Home - la rivista - scuola e cittadinanza - Una lettera all'ignoto e ignaro genitore

temi e problemiscuola e cittadinanza

23/12/2022

Una lettera all'ignoto e ignaro genitore

di M. Gloria Calì

Il 20 Dicembre 2022 è comparsa sul portale del Ministero una lettera ai genitori a commento della circolare sulle iscrizioni per il prossimo anno scolastico. Il ministro si rivolge direttamente ai genitori, ai quali, dopo una premessa in cui chiarisce che i genitori stessi e la scuola devono mettersi in ascolto delle potenzialità, abilità e capacità degli alunni e delle alunne (“i Vostri figli e le Vostre figlie”, scrive, con un maiuscolo deferenziale d’altri tempi e altre posture che non sono quelle dell’istituzione contemporanea), si possono leggere molti grafici di presentazione di dati e relazioni sulle prospettive formative o professionali degli alunni o alunne che hanno conseguito un titolo di studio nella secondaria di secondo grado.

Questa lettera crea inevitabilmente stupore e sconcerto soprattutto in chi da anni insegna e si occupa di continuità e orientamento per la scuola media, il segmento più breve e drammatico dei cicli scolari. E soprattutto in chi lo fa in modo consapevole e riflessivo, ponendo particolare attenzione a tutte le forme dell’essere e del pensare di chi sta dentro o accanto l’insegnamento, con l’obiettivo di costruire cittadinanza attiva e intenzionale per tutti e tutte. La lettera attraversa infatti un problema importante e certamente non nuovo: il significato e le prospettive da attribuire al “pieno sviluppo della persona” che troviamo anche in Costituzione (art. 2) e che viene ribadito nelle "Indicazioni nazionali", dove si afferma che...

La finalità del primo ciclo è l’acqui­sizione delle conoscenze e delle abilità fondamentali per sviluppare le competenze culturali di base nella prospettiva del pieno sviluppo della persona. Per realizzare tale finalità la scuola concorre, con altre istituzioni, alla rimozione di ogni ostacolo alla frequenza; cura l’accesso facilitato per gli alunni con disabilità; previene l’evasione dell’obbligo scolastico e contrasta la dispersione; valorizza il talento e le inclinazioni di ciascuno; persegue con ogni mezzo il miglioramento della qualità del sistema di istruzione.
In questa prospettiva ogni scuola pone particolare attenzione ai processi di apprendimento di tutti gli alunni e di ciascuno di essi, li accompagna nell’elaborare il senso della propria esperienza, promuove la pratica consapevole della cittadinanza.

La comunicazione ministeriale non si occupa di questo, ma si sofferma su quella porta stretta che, nella prassi e nella liturgia scolastica va sotto il nome-ombrello di “orientamento”, alla fine della scuola secondaria di primo grado. In questo stargate di passaggio dal mondo del primo ciclo a quello del secondo, in cui gli studenti e le studentesse si trovano a fare un salto molto più lungo della loro gamba, oltre tutto frutto malsano della canalizzazione precoce, riteniamo che i primi soggetti responsabili a cui rivolgersi dovrebbero essere gli insegnanti, non i genitori. Sono loro gli artefici più o meno efficaci di un percorso che porta gli alunni e le alunne a scegliere una scuola secondaria; se ci si rivolge ai genitori, menzionando la scuola e il suo ruolo solo come uno dei fattori di questa scelta, ma non il principale, si delegittima ulteriormente il lavoro scolastico di costruzione delle competenze culturali, che i docenti hanno realizzato a partire dalla scuola dell’infanzia.
Aggiungiamo inoltre che agganciare questo passaggio alla famiglia e ancorarlo a fattori eminentemente sociali ed economicistici, non culturali, snatura quello che dovrebbe essere il principio che lo regola e rinforza: la continuità del percorso di istruzione nel senso di un’ulteriore acquisizione di saperi che contribuiscano alla realizzazione di una cittadinanza piena di studenti e studentesse.

D’altro canto, è anche inevitabile chiedersi: ma chi sono questi “genitori” a cui si rivolge il ministro? Come l'amministrazione dovrebbe sapere esistono oltre 6.600 minori stranieri non accompagnati, nel sistema scolastico italiano. Questi bambini e bambine, ragazzi e ragazze, non hanno genitori.  Come sono senza genitori “attivi” tutti i minori che stanno nelle case-famiglia, nelle residenze protette, i figli di coloro che stanno nelle carceri, i figli delle vittime dei femminicidi…
Minoranze, si potrebbe ribattere, ma si tratta proprio di quelle minoranze su cui dovremmo costruire la civiltà giusta, la società che si fa carico della formazione delle “giovani generazioni”, in particolare a quelle cui la storia, collettiva o personale, ha sottratto il futuro. E proprio lì lo Stato, di cui ogni Ministero rappresenta il potere esecutivo, dovrebbe eseguire la sua forza di sostegno e di cura, anziché ignorarli, facendo riferimento… a tutti gli altri.

Già, ma poi chi sono tutti gli altri genitori? Certamente tra di loro ci sono moltissimi che fanno parte di quel 28% di popolazione sotto i 65 anni che è analfabeta funzionale, cioè che non riesce a capire una sequenza elementare di informazioni. Figuriamoci tutta quella parata di tabelle e grafici!
Man mano che si procede nella lettura, si fa strada la convinzione che la lettera si rivolga, quindi, a quelli che sanno leggere i grafici, fare i calcoli di costi-benefici, prevedere e anticipare; i figli di costoro non devono coltivare le prospettive dei loro sogni, ma dei loro conti correnti presenti e futuri: anzi, i loro sogni, le loro potenzialità e i “talenti” (cui tanto ci si affida nel nuovo lessico ministeriale) sono già stati azzerati a colpi di play station, di gare di equitazione, di insegnanti privati.      
Sono ragazzi e ragazze che spesso sono iscritti (passivo, presente, drammatico…) alla scuola superiore che i loro genitori avranno scelto per loro, sulla base di convenienza, continuità familiare, gruppo sociale di appartenenza o altro. Pochissimi, fortunati, scopriranno quant’è importante progettare un sistema di irrigazione per un vigneto o quanto è sconvolgente un verso di Catullo. Ancora meno scopriranno quant’è importante imparare a farsi un’idea sulle cose, a prendere posizione e ad avere fiducia nella conoscenza.
 Sembra persino strano che in questa lettera non venga menzionato Eduscopio, quella macchina statistica magica in grado di istituire classifiche tra le scuole superiori sulla base di criteri … post-scolastici [1]Leggere, per credere, la sezione “Dati e Metodologia”: Eduscopio usa i dati dell’Anagrafe Universitaria. I "cari genitori" potrebbero studiarsi i dati del Ministro, poi le classifiche di Eduscopio, infine scegliere la carriera formativa più idonea ai loro tredicenni. Nessuno, né insegnanti, né “genitori”, nè tanto meno il Ministro, pensa a chiedere a loro, che cosa vogliono fare da grandi, anzi: che cosa vogliono essere, da grandi. Magari si scoprirebbe che loro hanno ancora dei sogni, che qualcuno di loro immagina un futuro di felicità, non di ricchezza.

In realtà, sembra proprio che questa lettera del ministro esprima un’unica idea di fondo: che la scuola debba essenzialmente preparare al lavoro ed  essere quindi funzionale alle speranze e alle aspettative (parlare di prospettive sarebbe del tutto fuori luogo, viste le condizioni del cosiddetto mercato del lavoro) occupazionali.

Le legioni di insegnanti che, nelle scuole medie, si occupano di orientamento sanno benissimo quanto lavoro comporta, ogni anno, creare le condizioni perché questa scelta avvenga in modo anche solo parzialmente convinta e consapevole: fiere, laboratori, colloqui individuali, riunioni tra referenti delle varie scuole. In ogni Piano programmatico di ogni istituto comprensivo c’è un capitolo importante, sull’orientamento.
Noi insegnanti sappiamo bene che dobbiamo fare alleanza con “i genitori”, ma è certo che, insieme alle prospettive più o meno veritiere di occupazione, cerchiamo prioritariamente di costruire percorsi qualitativi per i ragazzi e le ragazze, che consentano loro di stare in una condizione di benessere cognitivo e relazionale, anche quando avranno concluso il primo ciclo di istruzione e nella speranza che possano proseguire oltre anziché doverne uscire, 
a tappe forzate e differenziate.
Non dall’alto di una carica politica, ma dal basso di una lunga esperienza di esercizio della professione e della riflessione nella scuola di base possiamo affermare, con piena onestà intellettuale e responsabilità istituzionale, che la scuola pubblica italiana nonostante le molte falle e storture che le fanno perdere molto del vigore con cui potrebbe assolvere al suo mandato costituzionale, è certo che si fa carico di bambini e bambini che camminano a stento e deve essere sostenuta e messa in grado di portarli alla maggiore età con una visione di futuro. Noi abbiamo solo bisogno che non si perdano per strada, che non si allontanino dalla scuola, e per far questo dobbiamo restare centrati sull’Istruzione, e non sul Merito, giacché, comunque lo si intenda, fa danno, anche se assunto come chiave di lettura e consiglio in tema di “orientamento [2].

 

Note


1. Su questo, cfr. M. Muraglia, "Le classifiche e la scuola" , "insegnare", 3.12.2022.
2. Su questo cfr. insegnare, a cura di,
"Dal Ministero della Pubblica Istruzione a quello del Merito" , 21.10.2022.

l'autore

M. Gloria Calì Insegnante di lettere alla media da oltre 20 anni, si occupa in particolare di didattica del paesaggio. Vicedirettrice di "insegnare".

sugli stessi argomenti

» tutti