guardare, "Repubblica Palermo", 29.08.2018.

Il giorno successivo il quotidiano ha pubblicato un servizio con testimonianze di alcuni docenti e ds palermitani.

 

Si tratta di un tema assai delicato e complesso, che merita certamente di essere approfondito.
Per ora, farei una sola notazione sul titolo di questo articolo, assai pericoloso e spero fuorviante. Sarebbe un grave errore cadere nel tranello di far credere che gli insegnanti progressisti e di sinistra vogliono fare delle loro convinzioni e dei loro valori un oggetto diretto dell'insegnamento.
Questa è un'accusa, falsa, che ci viene troppo spesso imputata da "destra".  Non ultimo il Ministro dell'Interno nei mesi scorsi:
“Per fortuna gli insegnanti che fanno politica a scuola (guarda caso sempre pro-sinistra e pro-immigrazione) sono sempre di meno, avanti futuro!”. Ha così commentato il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, in un tweet la vicenda degli insegnanti, che si sono presentati in maglietta rossa all’esame di maturità, aderendo così all’iniziativa di Libera per ricordare i migranti morti in mare. ("orizzonte scuola.it", 9.07.18).
Sul tema della "politica a scuola", assai controverso e delicato, è fondamentale saper distinguere i ruoli e le modalità del "fare politica". Ed è importante riaprire su questo tema il confronto. Il momento, è vero, è assai delicato e non bisogna confondere  il dovere istituzionale della scuola pubblica (che non è un diritto o una scelta politica) all'educazione di cittadini consapevoli e dotati di strumenti adeguati di valutazione e giudizio con l'uso della scuola come luogo di propaganda. 
In questo caso l' "antirazzismo" non è un contenuto di parte, come si rischia di capire dal titolo, ma un valore costituzionale. Altrimenti qualcuno può sentirsi autorizzato a... insegnare il razzismo o la xenofobia! E a questo, purtroppo, pensano già altre fonti, tra le quali è bene che non si debba annoverare la scuola. Ce ne sono già abbastanza, alcune anche assai autorevoli. Almeno in questi frangenti. (m.a.)

 

Gianna Di Caro,  Scuola e globalizzazione: diritto e appartenenza, testo del 2002. Scarica qui il testo integrale, a suo tempo pubblicato dal sito del Cidi Torino.
Un saggio di estrema importanza per chi voglia davvero capire le ragioni storiche e le responsabilità civili della "scuola pubblica".

"Un'educazione alla cittadinanza dunque intesa in modo attivo, non come puro adeguamento all'esistente, dove gli stessi diritti fondamentali sono un catalogo aperto, suscettibile di arricchimento da parte di ogni generazione che fa valere nuovi bisogni sociali, secondo una visione progressiva e storica dell'emancipazione umana. Nel difficile equilibrio tra diritti individuali e appartenenza Condorcet puntava sui diritti come elemento dinamico del progresso, secondo una visione senza dubbio ottimistica della storia.
[...]
Là dove questa sfera pubblica è assente o è stata vanificata come nelle dittature, negli stati totalitari o nelle democrazie dimezzate, non c'è neppure educazione alla cittadinanza: l'equilibrio auspicato da Condorcet si spezza a favore di una appartenenza rigida ed intollerante. È annullata l'autonomia della sfera giuridica dei diritti e l'individuo viene assorbito nell'identità comune, più o meno artificiosamente stabilita, il privato si impone come pubblico, bloccando le
stesse condizioni che rendono possibile la sfera pubblica sia nelle istituzioni che nelle pratiche sociali.
"

26.08

Dal sito nazionale del Cidi, riproponiamo l'intervento di Emma Colonna, dal titolo "Perché la scuola non può stare a guardare".

Non si può fare finta di niente.
Perché abbiamo il dovere di trasmettere conoscenze e saperi. Di insegnare a pensare. A porsi delle domande, a cercare le risposte. Il sapere scientifico e la ricerca, contro l’oscurantismo, l’approssimazione e l’ignoranza. Il linguaggio della matematica e della logica. La conoscenza della storia, con tutto quello che significa. La bellezza e l’importanza dell’arte. La letteratura, che ti aiuta a capire il mondo, le passioni e i sentimenti. Il pensiero critico, si diceva un tempo. E dove se no? A scuola.

La scuola è e deve essere un luogo di libertà, il posto in cui ci si sente liberi di essere se stessi e dove si impara ad ascoltare e a ragionare, a interloquire tra pari, a interpretare la realtà. A scuola si impara a rispettare gli altri, e che siamo tutti uguali.
E invece sembra che il mondo vada alla rovescia: ignoranza, prepotenza, arroganza, sopraffazione e violenza. Indifferenza alle ragioni degli altri. Anche abuso di potere, spesso. Negazione dei diritti dell’uomo, in nome di una discutibile difesa del territorio e ricerca di sicurezza, utilizzando argomenti che spesso falsificano la realtà per far crescere la paura. Vere e proprie guerre di religione. Tifoserie ideologiche. Dagli all’untore.
Ecco, è per questo che non si può più tacere, perché è in atto un gigantesco e cinico gioco al massacro, che tende a fomentare le paure determinate dall’ignoranza, per accrescere il consenso verso chi si propone come garante e giustiziere. Paura dello straniero, paura delle malattie, paura delle invasioni, e così via. È un modo di fare che si basa sull’ignoranza e che, invece di combatterla, la fa crescere in modo quasi esponenziale, generando una cultura dell’odio e sdoganando atteggiamenti violenti e xenofobi.
Tutto questo avviene con un uso spregiudicato del linguaggio. Le parole sono poche ma scelte con molta cura, lanciate come sassi, a ferire la sensibilità di chi le riceve. Usate con violenza, per colpire alcuni, spaventare altri, assecondare sentimenti di paura e frustrazione.
Le parole sono usate come armi, e l’ignoranza è il terreno di coltura di questa spirale di violenza che aumenta di giorno in giorno. È questo che ci allarma, è questo che deve allarmare la scuola tutta.
Per questo la scuola è di fatto una trincea, dove ci si conquista ogni giorno un palmo di civiltà. Si fa un passo avanti tutte le volte che un bambino si pone una domanda, tutte le volte che un ragazzo o una ragazza si appassionano allo studio, tutte le volte che una intera classe, tutta insieme, raggiunge un obiettivo importante.
Certo, abbiamo di fronte sfide grandi e veri e propri giganti, come, appunto, il moderno uso della comunicazione e dei social network. Ma solo a scuola si impara a giocare con l’intelligenza, e a scuola tante volte abbiamo scoperto che spesso i giganti sono ciechi e possono essere sconfitti da piccoli tenaci eroi.

24.08

Il post pubblicato sulla pagina fb di insegnare dopo il crollo del ponte Morandi di Genova.

Nel giorno del dolore e del compianto, tutti ci dobbiamo interrogare sulle nostre responsabilità individuali e collettive per le condizioni in cui vive, e talvolta muore, il Paese. Troppo facile e ipocrita pensare e illudersi che la responsabilità e la colpa stiano sempre da un’altra parte.
In una nazione dove il tornaconto individuale o di gruppo di pochi sodali, l’arroganza del potere, la gestione strumentale delle informazioni e delle interpretazioni, fino al malaffare, alla sopraffazione e alla emarginazione di ogni forma di diversità hanno troppo spesso il sopravvento sul rispetto della convivenza civile e del bene comune, dell'equità, dell'eguaglianza, della giustizia sociale e del connubio fra conoscenza e competenza al servizio della collettività e della dignità personale, nessuno può pensare di essere solo dalla parte della ragione.
Se viviamo in una democrazia fragile, incompiuta e troppo spesso apparente o ferita è anche perché non riusciamo ad alimentare, diffondere e consolidare una cultura democratica matura e responsabile, capace di valutare e di scegliere in scienza e coscienza, consapevole delle contraddizioni e dei rischi delle diverse opzioni in campo, capace di sopportarne le conseguenze e di ammettere gli errori compiuti.
Tutto in questo paese si è ridotto a contrapposizione strumentale, spesso alimentata dalla presunzione arrogante di conoscenza, che è peggio dell’ignoranza. E in tal senso il sistema scolastico e universitario non possono autoassolversi, senza interrogarsi sulle trasformazioni profonde - di finalità, di procedure e di risultati - di cui dovranno essere capaci nei prossimi anni. 
Per molte ragioni, sottese all'atmosfera e ai molteplici eventi tragici di questi mesi, culminati in questo crollo reale e simbolico allo stesso tempo, anche per la scuola ci sembra sia venuto il tempo di riflettere profondamente sui propri limiti e trovare la forza di scelte diverse e più efficaci. ("insegnare")

24.08

La lettera inviata da Giancarlo Cavinato e Giuseppe Bagni in risposta all'invito rivolto dal Senato a MCE e CIDI

Il M.C.E. (Movimento di cooperazione educativa)  e il C.I.D.I. (Centro di Iniziativa democratica degli insegnanti) ringraziano per l’invito al convegno del 19 luglio sul “Programma di educazione alla consapevolezza globale di sé e degli altri, per la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, con particolare attenzione ai giovani disagiati e a rischio”. Come associazioni operiamo  per una scuola cooperativa, laica, democratica, inclusiva: una scuola che garantisca benessere  a TUTTI  gli esseri umani. Da sempre  siamo impegnati nella costruzione di contesti cooperativi e per la sensibilità e cura  di sé, degli altri, del mondo introducendo tecniche e strumenti per la valorizzazione delle differenze, la condivisione di un’etica pubblica, l’assunzione di responsabilità verso l’ambiente e verso il pianeta. Concordiamo sulla necessità di un'educazione che rispecchi tali finalità alla luce del paradigma della complessità. Non possiamo  però non rilevare la contraddizione fra tale proposta di riflessione e alcuni episodi cui assistiamo  in questo periodo e che vanno in senso nettamente opposto.  

  • Bambini e adolescenti respinti dai nostri porti e morti in mare e che non hanno avuto la possibilità di  sbarcare e di  entrare nelle nostre classi.
  • 79 bambini di Monfalcone discriminati in quanto ‘non italofoni’   cui viene negato l’accesso alla scuola dell’infanzia del loro comune di residenza.
  • Ipotesi di censimento dei campi rom e di discriminazione nei confronti di bambini rom sinti caminanti.
  • Silenzio sulla povertà materiale ed educativa di 1.500.000 minori emersa dalle ricerche di Save the children e dal recente rapporto INPS. 
  • Tagli di risorse per l’accoglienza che colpiranno anche i minori non accompagnati.
  • Nessun diritto di cittadinanza riconosciuto a bambini e ragazzi nati in Italia. 

Chiediamo agli organizzatori del convegno, senz’altro mossi da intenti condivisibili, come si compongono tali finalità (‘il benessere dell’intero sistema scuola’) con decisioni e proposte discriminatorie nei confronti dei minori più fragili e indifesi, in contrasto con l'art. 3 della Costituzione; e di farsi portavoci, presso le opportune sedi istituzionali, dello sdegno e della protesta del mondo dell’associazionismo professionale, della cultura, della ricerca.

Come associazioni offriamo la nostra disponibilità al confronto e alla collaborazione nella direzione di operare per l’accoglienza, la protezione e la qualità delle proposte formative  per  tutti i soggetti.

Giancarlo Cavinato (segretario nazionale M.C.E.)
Giuseppe Bagni      (presidente C.I.D.I.)