La Giornata della Memoria si celebra da venticinque anni, ma, considerando lo scenario attuale sembra che sia passato un secolo.
In questo tempo trascorso, non solo si è trasformata la realtà culturale e sociale con cui questa Giornata si relaziona, ma si è trasformata anche la lettura e la rappresentazione dello stesso fenomeno in conseguenza della sua celebrazione, come già si evidenziava qualche anno fa in un libro intitolato "Pop Shoah?".
Il testo della nota ministeriale, che ricorda l'importanza della giornata è uno dei risultati di questa trasformazione e, in particolare, della politica culturale del governo attuale: manca ogni riferimento alla responsabilità dello sterminio e della deportazione di ebrei e di molte altre categorie di persone, in Italia. Sono scomparse le parole "Nazismo" e "Fascismo", e tutta l'attenzione è concentrata sulle vittime, comode proprio per questa loro connotazione che evita l'analisi delle responsabilità. Ridurre la questione storica, etica, culturale ad una celebrazione delle vittime, confinate nelle bacheche del momento storico "unico e irripetibile", non rende loro in alcun modo giustizia e non genera nessun cambiamento nel modo di pensare, dentro e fuori le aule scolastiche.
E' particolarmente difficile, stando in classe, mettere in correlazione storia, memoria e presente, ma è necessario farlo, per entrare in questioni dicotomiche: uguaglianza/discriminazione, autoritarismo/democrazia, propaganda/informazione. Persino il rapporto tra verità e finzione entra in discussione, se si affronta il tema della Shoah.
E' necessario un uso molto accurato delle fonti e una disposizione attenta di tutte le modalità che a scuola insegniamo per esprimere pensieri, sentimenti, convinzioni, dubbi.
La sciatteria progettuale è particolarmente pericolosa, in questo momento, giacchè la materia, e il modo in cui viene negoziata nelle classi, impatta sulle percezioni del presente che i giovani e le giovani possono sentire: loro hanno un accesso disintermediato al materiale informativo su fenomeni contemporanei che ricordano da vicino ciò che è accaduto in Europa tra la prima e la seconda guerra mondiale, e la didattica della Shoah è un'occasione preziosa per provare ad individuare alcune chiavi di lettura.
I contenuti a disposizione sono i più diversi: musica, film, libri, opere d'arte; le modalità di rielaborazione possibili sono altrettanto disparate.
L'abbondanza di materiale disponibile impone la necessità di adoperare grande cura nelle costruzioni progettuali.
Per le classi della scuola di base si può lasciar parlare un libro, o, meglio, parlare con esso.
In rete si trovano tante bibliografie ragionate di libri per infanzia e adolescenza sulla Shoah (ad esempio, questa), ma il testo da proporre dovrebbe essere individuato per la qualità della sua narrazione: che abbia un rapporto riconoscibile con la storia e con i luoghi, che conservi la leggerezza della scrittura narrativa senza perdere il contatto con la realtà, che non enfatizzi le dimensioni sentimentali in modo condizionante. Se si sceglie un albo illustrato, inoltre, è sempre opportuno tenere in considerazione la qualità della parte grafica, in fitto dialogo con il testo.
Se, invece, si tratta con alunne e alunni più grandi, si può continuare con l'uso della narrativa, oppure centrare l'iniziativa didattica sulla questione storica. In quel caso, è possibile consultare gli archivi in rete (lo Yad Vashem, ad esempio, o il CDEC) che, opportunamente interrogati, consentono di ricavare informazioni da utilizzare in classe.
Anche per l'uso delle fonti audiovisive è opportuna una selezione attenta dai repertori facilmente consultabili (qui un esempio dal sito Rai Scuola, e qui alcune proposte didattiche).
Altra dimensione didatticamente significativa è quella della geografia della Memoria, a scala diversa. Si può lavorare nei contesti urbani, ad esempio con le "pietre d'inciampo", punti fermi per un'educazione permanente alla memoria (la mappa completa si trova qui). Altra dimensione molto interessante nello studio delle città è il ruolo e la posizione dei ghetti e delle giudecche, quartieri popolati da persone di religione ebraica; non sempre sono ancora individuabili: un'ottima guida, anche per le attività didattiche, è il libro di Anna Foa. Lo studio della toponomastica attuale e delle fonti sulle giudecche d'Italia consente di entrare nella vita quotidiana delle comunità ebraiche attraverso i secoli, fino ad arrivare al ventennio fascista.
In un contesto territoriale più ampio, invece, si può studiare la distribuzione dei campi di internamento, concentramento e sterminio in Italia e in Germania, per assumere consapevolezza della reale complessità organizzativa che doveva portare alla "soluzione finale" (qui i campi italiani; qui quelli del Terzo Reich).
La didattica della Shoah ha un'importanza talmente grande, ed è un'esperienza professionale talmente complessa che è preferibile dedicare a tutt'altro la giornata del 27 Gennaio, piuttosto che un'attività improvvisata, priva di opportuna preparazione e di adeguata chiarezza delle finalità.
"Fare qualcosa", invece, significa proporre ad alunne e alunni non solo e non tanto di conoscere remoti fatti storici; l'iniziativa progettuale deve avere il coraggio di far incontrare persone, giacchè attraverso quelle vite umane, vittime, ma anche carnefici, la storia si è scritta.


