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06/11/2017

Comportiamoci bene ...

di M. Gloria Calì

I docenti e la valutazione del “comportamento”

Vediamo prima le norme. Esce ad Aprile 2017 il DL 62 sulla valutazione, in cui c’è il comma 3 dell’articolo 1, che parla di valutazione del comportamento; poi, la nota 1865 dell’Ottobre di quest’anno, in applicazione dei DM 741/2017 e 742/2017. Il comma 4 dell’art. 2 dello stesso DL chiarisce che bisogna valutare le attività svolte nell’ambito di Cittadinanza e Costituzione, citando i provvedimenti di legge del 2008, che regolano questo “insegnamento”. La nota 1865 specifica che la valutazione di queste attività va ricondotta alla valutazione dell’ambito storico-geografico.
Il comma 5 dello stesso articolo prescrive che la valutazione deve essere espressa collegialmente da tutti i docenti con un giudizio “sintetico”; nella nota si specifica che il giudizio fa riferimento alle competenze di cittadinanza e, per la secondaria di primo grado, allo "Statuto degli studenti e delle Studentesse" e al "Patto di corresponsabilità". Il “collegio dei docenti stabilisce i criteri e le modalità di espressione del giudizio”. Nella nota 1865 si prescrive di inserire i criteri di valutazione di apprendimenti e comportamento nel PTOF e di dar loro adeguata pubblicizzazione. 

Sui DM 741 e 742/2017 puoi leggere anche l'editoriale di Mario Ambel, Governare per sommatoria di scelte sbagliate, novembre 2017.

E ora  le domande e le argomentazioni a cominciare dall’ultima ingiunzione relativa al PTOF. Il PTOF è triennale, e l’abbiamo approvato nel 2016; come si infilano, adesso, questi criteri per la valutazione? Certamente si può preparare un allegato, risponderebbe un Dirigente o un docente Funzione strumentale, o un docente mediamente informato. Per dare a tutti il senso di una maggiore corrispondenza tra norma e prassi, tra chi scrive le norme e chi opera nella pratica, bastava specificarlo anche nella nota; così come il c. 5 dell’art. 2 del decreto sarebbe stato più credibile se avessimo letto: “La valutazione del comportamento dell'alunna e dell'alunno viene espressa collegialmente dai docenti della classe”.
Non è per volere correggere con la matita rosso-blu il testo del decreto, ma per richiamare l’attenzione su una delle tante occasioni mancate per instaurare una comunicazione efficace, cioè chiara, tra i decisori e gli operatori della scuola. A noi insegnanti, in fondo, basta poco per sentirci capiti; basterebbe usare un linguaggio che ci consenta di pensare subito a quello che possiamo fare a scuola o, meglio, in classe, e soprattutto che possa giovare ai nostri alunni.

A proposito di linguaggio, in questi dispositivi normativi ritorna un classico dello scolastichese: il “giudizio sintetico”. A ben guardare, nel decreto leggiamo che il Collegio deve decidere anche su come deve essere espresso il giudizio sul comportamento; perciò forse si possono evitare le sintesi, che diventano etichette che non indicano nulla, per cercare adeguate modalità di “descrizione”, dato che si parla di persone, minori per giunta. Il Collegio può decidere, e deliberare formule descrittive flessibili, che comprendano vari aspetti, facendo sì che l’atto valutativo si mantenga rispettoso dell’unicità dei singoli alunni. 

Risalendo, arriviamo molto vicini al nocciolo della questione, dove troviamo citato un ambito, "Cittadinanza e Costituzione", di cui è importante rintracciare l’origine: la legge n. 169 del 30/10/2008, dove leggiamo: “... sono attivate azioni di sensibilizzazione e di formazione del personale finalizzate all'acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione delle conoscenze e delle competenze relative a «Cittadinanza e Costituzione», nell'ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale e del monte ore complessivo previsto per le stesse". Si tratta cioè di un progetto formativo nobile rivolto a costruire negli insegnanti una competenza su temi che attengono in modo specifico all’asse storico-sociale e al testo fondativo della nostra repubblica. 
Difficile, quindi, ipotizzare il passaggio diretto e immediato tra queste finalità e i comportamenti degli alunni, casomai ci sarebbe con quello degli insegnanti. In altre parole, è fuori luogo citare la legge pre-Indicazioni su Cittadinanza, mentre, invece, sarebbe stato molto più pertinente e utile - per i docenti che devono “praticare” la Cittadinanza e Costituzione e quindi valutarla- il riferimento alle Indicazioni, dove c’è un paragrafo intero centrato sull’educazione civica attraverso le discipline, utile e significativo. Si intitola “Cittadinanza e Costituzione”, appunto, e fornisce spunti di riflessioni metodologiche, contenutistiche e traguardi di competenze reali e realistici [1]. Il comma 5 del DL, invece, prescrive che la valutazione del comportamento si esprime in un giudizio sulle competenze di cittadinanza, stavolta scritto con lettera minuscola, forse per non confondersi con "Cittadinanza e Costituzione". O per confondere ulteriormente?

Il riferimento Statuto degli Studenti e delle Studentesse e al patto di Corresponsabilità che si trova nel DL non aiuta. Anzitutto, il secondo discende dal primo, e il primo è un “dichiarato”, di alto profilo certamente, trasformato in legge grazie ad un DPR (n. 249 del 1998), su cui il DL 62 ha richiamato l’attenzione, ma fornisce indicazioni “generali”, “di indirizzo”, non “di curricolo”. 

Sui temi delle competenze culturali di cittadinanza insegnare - in occasione di questi provvedimenti e per ricordare che ... un'altra scuola è possibile - ripubblica per i soli abbonati due dossier:

Competenze culturali per la cittadinanza,
1, 2007

Per una cittadinanza intenzionale, 2,2009

Se proviamo, da insegnanti, a mettere da parte per un momento la normativa e ci impegniamo a rintracciare il senso educativo e culturale della parola “cittadinanza”, lo troviamo in realtà dentro il curricolo delle discipline, di tutte le discipline, non “accanto”. Se abbiamo raggiunto la consapevolezza che gli alunni non sono serbatoi di conoscenze e/o abilità ma persone in formazione e in relazione con un contesto scolastico, la cittadinanza va definita dentro i saperi specifici, come sistema di comportamenti da strutturare attraverso percorsi culturali in cui gli attori del processo (adulti/minori) sono parti inscindibili di un’unica dinamica di crescita attraverso l’esercizio quotidiano della convivenza, dell’ascolto, della collaborazione. 

Le competenze di cittadinanza su cui si deve fondare la valutazione del comportamento, pertanto, non sono automaticamente attive in tutte quelle iniziative di solidarietà, beneficenza, commemorazioni, che costellano l’anno scolastico. “La maggior parte delle esperienze attuate sono di alto valore sociale, ma non integrate nel curricolo degli studenti" [2].

Le competenze di cui si parla non sono nemmeno automaticamente attive in tutti i “compiti di realtà” centrati su una simulazione del mondo dei grandi: “consigli comunali”, assemblee europee… Per avere senso, è necessario che queste iniziative siano progettate e realizzate con chiarezza di obiettivi educativi, culturali e metodologici: chi progetta deve aver chiaro che questo genere di esperienza può essere utilissima per acquisire conoscenza di processi e funzioni istituzionali, cioè per “imparare”, per esempio, che cosa è un consigliere comunale, ma per raggiungere una reale consapevolezza  è importante che gli insegnanti realizzino dei passaggi metacognitivi, cioè strumenti e tempi di riflessione sul lavoro svolto, affinché gli alunni si ricollochino rispetto al percorso, esercitando l’autonomia, la capacità di scegliere in base alle esigenze proprie e altrui. 

“Nel realizzare un’attività didattica, la “cittadinanza” degli alunni cresce sia attraverso la partecipazione o l’organizzazione di eventi proiettati verso la società e/o il territorio, sia, essenzialmente, attraverso scelte metodologiche collaborative e laboratoriali, che creano le condizioni per vivere e coltivare competenze comunicative, relazionali, progettuali, organizzative a partire dell’ambiente-classe, cioè in contesti didattici consoni all’età di chi apprende ad essere parte di una comunità. Si tratta, quindi, di dare senso alla “cittadinanza” come prodotto culturale nell’alveo delle discipline.” [3]

La scuola stessa è comunità civica, anzi, è una struttura comunitaria spesso più accogliente e organizzata della società che la comprende; in questo paesaggio, in cui i bambini e i ragazzi trascorrono metà del loro tempo, se si vuole che essi acquisiscano strumenti di orientamento, definiscano ed esercitino positivamente una identità, bisogna far sì che le discipline siano… campi di esperienze culturali, vòlte a formare un bagaglio di pensieri, di atteggiamenti, di capacità critiche e, perché no, di sogni che ciascuno punti a realizzare nel corso della propria vita. 

 

Note

1. "Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell'infanzia e del primo ciclo d'istruzione", p. 25.
2. Cfr. I. Fiorin, “Apprendere ‘facendo’”; Rivista dell’Istruzione, 4 /2017, p. 43.  
3. Cfr. M.G. Calì, "Le competenze cross-curricolari” in Rivista dell'Istruzione, 4/2017, p. 60; esperienza esemplare di quanto detto si legge nell’articolo di Valentina Chinnici, "In nome del padre padrino", insegnare, 16/02/2015.

 

l'autore

Maria Gloria Calì Insegnante di lettere nella sc. sec. di I° grado; ex archeologo del paesaggio, ora ricercatrice di frammenti superstiti di motivazione e competenze da usare per costruire contesti significativi di apprendimento.

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