Home - la rivista - scuola e cittadinanza - Dov'è l'insegnante?

professione docentescuola e cittadinanza

08/03/2018

Dov'è l'insegnante?

di Maria Gloria Calì

Si fa presto a dire “sono un’insegnante”… perché poi bisogna capire se si è “referenti”, “animatori digitali”, “responsabili” di qualcosa… Il docente “basico” non esiste quasi più: la formazione, le riunioni per questo o per quest’altro, hanno ormai ridotto moltissimo gli spazi di libertà di colui (o colei) che una volta lavorava veramente 18 ore a settimana, o poco più, e aveva i famigerati, esecrabili, mai esistiti tre mesi di vacanza. In minoranza, oggi come ieri, sono i docenti che lavorano, studiano, pensano per i loro alunni, oltre le 18 ore, le vacanze, la notte o il giorno. Cioè gli insegnanti che corrispondono alla definizione essenziale del termine che indica la loro professione.

Non è solo la quantità di lavoro che differenzia i docenti, oggi, in bradipi e gazzelle, ma anche il tipo di lavoro in classe, che porta ad una distinzione tra analogici e digitali, tra modaioli e arcaizzanti. C’è chi sperimenta tutte le novità metodologiche, spesso fermandosi solo ad un uso arbitrario di etichette che non corrispondono ad una reale competenza in termini tecnici e pedagogici, mentre c'è chi, invece, si ostina a chiedere agli alunni di ripetere “l’Argomento”. L’insegnante che li porta sempre fuori, a vedere mostre, laboratori, teatro e cinema, e chi “non si vuole prendere questa responsabilità”.

L’ultima frontiera è quella dell’insegnante sceriffo. Già, perché non bastava il preside sceriffo, ci vuole anche l’insegnante pistolero. Si tratta di una questione americana, lo sappiamo, ma sappiamo altrettanto bene che un oceano non è mai stato bastevole ad arginare l’immigrazione in Europa di mode e modi di scarsa qualità, perciò forse c’è da preoccuparsi.
Dov’è, allora, l’insegnante italiano? Assodato che, almeno per ora, non è al poligono di tiro ad esercitarsi con le sagome, forse lo troviamo ancora facilmente a scuola, anche se spesso si trasforma in progettista, coordinatore di qualcosa, tour operator, counselor, tecnico informatico. E’ vero, allora, che lo trovo a scuola, ma stento un po’ a riconoscerlo.

Forse fa fatica pure lui, a riconoscersi: mai visto qualcuno che si presenta dicendo “piacere, Mario Rossi, referente di laboratorio”; Mario Rossi si presenta ancora come “insegnante”, ma in realtà lui vorrebbe dire tutte le cose belle e importanti che fa: il coordinatore di plesso, il referente per i beni culturali, la funzione strumentale... Peccato (per il nostro Mario Rossi), che non esiste una gerarchia vera, dentro la scuola, che siamo tutti docenti, e sopra di noi c’è, in solitudine il Dirigente scolastico.

C’è, dunque, nei fatti, una differenziazione “verticale”, artificiosa e piuttosto pericolosa,  tra chi coordina, presiede, ecc. ecc. e si prende un ruolo che non c’è, e chi è coordinato, presieduto, e cerca sempre indicazioni “dall’alto” da seguire; ce n’è anche una “orizzontale”, che si esprime nella differenza tra il docente che usa la classe virtuale e quello che scrive i compiti alla lavagna.

Dov’è l’insegnante? Anche qui, stento a riconoscerlo.
L’identità del Nostro vacilla, vorrebbe riconoscimento quando nemmeno riesce a riconoscersi da solo.

Prima che sia troppo tardi, allora, forse basterebbe che i docenti si riprogrammassero focalizzando bene la ragione del loro lavoro, che è molto semplice: gli alunni. La scuola è un luogo che nasce ed esiste per loro, non per gli adulti; ogni scelta metodologica, ogni iniziativa deve partire dai loro bisogni e ad arrivare a soddisfarli, o almeno ci deve provare. In ogni scuola, non dovrebbe muoversi foglia che non sia spinta dal vento della didattica.

Ogni competenza da potenziare, suscitare, mettere in atto, è da contestualizzare in un assetto professionale del tutto particolare, cioè la scuola. Quindi, bisogna essere ben consapevoli del fatto che la scuola è un'organizzazione con caratteri specifici: 

  • produce servizio e non beni materiali;
  • il servizio è di carattere molto specifico e la sua qualità misurabile solo per alcuni aspetti, diversamente da ciò che accade in altri settori del servizio pubblico (in un ospedale, ad esempio, dove si possono contare coloro che guariscono e in che misura; si possono contare i giorni di ricovero, ecc. ecc. );
  • i "portatori d'interesse" sono “speciali”: gli alunni (minori, prevalentemente) e le loro famiglie (un ospedale, invece, si occupa essenzialmente dei malati, diretti fruitori del servizio);
  • la gerarchia, di fatto, non esiste: giusto per citare un esempio eclatante, il vicario del dirigente, che ad occhio è una figura dirigenziale, in realtà è un docente come tutti gli altri, spesso non esonerato dal servizio di classe, e ha un incarico che viene rinnovato ogni anno. 

Allora, per sviluppare le competenze "giuste" per il docente, bisogna partire dall'idea di scuola che il docente ha, e, se non ce l'ha, aiutarlo a trovarla e a definirla. Se l'insegnante si vede come un professionista della cultura, dedito interamente all'attività formativa con i suoi alunni, allora, probabilmente, bisogna lavorare sulla consapevolezza che è necessario relazionarsi con i colleghi,  progettare in comune, aprirsi alla sperimentazione metodologica “di prossimità”, ecc. ecc. In una parola, acquisire il senso della comunità. Se, d'altro canto, l'insegnante pensa di avere competenze e conoscenze tecniche adatte a coprire incarichi "altri" (ad esempio, referente alla disabilità, ai beni culturali, alla formazione… ) bisogna che sia consapevole del ruolo, e della sua finalità di miglioramento all'intera comunità, e limiti le spinte all'ambizione personale. 

Ogni anno che passa, aumenta l’evidenza di docenti che non sono soddisfatti del loro lavoro in classe, si sentono squalificati ed esautorati, e pensano che la soluzione sia quella di "uscire" dalla classe, fare "altro", prendendosi incarichi in più e affidando a questi la propria soddisfazione, dimenticando che la dimensione primaria dell'insegnante è... l'insegnamento. La stessa pericolosa motivazione è quella che spinge molti a diventare presidi, senza comprendere che sono due lavori diversi, e che per fare il preside non basta essere stanchi di stare in classe.

Solo su questo terreno, la scuola, si ritroveranno tutti i docenti “di buona volontà”, si guarderanno e si riconosceranno; poco importerà se uno è funzione strumentale e l’altro è un precario, se uno usa la LIM e l’altro la penna e il quaderno; tutti sceglieranno contenuti, metodi e stili solo in funzione dei loro studenti.

Immagine


Jan Steen, Insegnanrte di scuola, 1668.

Parole chiave: responsabilità

l'autore

Maria Gloria Cal√¨ Insegnante di lettere nella sc. sec. di I° grado; ex archeologo del paesaggio, ora ricercatrice di frammenti superstiti di motivazione e competenze da usare per costruire contesti significativi di apprendimento.

sugli stessi argomenti

» tutti