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17/12/2016

Ai Vespri! Contro la dispersione scolastica!

di Valentina Chinnici

Dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, quasi 25 anni fa, lo Stato reagì con una controffensiva senza precedenti. Fu come la presa di coscienza che fosse arrivato il tempo della battaglia campale, o noi o loro, o lo Stato o Cosa Nostra. Venne chiamata Operazione Vespri Siciliani e andò avanti dal luglio 1992 al settembre 1998. Come ci ricorda Wikipedia, “si trattò del primo intervento in grandi forze, per ragioni di ordine pubblico, effettuato dalle Forze Armate italiane nel dopoguerra”. [1]
Di fatto, agli angoli delle strade di Palermo furono disseminate camionette di soldati in tuta mimetica. Era un assedio buono, a cui noi Palermitani guardavamo con sollievo riconoscente, quasi fossero gli Americani sui carri armati al tempo della Liberazione di cui ci avevano raccontato i nostri genitori. Il nemico era ormai chiaro, e finalmente la società civile e le forze dell’ordine si ricompattavano, in un sodalizio senza crepe. La Mafia era il Male assoluto e il sacrificio di Falcone e Borsellino lo testimoniava con limpidezza. 
I frutti non tardarono ad arrivare, e dopo i funerali, i cortei indignati e le lenzuola appese ai balconi, cominciammo finalmente a festeggiare il fioccare degli arresti. Ancora oggi ricordo l’euforia delle urla che correvano da un finestrino all’altro delle auto: “Hanno preso Riina!”, i telefoni di casa impazziti, i clacson che strombazzavano come quando il Palermo ritornava in serie A. I Tg sciorinavano nomi noti, che fino a un momento prima avevano evocato soltanto terrore: Madonia, Santapaola, Bagarella, Brusca, Aglieri. Tutti dentro. E se l’omicidio di Padre Pino Puglisi nel settembre 1993 sembrò farci ripiombare nello sgomento del ’92, appena quattro mesi dopo, l’arresto dei mandanti, i fratelli Graviano, ci confermò che lo Stato ormai c’era davvero e che la nostra isola era presidiata finalmente dalle forze della legalità. Indietro non si poteva tornare.

Nel ’98 l’operazione si concluse, e negli anni successivi, complice la crisi economica, si riaffacciò anche la delinquenza minorile, che con la militarizzazione del territorio era invece praticamente scomparsa.

Oggi, a distanza di 25 anni, io che a Palermo ho scelto di restare, da insegnante e da rappresentante provinciale di una associazione che ha la democrazia nel suo acronimo, faccio appello a qualsiasi rappresentate delle Istituzioni, locali e nazionali, da qualunque credo politico si senta rappresentato, affinché sia messa in atto la stessa lotta senza quartiere che allora portò alla rinascita di una città che sembrava spacciata per sempre.
Questa volta il nemico è un po’ più astratto, ma continua a mietere, pur nella sua incorporeità, vittime di carne e di sangue. Sto parlando della dispersione scolastica, che butta per strada infanzie violate, che schiaccia esistenze, condanna alla schiavitù, sbalza fuori da ogni consorzio umano un esercito di piccoli cittadini, togliendo davvero e definitivamente ogni speranza a una regione intera. Non sembri forzato il paragone con la violenza mafiosa, non fosse altro perché la dispersione rappresenta notoriamente la madre di tutte le devianze sociali.
Addolora constatare come, nonostante siano stati spesi fiumi di denaro per Progetti nazionali ed europei, la percentuale di “dispersi” in Sicilia resti inchioda ancora al 25%, la più alta d’Italia. Non servono le dietrologie: scuole e insegnanti non si sono certo arricchiti a discapito del bene comune. Semplicemente la pletora di progetti e progettisti, volenterosi, generosi, e più o meno creativi, si è rivelata del tutto inefficace, perché non ha potuto incidere sulle cause profonde di questo fenomeno.

Il respiro dei progetti, da 30 o 60 ore che fossero, si è rivelato comunque cortissimo, come sporadiche sedute di chemioterapie al capezzale di un malato terminale. Il cosiddetto “approccio sistemico”, tanto invocato anche nei bandi più cospicui, si è rivelato finora una chimera. Eppure, l’unica strada perseguibile sarebbe veramente una concertazione organizzata e prolungata di interventi su tutti gli attori coinvolti: famiglie, docenti, alunni.
Lungi da noi fornire facili ricette a problemi complessi che affondano le radici nella annosa “Questione meridionale”; tuttavia, l’efficacia di alcuni rimedi risulta ormai acclarata, pertanto la direzione da prendere lascia pochi margini di incertezza. Primo fra tutti il tempo pieno. Si è soliti dire che al Sud “le famiglie non lo chiedono”, “non c’è la cultura”, probabilmente anche perché le donne lavorano soprattutto in casa. Ebbene, non è mai troppo tardi per cominciare, o riprendere, una seria battaglia culturale in tal senso: si organizzi una campagna porta a porta, scuola a scuola, si mandino lettere (come quelle elettorali!), si dimostrino i vantaggi, anche pratici, del tempo pieno. Le famiglie si possono sensibilizzare: lo si è fatto in passato per battaglie che sembravano davvero impossibili, come il divieto di fumo o l’obbligo del casco. Si dirà che il tempo pieno non può essere un obbligo, ma proprio per questo bisogna mostrarne l’immediata ricaduta positiva sulla frequenza scolastica, che invece lo è.
L’altra grande impasse riguarda invece gli insegnanti, che non sembrano motivati e preparati a gestire il tempo pieno (o prolungato). Le associazioni professionali devono mostrarsi pronte a fare la propria parte per formarli, perché il tempo pomeridiano non sia lo stiracchiamento delle lezioni mattutine e perché, oltre al tempo pieno e prolungato, i bambini non debbano anche tornare a casa a fare i compiti, quasi sempre uguali per tutta la classe, perpetuando quel rito che rinnova l’ingiustizia di “far parti uguali fra disuguali”. 

Mi si dice che “manca il personale”. Mi domando: ma a che genere di autonomia può mai essere funzionale l’organico… “funzionale” se non alla lotta alla dispersione scolastica, almeno in Sicilia? Eppure alla scuola per l’infanzia non è stata destinata neppure una quota minima. E invece è da lì che bisogna partire. Perché la forbice sociale si allarga ogni pomeriggio in cui un bambino torna a casa e trova nonni che gli leggono fiabe e genitori che spendono patrimoni in laboratori, musei, sport, inglese e pianoforte per farne un capolavoro di competenze che sappia stare al mondo, mentre il compagno di banco a casa non ci torna neanche, e resta a girovagare con il piccolo gruppo di coetanei fino a sera inoltrata, comprandosi un cartoccio unto di patate fritte per cena. È quello che vedo, ogni notte, dalla finestra di casa mia. Ed è il primo pensiero verso cui dovrebbe convergere qualsiasi azione che riguardi la scuola. Il resto, internet e inglese compresi, resterà altrimenti un banale maquillage.

Note

1. Tra i suoi compiti annoverava:
- il trasferimento dei principali mafiosi detenuti dal carcere di Palermo ad altri istituti di pena italiani;
- la protezione delle persone impegnate in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata;
- la costituzione di una Rete di sorveglianza fissa e mobile per la protezione di obiettivi sensibili;
- perquisizioni, pattugliamento dei quartieri cittadini e rastrellamento del territorio;
- l’istituzione di posti di blocco sulle strade di tutta l'isola. Cfr. ancora Wikipedia, sub voce.

l'autore

Valentina Chinnici Docente di italiano nella scuola secondaria di I grado e Dottore di ricerca in Filologia e cultura greco-latina, è Presidente del Cidi Palermo

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