Avevo una copia sgualcita di Il formaggio e i vermi, con le orecchie alle pagine che mi sembravano più importanti (erano quasi tutte). Era il primo anno di università e non capivo ancora bene perché un libro di storia potesse tenermi sveglia come un romanzo giallo. Menocchio era un mugnaio, sapeva leggere, aveva opinioni su tutto, e questo lo aveva portato a essere processato due volte dall'Inquisizione. Sarebbe rimasto nelle carte del processo — e basta — se Carlo Ginzburg non avesse deciso che quella voce meritava di essere ascoltata.
Ginzburg è morto a Bologna il 17 Giugno, a 87 anni. Era figlio di Leone Ginzburg, intellettuale antifascista ucciso dai nazisti nel 1944 e di Natalia Ginzburg, una tra le voci più alte della nostra letteratura e portava in questa genealogia qualcosa di più di un'eredità biografica: il senso che la storia non è mai separabile dalla domanda su chi la subisce e chi la racconta. Cresciuto alla Scuola Normale di Pisa, poi perfezionatosi al Warburg Institute di Londra, aveva insegnato nelle università di tutto il mondo prima di tornare alla Normale. La sua influenza si è esercitata ben al di là dei confini accademici, attraverso libri che hanno raggiunto lettori comuni con la forza di un romanzo e la precisione di un'indagine.
Il formaggio e i vermi fu la prima lettura che mi fece capire che il sapere storico poteva avere la struttura di un giallo — non per i colpi di scena, ma per quella tensione progressiva verso una verità che si costruisce indizio dopo indizio, che non si dà mai per compiuta, che lascia aperte le domande più importanti proprio nell'ultima pagina. Non si trattava di un libro che spiegava Menocchio: era un libro che mostrava come si fa a cercare una persona che non voleva essere trovata, o meglio, che il suo tempo aveva fatto di tutto per cancellare. Quella scoperta non ha smesso di lavorare dentro di me, anche nelle aule in cui insegno adesso, anche quando costruisco una verifica o scelgo un documento da portare in classe.
Il metodo che lo ha reso famoso — la microstoria, elaborata insieme a Giovanni Levi nella celebre collana Einaudi degli anni Ottanta è stata una folgorante scommessa epistemologica. Si basa sull'idea che la riduzione della scala di osservazione permetta di vedere strutture che la storia totale lascia nell'ombra, che il caso singolo, esaminato con rigore, può illuminare le tensioni di un'intera epoca più di qualunque panoramica. Menocchio, con la sua cosmogonia vertiginosa — il mondo che nasce come il cacio si fa dai vermi che pullulano nel latte, il creatore come un angelo tra gli angeli — non è il bizzarro irregolare di una società compatta e ortodossa, ma la spia di una cultura orale stratificata, di letture eterodosse, di tradizioni preesistenti al Libro che i processi inquisitori hanno per caso lasciato affiorare. «Le idee di Menocchio non ci cadono dall'alto», scrive Ginzburg: vengono da qualche parte, circolano, si mescolano, sfidano ogni lettura che voglia ridurle all'influenza di un testo o di un predicatore.
Per gli insegnanti di storia, questo lascito ha un significato che supera la questione del metodo. Ginzburg ci ha consegnato uno strumento per pensare la relazione tra documento e silenzio, tra ciò che le fonti dicono e ciò che le fonti nascondono o hanno nascosto deliberatamente. In un'aula scolastica in cui si lavora ancora con manuali che faticano a includere le voci dei subalterni — dei contadini, delle donne, degli eretici, dei colonizzati — il modello ginzburghiano non è una raffinatezza per specialisti: è una domanda da rivolgere a ogni pagina. Perché questo ci è rimasto? Chi aveva interesse a conservarlo? Chi ha pagato il prezzo del silenzio?
La sua opera ha anche un'altra dimensione, meno discussa ma altrettanto fondamentale: quella dell'evidenza indiziaria come categoria epistemologica. Nel celebre saggio Spie (1979), poi confluito in Miti emblemi spie, Ginzburg ricostruisce un «paradigma indiziario» che accomuna il metodo di Giovanni Morelli nell'attribuzione dei quadri, quello di Sherlock Holmes nell'investigazione e quello di Freud nella diagnosi: tre discipline che, tra Otto e Novecento, imparano a risalire dall'indizio apparentemente trascurabile - il lobo di un orecchio, la forma di un'unghia, un lapsus - alla verità nascosta. È il metodo dello storico che lavora sulle tracce, consapevole che le tracce sono sempre parziali, sempre mediate, sempre cariche degli interessi di chi le ha prodotte o conservate.
Ci mancherà la sua capacità di stare nell'incertezza senza risolverla frettolosamente: una virtù rara, in un tempo in cui la velocità della comunicazione premia le conclusioni nette e penalizza la complessità. Ci mancherà il suo modo di leggere le fonti contro il pelo, di ascoltare il rumore di fondo che i documenti ufficiali cercano di coprire. Ci mancherà, soprattutto, quella convinzione - mai dichiarata programmaticamente, sempre praticata - che la storia non è il racconto dei vincitori né il catalogo delle strutture, ma lo spazio in cui i silenzi hanno ancora la possibilità, faticosa e fragile, di farsi voce.