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03/06/2017

Il Decreto sulla formazione professionale: una occasione persa

di Giuseppe Bagni

Il Decreto Legislativo n. 61 del 13 luglio 2017, appena approvato sul riordino dell'istruzione professionale, interviene su alcune negatività microscopiche presenti nella delega uscita dal gruppo tecnico governativo, ma cercherò di illustrare perché lo ritengo comunque una occasione persa. 

I nuovi professionali avranno una ripartizione dell'orario che vedrà aumentare le ore dedicate alle discipline di indirizzo e si può sperare in un incremento anche delle attività laboratoriali: aspetti positivi, indispensabili per ripristinare le specificità di questa tipologia d'istruzione fatta a pezzi dalla Gelmini. 
Inoltre, dopo il passaggio alle Camere, nel decreto ricompare la possibilità per l'istruzione professionale di attivare percorsi per l'acquisizione delle qualifiche al terzo anno, eliminando la folle previsione che era nella delega dell'attivazione solo in un terzo anno, ben distinto dal percorso quinquennale. In pratica da quanto si capisce, se vi è un accordo in tal senso con la Regione di riferimento, i percorsi sussidiari potranno continuare a essere svolti, e visto che non si specifica altro, anche in forma integrata.
Questo significa un ribaltamento di 360 gradi dei presupposti della delega che nella relazione illustrativa sosteneva la necessità di "superare la sovrapposizione tra i percorsi dell'istruzione professionale con quelli di IeFP di competenza delle Regioni".
Un risultato importante, merito in parte anche delle Associazioni come la nostra che hanno sostenuto la necessità di ripartire dalla valorizzazione della esperienza accumulata negli istituti professionali con i percorsi in sussidiarietà integrativa.  Peraltro la validità di questa modalità è ampiamente documentata dall'ultimo Rapporto ISFOL, che mette in evidenza come il gradimento crescente per la IeFP integrata all'istruzione professionale faccia prevedere a breve il superamento delle iscrizioni a tali percorsi rispetto a quelle dei percorsi professionali quinquennali.  È quindi incomprensibile la volontà emersa nel gruppo tecnico di smantellare completamente questo sistema che scommette su un'integrazione tra istruzione e formazione che passa attraverso gli stessi insegnanti, chiamati a fornire le competenze per il cittadino e insieme quelle per il professionista senza che l'una domini sull'altra penalizzandola.
Un "doppio vincolo" che agisce nel quotidiano di ciascun docente e pertanto può spingere all'innovazione didattica molto di più e meglio di qualunque corso serale sulla didattica per competenze.  

A questo punto è chiaro, come abbiamo sostenuto fin da subito, che la delega era il risultato evidente delle forzatura operata per venire incontro a posizioni e interessi delle agenzie  accreditate e delle Regioni che hanno competenza esclusiva in tema di formazione professionale. 
Ma la mediazione era andata ben oltre il lecito, dimostrando che si lavorava a partire dalla comune convinzione che questo ramo dell'istruzione, che accoglie una fetta significativa dei nostri studenti, non è tanto quello più colpito dal fenomeno degli abbandoni quanto il canale degli abbandonati. Destinato dunque a studenti già da recuperare appena mettono piede a scuola, come più bisognosi di terapia che di didattica. 
Si tratta di un presupposto inaccettabile che significa non vedere il grande potenziale di innovazione didattica  presente in questo istituti.  Non possiamo non mettete in risalto come purtroppo questa idea di fondo resta immutata nel decreto appena varato. Tant'è che resta intatta tutta la dimensione "assistenziale" rappresentata al meglio nella scelta di assegnare un tutor a tutti gli studenti e prevedere che per tutti deve essere scritto il Progetto Formativo Individuale, fin dal primo anno e dopo pochi mesi di scuola. Un progetto che dovrebbe consentire agli allievi di "orientare il progetto di vita e di lavoro [...] anche per migliori prospettive di occupabilita'" (art.1, comma 3).  Davvero un alunno poco più che tredicenne deve essere aiutato a scrivere il proprio "progetto di vita" da un tutor scelto dalla scuola? Ma non è proprio la possibilità (e capacità) di scrivere e riscrivere tante volte quel progetto nel   percorso verso l'adultità che descrive la conquista di "agency" e conoscenza di sé?  

E poi un tale progetto - addirittura "di vita" - dovrebbe curvarsi verso le "migliori prospettive di occupabilità"? Fin dai tredici anni?  Vedo una bella dose di ipocrisia nel ribattezzare come progetto formativo individuale quello che per molti è  piuttosto un  destino che una scelta. Questo vocabolario ha certamente senso quando si ha a che fare con soggetti adulti in difficoltà professionali e psicologiche di fronte ai continui riorientamenti richiesti  dall'attuale volatilità del mercato del lavoro, ma è a mio parere inammissibile se rivolto ad alunni all'inizio di un percorso di scuola che in realtà dovrebbe garantire loro il  tempo, il luogo e l'aiuto necessario per scoprirsi, mentre scoprono il mondo, acquistando l'autonomia necessaria per decidere del proprio futuro.
Il tutoraggio deve essere destinato agli alunni che ne hanno effettivo bisogno: l'istruzione professionale, se vuole proporsi come un canale d'istruzione qualificato, non deve connotarsi come il canale del disagio adolescenziale, ma quello degli alunni che possono e vogliono apprendere attraverso modalità didattiche diverse e innovative. Gran parte del disagio degli alunni è disagio scolastico: nasce dal disorientamento prodotto dal sentirsi in una scuola che "non fa per loro", ma allora, prima di vedervi patologie personali di cui prendersi cura, bisogna esser capaci di offrire loro una scuola diversa.   

Si doveva ripensare, con molta più calma e molto più coinvolgimento, un'idea d'istruzione nuova, dove gli insegnamenti professionalizzanti costituivano il laboratorio di realtà da cui partire per l'insegnamento di tutte le discipline e l'acquisizione di competenze. Perché un agire competente non lo è mai in astratto, ma è sempre  un agire nei contesti.  Un percorso che poteva rappresentare una scelta non residuale dentro "Poli tecnologici" capaci di offrire opportunità formative ampie e diversificate, in grado quindi di accogliere tutti gli studenti e le studentesse che mostrano interesse per il settore, senza costringerli a operare da subito quelle scelte importanti che dovranno compiere alla fine del primo biennio. Come è la scelta tra il canale tecnico e quello professionale, che si dovrebbe innestare su un biennio tecnologico e professionale sostanzialmente propedeutico a entrambi. A quell'età non ci può essere una scuola uguale per tutti, ma ne serve una capace di essere diversa per essere davvero per tutti. 

Invece dal decreto esce un'istruzione professionale che si connota maggiormente - come riteniamo giusto - per il carattere operativo, imperniato (speriamo) sulla didattica laboratoriale, ma legata strettamente alla formazione professionale mentre rompe tutti i contatti con l'istruzione tecnica.  Di fatto già nella relazione tecnica che accompagnava la delega si leggeva che tra gli obiettivi principali del decreto delegato c'era quello di "superare la sovrapposizione tra istruzione professionale e istruzione tecnica": perché?  Distinguere non obbliga a isolare. La maggiore connotazione dei percorsi è utile se rappresenta una differenziazione dell'offerta formativa interna a un istituto/polo, che utilizza la ricchezza e varietà dei percorsi allo scopo di far entrare in gioco le diverse intelligenze dei suoi alunni.  È invece pericolosissima se finisce per parcellizzare ancora di più il quadro della scuola  secondaria di secondo grado, diventando funzionale a una canalizzazione degli allievi fatta non in base ai loro interessi e attitudini, ma al grado di istruzione a cui possono aspirare. 

È facile prevedere lo scatenarsi della competizione per l'accaparramento degli studenti, là dove si poteva finalmente stimolare una collaborazione proficua tra istruzione ed enti di formazione all'interno di poli tecnologici in grado di orientare alle scelte successive all'obbligo d'istruzione, proprio in virtù del ventaglio dei percorsi offerti grazie alla corresponsabilità e al coinvolgimento concreto dei diversi enti.  Offrire negli stessi istituti diplomi tecnici, qualifiche e diplomi professionali in collaborazione con la formazione regionale accreditata permetterebbe di costruire alleanze inedite tra enti, spingendoli a mettere in condivisione le proprie specifiche competenze.  
La formazione offerta dagli enti regionali accreditati acquisirebbe un ruolo interno ai percorsi scolastici, rendendo realistica la possibilità di un'immersione significativa degli studenti in campi d'esperienza che sono i bacini naturali in cui attingere per proporre quei compiti di realtà di cui i nostri alunni - ma anche tutta l'istruzione professionale - hanno un profondo bisogno.   L'affiancamento, inoltre, di istituti statali e realtà regionali sarebbe garanzia di qualità dell'offerta regionale anche in quelle in cui stenta a crescere per mancanza di una forte tradizione e delle risorse necessarie.  Qualcosa di analogo sta avvenendo nelle migliori esperienze della Istruzione Tecnica Superiore dove oltre agli studenti, cioè i soggetti in formazione, si riesce a formare anche i "soggetti della formazione", che acquisiscono un vocabolario comune e competenze  trasversali.   D'altra parte i passaggi tra i sistemi formativi saranno realistici solo se essi dialogano costantemente fra loro, perché se al passaggio in altro percorso facesse seguito l'insuccesso avremmo solo realizzato una finzione.   

E dal punto di vista della lotta alla dispersione scolastica - che in questi canali raggiunge livelli inammissibili - ci auguriamo che si prenda in considerazione la possibilità di spostare la  valutazione degli allievi alla fine del primo biennio, destinando il primo anno al rafforzamento degli strumenti concettuali fondamentali e all'orientamento. Fermo restando che è necessaria una forte stabilità del personale docente per dar senso a un giudizio complessivo al termine del biennio.  C'è bisogno di dare agli istituti il tempo per intervenire sulle fragilità degli allievi che esplodono nei professionali, ma si originano ben prima, molto spesso fin dai primi anni di scuola. 

 

l'autore

Giuseppe Bagni Insegnante di Chimica negli Istituti secondari, Presidente nazionale del Cidi, membro eletto del CSPI.

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