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07/06/2021

L’uovo di Colombo

di Ermanno Testa

Nella scuola c’è ancora molto di vecchio nel modo di insegnare. In troppi casi ancora, in assenza di solide elaborazioni, permane il modello tradizionale di scuola selettiva, anche se poi, con assurda incoerenza, si finisce per concedere alla maggior parte degli allievi il riconoscimento formale di traguardi educativi palesemente non raggiunti. È il segno di un malessere diffuso del nostro sistema di istruzione e della sua scarsa efficacia. Quando la scuola continua ad affidarsi a una impostazione metodologica di tipo deduttivo, a un sapere libresco, a verifiche improbabili che attestano la memorizzazione a breve di concetti non pienamente assimilati, nel prevalere di un insegnamento di tipo trasmissivo, scarsamente laboratoriale, l’istruzione sembra smarrire la sua valenza educativa (“la scuola educa in quanto istruisce” si diceva un tempo).  Una scuola di questo tipo per i giovani che la frequentano, a fronte delle tante suggestioni mass-mediali da cui sono circondati, diventa di scarsa attrazione e poco coinvolgente. Gli effetti di questo ritardo si ricavano dai risultati delle indagini comparative internazionali sui livelli di competenza degli allievi; ma un segnale inquietante è l’illetteratismo diffuso nella popolazione, anche la più scolarizzata, come pure la palese, generale incultura scientifica, storica, artistica. Scarsa è la capacità ad argomentare, sia verbalmente che per iscritto. In un mondo globalizzato c’è il rischio come Paese di scivolare in una cronica subalternità, contravvenendo in primo luogo alla nostra Costituzione che indica proprio nell’esercizio della sovranità del popolo e nella capacità di ciascuno di esercitare i diritti di cittadinanza, da garantire attraverso il sistema di istruzione, le finalità della Repubblica a tutela della democrazia.
Che cosa rende difficile uscire da tale situazione? Che cosa impedisce di assicurare agli alunni una maggiore cura e vicinanza educativa dei docenti, e a questi di sentirsi moralmente impegnati a garantire a tutti gli allievi, non uno di meno, un vero successo scolastico? A compiere quella costante autoverifica del proprio fare scuola al fine di migliorare e aggiornare le proprie competenze professionali? Quale potrebbe essere per gli insegnanti l’occasione di un rinnovato bisogno etico, intellettuale, sociale e professionale per un ritrovato protagonismo docente? Negli anni Sessanta, agli albori della scuola media unica e del prolungamento dell’obbligo di istruzione, ricorreva uno slogan: “Ma tu, che insegni a fare?”. Esiste un focus ‘oggettivo’, non l’unico certamente, intorno a cui, e grazie a cui, sia possibile attivare con un maggiore successo un insieme di azioni positive per il miglioramento e l’ammodernamento del sistema di istruzione? Molte e diverse valutazioni degli ‘addetti ai lavori’ sembrano convergere almeno su un fattore: il numero di alunni per classe. Fare scuola con 15 o 30 alunni non è la stessa cosa, per chiunque! Ne va della cura e dell’intensità e qualità del rapporto educativo, psicologico, sociale, culturale tra insegnante e allievi e tra gli allievi medesimi. Una classe numerosa rende precario il rapporto educativo con gli alunni; rende altresì spesso inutile e difficile sollecitare da parte di tutti gli alunni atteggiamenti collaborativi; pressoché impossibili gli interventi individualizzati; difficile ogni attività laboratoriale e per gruppi. Nelle classi numerose è più difficile che si creino fra alunni forme e atteggiamenti di solidarietà, più facile invece che si instaurino conflittualità tra gruppi; l’attenzione e la partecipazione all’attività quotidiana è più discontinua, complicate le uscite didattiche. Una classe poco numerosa 
incoraggia al dialogo e alla partecipazione attiva di tutti favorendo l’inclusività; consente di realizzare percorsi individuali; rende possibile una maggiore duttilità didattica e tempistica, facilitando l’organizzazione del lavoro per gruppi, piccoli e piccolissimi, nonché l’accorpamento di più classi nei casi di attività comuni; facilita le uscite didattiche; riesce a contenere meglio eventuali fenomeni di bullismo; costruisce rapporti di amicizia duraturi; rende più attraente e compartecipativa la scuola agli alunni contribuendo di conseguenza a contrastare l’abbandono e la dispersione scolastica. Soprattutto la possibilità di lavorare con serenità e tempi distesi e di seguire più da vicino, non solo metaforicamente, i propri alunni, può diventare di per sé, per chi insegna, un fattore sollecitante un diverso approccio professionale, meno impiegatizio e ripetitivo e più attento all’esito del proprio fare scuola. Ma anche gli alunni, e le famiglie con loro, messi in condizioni logistiche favorevoli per vivere una buona scuola, ne coglierebbero meglio il senso: quello dell’impegno collettivo del Paese.
Arrivare a costituire ovunque classi di non più di quindici alunni può sembrare un’impresa tanto impegnativa quanto irrilevante rispetto all’obiettivo di avere una scuola più qualificata ed efficace. Ma non è così. Troppe volte una visione intellettualistica (crociana?) della scuola ha sottovalutato l’incidenza delle condizioni materiali (e ambientali) sulla qualità del fare scuola, tra l’altro ignorando, al riguardo, una lunga tradizione del pensiero pedagogico italiano, da Gabelli a Montessori. La centralità dell’alunno, un produttivo rapporto educativo insegnante-alunno, un apprendimento significativo possono dipendere molto da una presenza contenuta di alunni per classe; e comunque, ogni azione diretta a migliorare la qualità dell’insegnamento, ogni progetto innovativo, troverebbe in quel contesto la condizione più adatta per la sua attuazione. Oggi la ricerca sperimentale sul fare scuola impostata sul curricolo verticale, in atto in molte classi, una ricerca che, tra l’altro, si è liberata nel tempo da tecnicismi, luoghi comuni e suggestioni modaiole, potrebbe dar luogo a esiti molto più significativi e allargati a fronte di una condizione di lavoro decisamente favorevole come quella di avere classi poco numerose. Questa condizione, a sua volta, non potrebbe non essere, per chi insegna, un potente motivo di sollecitazione in più ad accrescere l’efficacia della propria azione educativa. Certamente un tale provvedimento non dovrebbe implicare il venir meno di un impegno parallelo, che deve esserci da parte dell’Amministrazione, ad attuare politiche attive di riqualificazione professionale: sostegno alla ricerca didattica, giusta valorizzazione delle esperienze significative, creazione di archivi didattici, offerte organiche di aggiornamento, occasioni di confronto, nonché forme di riconoscimento professionale. Ma certo, la riduzione degli alunni per classe a un massimo di quindici, un vero uovo di Colombo!, renderebbe quelle politiche attive estremamente più efficaci!
Stabilire il tetto massimo di quindici alunni per classe, allo stato attuale, è una misura che richiederebbe un notevole impegno finanziario. Tale misura tuttavia andrebbe affrontata nella logica di un grande investimento per il futuro del Paese, nella fattispecie delle giovani generazioni. Una misura di grande rilievo politico, sociale, culturale che non potrebbe non coinvolgere attivamente l’intero Paese, tale da comportare il senso di un passaggio epocale, al pari di altre epiche conquiste sociali, quello di un lascito finalmente significativo ai giovani da parte delle generazioni più anziane.

 

l'autore

Ermanno Testa Già insegnante di scuola secondaria di II grado, a lungo dirigente nazionale del Cidi e direttore di "insegnare" (fino al 2006).

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