L’aggravarsi nella odierna società di una involuzione culturale, sociale, politica; la crisi delle classi dirigenti e di quel ceto borghese che per lungo tempo ne ha rappresentato l’elemento equilibratore, pongono non poche domande anche alla scuola. La quale sembra essa stessa parte del medesimo degrado. Quale ruolo essa ha giocato e continua a giocare nel contesto sociale e culturale? Come risponde al suo mandato? Ma qual è il suo mandato? Negli anni si è forse perduto qualcosa? Ci si è adattati a modalità operative rivelatesi insufficienti o incongruenti o controproducenti? Che cosa la scuola non è in grado di intercettare delle trasformazioni in atto? Come risponde alle sfide, al momento ancora impari, con il formidabile sistema social-comunicativo dei media? Verrebbe da pensare, ma qui si torna alle prime domande, che si sia creato un progressivo offuscamento del mandato assegnato alla scuola e che questo l’abbia resa debole e, al limite, impotente di fronte ai cambiamenti. Per esempio, quanto la sostituzione semantica, da scuola statale a pubblica, è denotativa di tale impotenza? Ecco un primo indizio di non poco conto. “La Repubblica istituisce scuole statali di ogni ordine e grado”, recita la Costituzione. Che cosa significa? È ovvio che i padri costituenti, in un Paese appena uscito da vent’anni di fascismo, intendessero assicurare, con la garanzia di scuole gestite dallo Stato, un solido sostegno alla giovane democrazia attraverso una educazione delle nuove generazioni improntata ai principi e ai valori della Costituzione. Il motivo per il quale Calamandrei indicava nella scuola statale l’istituzione più importante, per la democrazia, del Parlamento, della Magistratura e della Corte Costituzionale. Un tempo sulle facciate degli edifici scolastici campeggiavano le scritte: “Liceo Statale Tal dei Tali”, “Scuola Elementare Statale Tizio”, “Scuola Media Statale Caio” a indicare non solo il nome di quelle scuole ma la loro fondamentale natura istituzionale. Scuole create a sostegno dello Stato democratico che agivano con il mandato di assicurare a tutti ed a ciascuno una educazione alla cittadinanza – vedi il comma 2 dell’art. 3 Cost. – ai fini inderogabili del mantenimento e dello sviluppo civile e democratico del Paese. Oggi anche nelle correnti culturali e politiche più avanzate è ormai invalso l’uso dell’espressione ‘scuola pubblica’. Ma dire scuola pubblica o scuola statale non è la stessa cosa. A essere rigorosi, con la prima locuzione si configura l’offerta/disponibilità di un servizio, sostituibile anche da privati, che in linea teorica dichiara come sua finalità l’acquisizione dei diritti di cittadinanza, ma con un debole vincolo istituzionale. Vincolo che invece è connaturato all’espressione scuola statale. Un autorevole leader della cosiddetta prima Repubblica era solito indicare, nel ricorrente uso inappropriato del lessico politico-istituzionale, il rischio del trasformismo. Stato non è una parolaccia. Lo è statalismo, una forzatura autoritaria dell’idea di Stato, quale fu, per esempio, nel dopoguerra in alcuni Paesi europei. E lo è Nazione, quando intende significare, e imporre, una cultura identitaria e totalizzante a un Paese dove coesistono più tradizioni, più linguaggi, e tante minoranze. E in ogni caso il richiamo alla locuzione scuola statale non deriva da una visione della scuola statolatra, né dirigistica e tantomeno ‘sovietica’, poiché la scuola della Costituzione, della quale qui si parla, si caratterizza per la libertà dell’insegnamento, l’impronta umanistica, il pluralismo culturale, l’autonomia didattica, organizzativa e di ricerca (anche se negata, contraddittoriamente, a livello nazionale, in quanto vige il potere del ministro). Il cambiamento semantico, rivelatore di un progressivo mutamento avvenuto nei decenni trascorsi, è da ascrivere, oltre che a fattori in gran parte estranei alla scuola, al tendenziale prevalere di un’idea economicistica della scuola stessa, considerata un servizio al cliente a domanda e, di conseguenza, della cultura, intesa come progressivo accumulo di conoscenze parcellizzate e di specialismi da spendere in un mercato del lavoro. Mercato che, a specchio, risulta anch’esso sempre più parcellizzato e specialistico, assoggettato alle grandi scelte decise in ambiti esclusivi. “La scuola per il mercato del lavoro”, slogan ripetuto più volte da una politica miope e legata al carro degli interessi economici e accolto con favore, per ovvie esigenze di vita, tra le nuove generazioni, tuttora condiziona la scuola nell’ orientarsi verso tale impostazione. Con analogo criterio nelle aule scolastiche passa l’idea utilitaristica che alcune materie siano più o meno importanti di altre; in generale, gli interessi di molti giovani privilegiano ciò che appare loro, e alle loro famiglie, più facilmente spendibile: una piegatura che rompe l’unità del sapere. Ne consegue che, l’organicità del pensiero, la capacità di argomentare, lo spazio al dialogo, lascino il posto alle risposte semplici e immediate, alle affermazioni apodittiche non verificabili, ad un pensiero e ad una comunicazione frammentari. Così avviene che sul terreno dell’apprendimento ci si affidi più spesso al nozionismo libresco piuttosto che all’approfondimento degli argomenti affrontati, con i tempi dovuti, attraverso l’analisi dei come e dei perché. In tal modo si determina una attività di studio povera di partecipazione emozionale, sia in chi apprende sia in chi insegna. Un vero mutamento antropologico nei Paesi del ‘libero’ mercato sta di fatto investendo i sistemi scolastici. Non è un caso che nelle società dove è più sviluppata l’economia liberista sempre più scarseggino o risultino marginalizzati gli intellettuali mentre abbondano gli esperti e gli specialisti. Questa “cittadinanza debole” che variamente si costruisce nella scuola pubblica può essere appagante per lo studente, come lo è stato, in surplus, in un recente passato, in base ad una idea strampalata di centralità dell’allievo, il prediligere alla ‘fatica’ dell’apprendere lo “star bene con sé stessi”; ma essa si rivela sostanzialmente fragile e impotente nell’impatto con la società, come è dimostrato dal crescente illetteratismo e dai social, nei quali presunzione, negazionismo, arroganza, la fanno spesso da padrone. Il futuro democratico non lo si costruisce a parole ma, in modo sostanziale e persistente, attraverso una solida e solidale educazione democratica delle nuove generazioni fondata su conoscenze consolidate capaci di accrescerne la capacità di “capire il mondo” e di agire moralmente. La scuola statale, proprio in quanto Istituzione, è quella che più rigorosamente, attraverso l’istruzione, accompagna e finalizza all’assunzione dei principi di libertà, eguaglianza e fraternità e dei valori della Costituzione, la propria funzione educativa. Il fondamento costituzionale che assegna al popolo la sovranità, richiede l’assoluta garanzia che le generazioni future siano portatrici di democrazia. Perciò, fine dell’istruzione, nella scuola statale, è la sovranità; cioè il raggiungimento, per il pieno esercizio di essa, da parte di tutti e di ciascuno, di cultura, eticità, visione generale, solidarietà, senso di responsabilità collettiva, spirito collaborativo, insomma di valori sociali positivi, ovvero di una cittadinanza non indifferente bensì dotata di senso critico, attiva e partecipativa al progresso civile: onde evitare il rischio di svuotare di contenuto la stessa democrazia e di finire sotto il governo di leader populisti inadeguati e ignoranti. Una tale intenzionalità educativa richiede ai docenti di assumere un ruolo, appunto, istituzionale, di particolare responsabilità e superiore autorevolezza. La differenza concettuale, dunque, tra scuola pubblica e scuola statale non è formale o lessicale, ma sostanziale! E la trasformazione regressiva avvenuta nel tempo necessita di una immediata azione riparatrice. Una classe politica coraggiosa impegnata a costruire un futuro democratico dovrebbe sentire il bisogno di rinnovare alla scuola e ai suoi operatori il mandato costituzionale, sottraendola al condizionamento individualistico, competitivo, antagonistico, disaggregante e con scarso respiro umano e intellettuale, del modello mercantilistico. Costruire una società più coesa e solidale, sensibile alla responsabilità collettiva, più rispettosa della dignità di ciascuno, non può che passare per un forte investimento culturale sulla scuola; e viene naturale pensarlo come il primo e più ampio e più coraggioso adempimento di una politica non subalterna ai vincoli dell’economia e decisa a riaffermare la propria autonoma capacità propulsiva verso il futuro. Quel mandato della Costituzione, che all’indomani della sua entrata in vigore, con l’aumento dell’offerta formativa estesa a tutti e il prolungamento dell’obbligo scolastico, determinò la crescita quantitativa della scuola, quel mandato, se ribadito con forza oggi, può essere l’occasione per una nuova decisiva crescita qualitativa; intanto riconoscendo e valorizzando l’esperienza altamente professionale di tanti insegnanti. Rinnovare il mandato costituzionale, assegnando al processo educativo dei giovani un fondamento culturale unitario ispirato ad un moderno umanesimo, dovrebbe essere oggi il compito di una classe politica lungimirante e di un Paese sufficientemente consapevole di quanto sia necessario consolidare la democrazia.